Polizia locale

 

Tra i cittadini che chiedono sicurezza

 

 

di Massimiliano Colucci

 

 

 

 

 

La sicurezza – intesa come bisogno di sentirsi tutelati e di veder rispettate le leggi – è un’esigenza fondamentale e, tra le realtà che se ne fanno carico, la polizia locale è quella più radicata nel territorio e vicina ai cittadini. Spesso, però, non se ne conoscono appieno il ruolo o le funzioni, o viene erroneamente considerata secondaria rispetto alle polizie nazionali. L’inchiesta della Difesa fotografa la polizia locale padovana e fa il punto sulle recenti novità che riguardano il settore, come il piano di zonizzazione e la scuola di formazione regionale.

Spesso alla ribalta della cronaca nazionale, Padova ha una sua specificità – in tema di sicurezza – rispetto ai comuni del comprensorio: «Con 210 mila abitanti, una quota di immigrati superiore al 10 per cento, a cui si aggiungono altre 200 mila persone che circolano per lavoro o studio, vi sono fenomeni ed esigenze diverse a cui far fronte» spiega Maria Luisa Ferretti, vice comandante della polizia municipale di Padova. Ma con questi numeri, l’organico di polizia è adeguato? «La polizia municipale è a carico dei comuni, che per il patto di stabilità hanno un numero di dipendenti massimo da assumere, in base alle varie finanziarie. A Padova abbiamo un deficit di personale, ma manteniamo un buon rapporto sul numero di residenti: la legge regionale 40/88 prevede infatti un agente ogni mille abitanti. Il rapporto è insufficiente se si aggiunge l’indotto di frequentazione della città».

Di recente c’è stato un concorso per nuove assunzioni.

«Alle selezioni hanno partecipato in 1.200, per 20 posti. I primi 300 hanno seguito un corso di preparazione, per poi accedere all’esame. Per fine febbraio dovrebbero entrare in servizio. Ma abbiamo una trentina di uscite tra pensionamenti, mobilità…»

Che competenze ha la polizia municipale?

«Molte: interveniamo su tutti gli ambiti di pertinenza del comune, vigilando sull’osservanza delle normative locali e statali. Però il nostro ruolo attuale va oltre quello previsto dalla legge quadro 65/86. Ad esempio, dal 2000 abbiamo un gabinetto fotosegnaletico per l’identificazione personale, prerogativa della questura o delle stazioni dell’arma. Oppure riceviamo denunce su ogni ambito, non più solo sul codice della strada. Il punto cruciale è stata la legge 81/93: con l’elezione diretta, il sindaco diventa responsabile della sicurezza urbana, e la polizia municipale è il mezzo che ha a disposizione. Ci siamo quindi adeguati per rispondere alle aspettative della città. Questo ci richiede una preparazione professionale elevata. In più, rispetto ad altri dipendenti comunali, ci serve un particolare spessore relazionale, non solo per il continuo contatto con l’utenza tramite front-office, ma per gestire situazioni di degrado, come le persone senza fissa dimora o i soggetti psicologicamente deboli in caso di trattamento sanitario obbligatorio».

Come siete considerati rispetto alle altre forze dell’ordine?

«La nostra specificità è la sicurezza cittadina. Ma al di là di questo abbiamo una specializzazione tale da concorrere con le polizie nazionali. Per la mentalità comune, però, e anche a livello ministeriale, non siamo ancora equiparati. In un futuro progetto di legge verremo messi sullo stesso piano, con le stesse competenze e come unica limitazione quella territoriale. Resteranno le tipicità: l’ambito tributario alla guardia di finanza, l’associazione a delinquere o l’omicidio alla polizia di stato, perché si tratta di realtà con dimensioni superiori alle nostre risorse».

Che rapporto avete con le altre polizie?

«Lavoriamo alla pari: in questo periodo Padova vive un’epoca d’oro di collaborazione e amicizia. Noi abbiamo una presenza locale più capillare, spesso di lunga durata: diamo quindi un supporto importante, non soltanto per fornire informazioni sul territorio, ma anche per interventi comuni. Ad esempio con la questura da due anni eseguiamo il monitoraggio per la messa in sicurezza dei casolari abbandonati, spesso sede di attività illecita, recuperando spazi alla città. Molti casi si sono poi risolti grazie a ordinanze rese possibili dal pacchetto sicurezza del luglio scorso».

Il governo ha rinnovato da poco l’impiego dei militari previsto proprio nel pacchetto sicurezza: si è rivelato utile?

«Sì, vantaggioso. Abbiamo avuto zone più presidiate, con effetto deterrente. Ma non è solo aumentata la sicurezza psicologica: ci sono stati sequestri, ispezioni... Col battaglione contraerei, ad esempio, abbiamo bonificato l’ansa Borgomagno, dove c’erano capannoni abbandonati che avevano creato disagio. E non mi è parso che la città venisse militarizzata».

La città ha chiaro il vostro ruolo?

«Servirebbe una migliore operazione di promozione di quanto stiamo facendo. Molti sono convinti che ci limitiamo alle multe, mentre svolgiamo anche attività di informazione nelle scuole e con gli anziani. Verifichiamo la legalità delle slot-machine nei locali, ma siamo pure il tramite col Sert per i casi di dipendenza da gioco. Eseguiamo controlli nel-l’ambito della prostituzione, ma lavoriamo al recupero delle donne. Abbiamo portato avanti un progetto di facilitazione culturale, con persone rappresentative di ogni etnia come ponte tra noi e la cittadinanza straniera, per raccogliere segnalazioni di disagio, abbattere la diffidenza o dare indicazioni».

Vi sentite rispettati?

«C’è uno scadimento generale di stima verso le forze di polizia. La divisa non ottiene più lo stesso rispetto o attenzione di una volta. Qui deve far leva la nostra professionalità: è più facile ottenere riconoscimento quando una contestazione è fatta in modo corretto».

C’è emergenza sicurezza a Padova?

«No, la nostra è una città ancora vivibile, con una diminuita incidenza di tutti gli illeciti penali, e un buon lavoro coordinato delle polizie. Ci sono poi zone critiche, come la Stanga e la stazione, per la ghettizzazione degli stranieri. Lo straniero non è sempre un criminale, ma non va minimizzato il senso di insicurezza a loro riguardo. A mio avviso, dipende anche dal fatto che si è perso il valore della collettività, sono venute meno le reti relazionali, ci si sente più isolati e insicuri di fronte ai cambiamenti. A questo rispondiamo con azioni di presenza costante».

In che modo?

«Tutto il personale opera sul territorio, anche quelli di solito impegnati nel lavoro d’ufficio, durante i cosiddetti servizi comuni serali e notturni, 24 ore su 24, ogni giorno. Abbiamo da cinque anni una stazione mobile, furgoni strutturati come un ufficio, in ogni quartiere e nelle principali arterie stradali per il controllo della circolazione. Abbiamo i servizi appiedati, con bicicletta, i presidi dei parchi, delle scuole e alla stazione. Certo, non si può avere il poliziotto sotto casa. Si consideri, comunque, che il 55 per cento degli operatori sono dedicati al turno serale e notturno».

 

 

da “La Difesa del popolo”, 22/02/2009, n° 8/CII

 

 

Per leggere l'inchiesta completa:

Prima parte: Inchiesta - Polizia Locale 01.pdf

Seconda parte: Inchiesta - Polizia Locale 02.pdf

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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