BeppoNo

 

 

di Leandro Pareschi

 

 

 

 

 


BeppoNo era una specie di clown che vagava per la stazione. Un vero clown però, solitamente, fa ridere ed è rispettato, forse anche ammirato, per quel che fa. E soprattutto, dopo lo spettacolo, si cambia d’abito.

BeppoNo invece faceva ridere, oppure pena. E non si cambiava d’abito. Alcuni ridevano, altri provavano pena, se non disgusto, per lui.

BeppoNo non era il suo nome. Il nome vero era Beppo, forse. E non faceva davvero il clown. Non indossava le casacche a bracaloni dei clown. Era un senzatetto.

Stava alla stazione centrale. La stazione dove passano tutti i treni. Quella dove passano tutte le persone, almeno una volta.

Aveva un po’ di pancia, la barba bianca e grigia rasata male, capelli radi degli stessi colori, un occhio strano, che non si capiva dove guardava – anzi non si capiva nemmeno se con quell’occhio guardava o se stava lì ormai per abitudine – sempre vestito in modo semplice e sciatto, con pantaloni sportivi, magliettina a mezze maniche, spesso sporca di cibo o di chissà cos’altro, e un impermeabile blu scuro. Così in inverno. In estate non metteva l’impermeabile, ma il resto non cambiava.

Andava qua e là per gli ambienti della stazione, col suo passo caratteristico. Il verbo giusto è ciondolare. Ciondolava qua e là, ad ogni passo sembrava si sbilanciasse da quella parte, come farebbe una bilancia cui è dato un colpo su un piatto. Questo perché era un po’ zoppo alla gamba sinistra. Alternati a questi ciondolamenti c’erano le soste sulla panche o sui parapetti sovrastanti i sottopassi, dove si sedeva oppure sdraiava, in base allo spazio che riusciva a trovare.

Quel quindici febbraio la sosta di metà pomeriggio aveva deciso di farla su una panca del primo binario. Difficilmente lo si vedeva ad altri binari.

«…Come faccio così? non c’è un libro in ordine, un conto riportato bene, come pretendono che faccia bene il lavoro se è tutto un gran casotto? poi si lamentano che son lento e i numeri sono sbagliati e siamo sempre indietro e la colpa è mia, eh? colpa mia se gli incompetenti sono loro e son sempre io a avere torto, perché son l’ultimo a essere arrivato lì e mi mandano via quando vogliono, colpa mia se io lavoro bene e loro no? perché non riescono a capire una cosa così ovvia? non è difficile, sì è sempre più facile criticare me che faccio le cose giuste che a loro non va bene perché in fondo sanno che son loro che sbagliano piuttosto che ammettere il proprio torto e così dicono falsità a se stessi e anche a me, anche se io so che è falso… e questo chi è? eh no! che cavolo, proprio qui deve venire? ci sono decine di posti liberi e si siede vicino a me?»

BeppoNo si accomodò nel sedile a fianco.

«L’ho già visto questo… ma non c’è un modo per tenerli lontani dalla stazione? senti che odore… quanto manca al treno?»

Non era vero che BeppoNo emanasse particolari odori. Più o meno gli stessi di ogni altra persona che passasse per la stazione, cioè, in genere, sudore, smog o fumo di sigaretta. Come tutti, sudava, si riempiva dello smog cittadino e, avendo il vizio di fumare, spesso sigari, odorava pure di fumo. Ma nulla più. Forse era l’aria trasandata, da persona di strada, quale in effetti era, a stimolare l’idea che un clochard debba necessariamente puzzare.

«Me ne vado, non sto un altro momento con questo vicino.»

Si alzò e si avviò verso il tabellone degli arrivi e partenze, come per darsi l’aria di chi deve controllare un orario o un binario. Come se credesse che tutte le persone che erano in stazione stessero ad osservarlo e l’alzarsi per andare al tabellone fosse una scusa accettabile per allontanarsi dal barbone.

Prese il treno delle 17.14, dieci minuti dopo.

 

Il giorno dopo, arrivato alla stazione col treno delle 8.07, tra la folla dei pendolari vide un suo collega.

«Quello è Rosati? sì che è lui, cavolo, è vero, pure lui prende il treno! chissà se riesco a raggiungerlo.»

Si fece in poco tempo largo tra la gente, allungando il passo, superando molte persone, finché gli fu subito dietro.

«Rosati!»

«Ehi… ciao! Cosa fai qui?»

«Vado al lavoro… Tu?»

«Pure io! Non sapevo fossi anche tu pendolare.»

«Ma se te l’ho detto tre giorni fa!»

«Già, è vero, che memoria schifosa…»

La strada verso la fermata dell’autobus la fecero fianco a fianco. Presero, ovviamente, lo stesso autobus, chiacchierarono per tutto il viaggio fino all’azienda ortofrutticola dove lavoravano, che si trovava in periferia.

Lo stesso tragitto lo fecero al contrario il pomeriggio, di ritorno dal lavoro. Anche stavolta insieme, ora che avevano imparato che entrambi facevano la stessa vita di pendolari. Una cosa di non poco conto, visto che dava loro la possibilità di passare molto più tempo insieme.

 

«Il treno interregionale numero 4264 delle 17.12, proveniente da Bologna Centrale e diretto a Venezia Santa Lucia, arriverà al binario due, anziché al binario uno, con un ritardo di quindici minuti. Ci scusiamo per il rit…»

«E ti pareva!»

«Allora vieni anche tu al mio binario.»

«Il due? Anche il tuo parte da lì?»

«Sì. Però lo faranno partire prima del tuo, spero…»

«Ah beh, sicuramente! Non c’è dubbio…»

Camminando per andare verso gli scalini del sottopasso, videro BeppoNo in piedi, immobile, proprio in mezzo allo spazio che si apriva tra l’atrio della stazione e il binario uno, con un berretto in mano. Sembrava lì per chiedere l’elemosina e con lo sguardo fissava un punto imprecisato di fronte a sé, rivolto verso l’uscita della stazione, senza notare nulla di ciò che gli succedeva attorno.

«L’hai visto?» disse, scendendo i primi gradini.

«Sì.»

«Lo conosci?»

«Credo si chiami Beppo, o una cosa del genere. Tanti però lo chiamano soltanto barbone o clochard. Io penso che clochard sia soltanto una parola inventata dai francesi per rendere meno triste la situazione. Detta così sembra più leggera e scorre meglio in bocca. Senti? Clochard… ma secondo me non vuol dire niente…»

«Ma cosa sta facendo?»

«Ecche ne so? Ogni volta fa qualcosa di diverso.»

«Cioè?»

«Boh… ad esempio lo vedi sdraiato sui parapetti che sono sopra i sottopassaggi, con la schiena appoggiata al muro o ad un pilastro, che dorme, oppure si mette seduto e guarda le persone che passano e le segue con lo sguardo, magari gli va anche dietro a piedi, a volte alcuni si infastidiscono e vanno via a chiamare i poliziotti che girano per la stazione.»

«E che gli fanno?»

«Ma niente! Cosa vuoi che gli facciano? Non possono far nulla se se ne sta buono, in fondo non ha mai fatto niente a nessuno. Qui non c’è un padrone che comanda. I ferrovieri non possono prenderti e mandarti via, tanto meno i viaggiatori. E i poliziotti neanche, se non fai qualcosa di male… poi a volte lo vedi che si prende una bibita ai distributori oppure che si fuma una sigaretta e tante volte un sigaro.»

«Un sigaro? E dove lo trova?»

«Boh! Ci sarà qualcuno che glieli dà, ci sono altri barboni che girano qui alla stazione, un po’ più normali di lui, che vanno anche alle mense per i poveri…»

«Lui non ci va?»

«Credo di no, l’ho sempre visto mangiare qui in stazione, gliene portano i suoi amici, si vede che gli portano anche i sigari…»

«Ma non ci sta con la testa?»

«Non so, non credo sia proprio apposto, lo vedi che sguardo che c‘ha? Non l’ho mai sentito parlare con nessuno, non so neanche che voce ha… bisognerebbe chiedere ai poliziotti. Qualche volta li vedo parlare con lui, oppure anche i ferrovieri, quando lo sgridano e cercano di mandarlo via forse risponde… anzi no, aspetta, una volta l’ho sentito. Cioè ho sentito una serie di parole borbottate…»

«E cosa diceva?»

«È stato una volta, mentre aspettavo il treno qui sulla banchina, c’era anche lui tra la gente, come al solito, sembrava fosse lì che gironzolava come sempre, solo che quando il treno è arrivato è salito anche lui. Io mi ero seduto e l’ho visto passare vicino a me e sedersi pochi posti più avanti di me. Hai presente gli spazi che ci sono tra i poggiatesta?»

«Sì…»

«Ecco, era seduto praticamente di fronte a me e lo vedevo in faccia attraverso quello spazio. Era seduto da solo e si guardava intorno.»

«E dov’è andato?»

«Non lo so, non mi ricordo se è sceso dal treno prima o dopo di me.»

«Beh, e allora, cos’ha fatto?»

«Niente, solo che dopo un po’ arriva un controllore…»

«E lui non aveva il biglietto.» disse, con l’aria di chi lo sapeva già.

«No, pensavo anch’io che non ce l’avesse e che si sarebbero messi a discutere. Invece il biglietto ce l’aveva.»

«E allora?»

«Allora la discussione ci fu lo stesso. Perché doveva andare a Rimini e il biglietto era apposto, però, mentre il controllore gli spiegava che a Bologna doveva cambiare treno, lui continuava a dire che doveva andare a Rimini. Come se non lo ascoltasse.»

«E poi?»

«Non so come sia finita. Mi pare che se ne siano andati tutti e due a discutere nello spazio che c’è tra due carrozze, dove la gente non sente. Poi sarà sceso a Bologna, che ne so…»

«E cosa diceva?»

«Mah, non si capiva proprio bene, anche perché non è che sono stato ad ascoltare, deve aver detto tipo "vado a Rimini" e continuava a ripeterlo ogni volta che il controllore diceva la parola "Bologna", oppure ogni volta che gli chiedeva di seguirlo per andare nel vano tra i due vagoni diceva "No no no"… ah sì ecco, adesso mi ricordo come lo chiamano, si chiama BeppoNo, non Beppo, è BeppoNo il nome giusto, credo sia perché risponde sempre no… comunque parlava con la bocca mezza chiusa, non si capiva bene cosa diceva, biascicava le parole, se le mangiava…»

Si vedeva il muso del treno che entrava in stazione sul binario due. Il treno di Rosati. Le luci accese, cominciò a rallentare poco prima di giungere di fronte ai due colleghi. Una volta fermo, Rosati si affrettò verso la porta di un vagone di seconda classe, dove già si era formata una folla.

«Non ho ancora capito perché i vagoni di prima classe si trovano sempre al centro del treno, così quando si ferma le persone devono sempre correre a destra o a sinistra per salire su quelli di seconda, lo sanno che ci mettiamo tutti verso il centro del binario e alle estremità non c’è quasi mai nessuno, penseranno mica che andiamo tutti in prima? E poi così succede sempre che i vagoni che stanno in mezzo sono pieni di gente e metà sta in piedi e quelli all’inizio o alla fine sono mezzi vuoti…»

«Il treno interregionale numero 4264 delle 17.12, proveniente da Bologna Centrale e diretto a Venezia Santa Lucia, è in arrivo al binario due, anziché al binario uno, con un ritardo di quindici minuti. Ferma nelle stazioni di…»

«Alleluia!!»

 

Al primo binario due ragazzi arrivavano dopo una giornata di lezione all’Università. Perché il treno partisse mancavano ancora dieci minuti, quindi andarono verso la fila di sedili, installati da poco, per sedersi. BeppoNo camminava poco dietro loro. Quando quello con la giacca nera stava per posare lo zaino su uno dei sedili si sentì: No!

Questo allora si girò e vide BeppoNo che si lanciava a sedersi su quel sedile. Si sedettero allora due sedili più in là.

BeppoNo era seduto con una sigaretta accesa tra le dita.

Dei due ragazzi, quello con la giacca nera lo guardava, un po’ scocciato da quel che era successo, l’altro invece parlava tranquillo.

Dopo pochi secondi BeppoNo si alzò e andò a sedersi sul sedile al capo opposto di quella fila e allora il ragazzo che lo guardava si infuriò ancora di più.

Poi però si alzò di nuovo e ritornò al primo sedile. Allora il ragazzo cominciò ad essere più incuriosito che arrabbiato.

Si alzò ancora e tornò al secondo sedile. Allora quello che parlava, cominciando a vedere BeppoNo che gli passava davanti ogni tre secondi per cambiare posizione, si interessò pure lui a quel fatto.

BeppoNo ritornò ancora al primo sedile e poi di nuovo al secondo e avanti così per una decina di volte.

Le prime volte stava seduto per qualche secondo, come se dovesse sentire quale dei due fosse il più comodo – cosa senza senso, dato che tutti i sedili erano uguali – poi prese ad alzarsi e spostarsi meccanicamente, senza mai fermarsi. Si alzava, camminava fino all’altro sedile, appoggiava il sedere, scattava in piedi e via di nuovo.

Finché, dopo un minuto passato a far così, si accomodò definitivamente sul secondo sedile.

I due, soprattutto quello che l’aveva osservato fin dall’inizio, fecero dei risolini contenuti e si scambiarono occhiate d’intesa, non sapendo in realtà che pensare di quel comportamento, considerandolo un pazzo, probabilmente.

Poi si rimisero a chiacchierare, messi in modo che quello con la giacca nera dava le spalle a BeppoNo.

Allora BeppoNo iniziò il suo discorso, un monologo.

«…Già, non prendertela con me, è colpa tua, sei tu il bugiardo, non c’entro io. Bugiardo. Guardami, lo sai che non è vero, eh? Girati… falso. Sei un falso, non è colpa mia, continua pure a far finta di niente, tanto è colpa tua non puoi sfuggire, ti trovano, sai? E io non vengo con te poi perché sei tu che sei falso e io non c’entro, va bene? Capito? Sei tu che sei falso io no…»

All’inizio il ragazzo non fece caso alle parole dell’uomo, poi, aumentando il volume del suo monologo, cominciò a sentirle e ad ascoltarle. Cominciò anche a chiedersi con chi parlasse.

L’altro, che invece vedeva BeppoNo in faccia, era convinto che stesse parlando con loro, perché era rivolto verso di loro e li osservava.

«…Dove vai? Guarda che ti prendono, sta’ attento, io non ti aiuto più, ti arrangi se vuoi dire ancora bugie, io non le dico, no! Allora non ti voglio più vedere, vai pure tanto ti trovano…»

Si erano alzati per salire sul treno, lasciandolo veramente a parlare da solo.

 

«…Chissà dove dorme di notte… starà mica in stazione? e dove si mette? per terra… sui parapetti… sì e poi si gira e patapunf… avrà qualcuno che lo ospita di notte… dai, andrà in uno di quegli alloggi per i poveri, come cavolo fa Rosati a sapere se va o no alla mensa o se ci va a dormire? mica ci passa tutto il giorno qui in stazione, come fa a vederlo mangiare se prende il treno alle cinque del pomeriggio? quante balle che mi ha detto allora, chissà se l’ha visto in treno davvero, che ci va a fare a Rimini? dove li prende i soldi, fa mica l’elemosina, no? e poi dov’è che si cambia o si pulisce? starà mica sempre con gli stessi vestiti, dovrà cambiarsi o pulirsi ogni tanto, e dove va?…»

Guardava fuori dal finestrino la campagna coperta da un sottile strato di nebbia che cominciava ad alzarsi. Il treno era stracolmo di persone – tutti i giorni lo era – ma lui saliva in una delle prime stazioni e trovava sempre posto per sedersi. Metà dei viaggiatori invece restava in piedi.

Poi si disse:

«Ma a me che me ne frega di tutte ‘ste cose? ma perché ci penso? cosa c’ho? chemmenefrega… lascialo lì, cosa importa, faccia quel che vuole, dormi dove vuoi e mangia con chi vuoi, a me non me ne deve fregare niente, dai, devo solo andare al lavoro e poi prendere il treno e poi tornare a casa, mangiare, farmi i cavoli miei, poi dormire e svegliarmi e di nuovo così, e lui che c’entra? niente! basta così… che devo preoccuparmi a fare? tanto come faccio a sapere tutte ‘ste cose… mica me le dice, va dove devi andare e lasciami in pace, smettila di venirmi vicino e siamo apposto, ok? ecco tu non ti siedi più vicino a me e basta così, ognuno si fa il suo di lavoro e apposto così…»

Aspettò che tutti quelli che erano nel suo vagone si fossero spostati verso l’uscita, poi si alzò, si stiracchiò, indossò il cappotto e si incamminò verso l’uscita. Facendo così non perdeva tempo a far la fila per scendere, pressato tra tutta la gente, e aveva tutto lo spazio che voleva per alzarsi e vestirsi, senza nessuno che lo disturbasse. Scese dai due gradini del vagone e si diresse verso l’uscita.

Quella mattina non vide Rosati, né lo cercò.

Lo vide il pomeriggio, che ormai era sera d’inverno, ma era indeciso su cosa fare. Se avvicinarsi ad aiutarlo o fare come s’era detto quella mattina in viaggio.

Un barbone era seduto su di una panca nell’atrio della stazione. Non era BeppoNo.

BeppoNo gli stava davanti e gli teneva in mano una bottiglia di coca-cola.

«Ci sono i sbirri?»

«Li ho visti fuori...»

«Alora me tocca ‘ndare fuori a fumare… dai, ‘iutami a tirarmi su… uff!…»

BeppoNo lo prese per una mano e lo tirò in piedi, poi lo prese sottobraccio e lo sostenne, facendolo camminare.

Allora l’altro barbone disse ridendo:

«Eh! Un zoppo che aiuta n’altro zoppo…»

«Il treno interregionale numero 4652 delle 17.12, proveniente da Bologna Centrale e diretto a Venezia Santa Lucia, è in arrivo al binario uno. Ferma nelle stazioni di…»

Anche quel barbone era zoppo, ma molto più di BeppoNo. Per questo si faceva aiutare. Forse in quei giorni il freddo lo faceva zoppicare ancora di più, procurandogli più dolore.

BeppoNo lo sostenne e lo accompagnò fino al primo binario, all’aria aperta, dove gli accese una sigaretta.

Aveva solo voglia di fumare. Per un minuto o due BeppoNo lo lasciò appoggiato ad un palo che si trovava vicino al primo binario.

Lui era ancora fermo ad osservarli, poco distante.

La sigaretta era finita, allora BeppoNo gli si avvicinò e lo riprese sottobraccio. Cominciarono ad incamminarsi, a passi brevi e lenti, ancora verso l’atrio.

Solo che ora c’erano molte persone che si affrettavano verso il treno che era fermo al binario uno e che era in procinto di partire.

Una di queste, correndo, urtò i due che procedevano a braccetto e li sbilanciò.

Lui aveva osservato tutta la scena e, dirigendosi verso il treno, si era trovato a pochi passi dai due, così, quando vennero urtati, si lanciò per sostenerli ed evitare che cadessero.

Se non fosse intervenuto probabilmente sarebbero davvero caduti.

Afferrò l’altro barbone per un braccio e lo tenne in piedi.

«Cosa vuoi? Non ho gniente per te, sai?» disse, guardandolo come un cane cui cercassero di portare via il cibo. BeppoNo invece non lo guardò nemmeno.

Le porte automatiche, intanto, erano scattate. Il treno si muoveva.

Allora si staccò dai due, che procedettero pian piano verso la panca, si voltò verso il binario e osservò il treno che si muoveva lentamente.

«…Potrei correre e far scattare le porte in corsa… no… meglio di no… porca vacca! l’ho perso! adesso mi tocca aspettare un’ora!»

Il treno passava sempre e soltanto al minuto 14 di ogni ora.

Aspettò un’ora seduto ai sedili montati al primo binario.

Prese il treno successivo, maledicendo per tutta quell’ora se stesso, BeppoNo e quel barbone.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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