La vecchia
di Leandro Pareschi
Quel cane era il simulacro di tutti i miei odi. Ed ora provo una certa soddisfazione ad usare il passato per parlarne.
Non che ne avesse colpa lui direttamente, ma non era neanche mia, se in esso trovavano comunque posto tutti i miei malesseri.
La colpa era – lo è ancora – della sua padrona.
Non posso dire di apprezzarla granché. In effetti i miei sentimenti verso di lei si restringono al puro odio. Sfortunato quel cane ad essere in suo possesso.
Perché, non potendo evidenziare del tutto tali sentimenti direttamente su quella donna, a causa di mia moglie, dovetti deviarli. E lui rappresentava benissimo l’essere che meritava il mio odio. Non solo perché ne era posseduto, ma anche perché avevano la stessa peculiarità: abbaiavano.
Aggiungendo il fatto che non ho mai sopportato i cani, ed in particolare il loro latrare, ecco spiegato tutto. Non potevo che odiarlo.
Ma non fu un grande problema, in principio. Finché riuscii a porre cinquanta chilometri tra me e lui, e quindi la padrona, potevo semplicemente cullarmi nella mia sensazione latente di odio ed alimentarla poco poco ogni giorno, senza bisogno di darle sfogo: mi era sufficiente sapere che c’era quella distanza tra noi.
Le occasioni, però, in cui mi trovavo in presenza dei due animali, ero costretto a trattenermi, ma solo per amore di mia moglie.
La quale, cosa molto comprensibile, non odia sua madre quanto la odio io. E quindi nemmeno quel cane.
A me stava anche simpatico, all’inizio, ma fu quando cominciai a notare la sua somiglianza con mia suocera che iniziai ad averlo in odio. In realtà non capii mai chi dei due era il modello e chi quello che gli somigliava (io propendevo a considerare mia suocera come somigliante alla bestia, mentre mia moglie, ovviamente, il contrario, ma ciò, almeno, mi dava il conforto di sapere che pure lei coglieva la vicinanza tra i due).
Così come Luna abbaiava, seguendo la sua natura canina, allo stesso modo faceva la vecchia, con lo svantaggio che dalla sua bocca uscivano parole umane che, nei casi in cui fossero – sempre velatamente – indirizzate a me, non sortivano effetti, data la mia completa noncuranza nei confronti del suo esistere.
Cosa che non capitava se erano invece rivolte a mia moglie. Allora la bestia ero io.
L’unica cosa che non le permetto è di mettere il suo becco in quello che sua figlia fa o è. Ormai non è più il tempo di rimproverarla, ma forse non lo capisce.
Sostengo l’ipotesi che alieni debbano averle impiantato qualcosa negli occhi o nel cervello. È l’unica spiegazione al fatto che continui a vedere la figlia ancora come una bambina incapace. Perché questa è la sua unica occupazione, quando siamo con lei. Non c’è cosa che lei faccia che le vada bene, avrebbe dovuto essere fatta sempre in un modo diverso. E migliore. E ce lo abbaia.
E Luna le dà manforte nel momento in cui, arrabbiato, comincio ad alzare la voce. Così, mentre Luna tenta di difendere la padrona, Angela, mia moglie, tenta di calmarmi, riuscendoci sempre.
Da tutto questo deriva il mio segreto desiderio omicida. Che sarebbe rivolto alla vecchia ma, a causa di una specie di repressione psicologica attuata da Angela – di cui l’odiosa vecchia è pur sempre la madre – si è trasferito su Luna.
Credo di aver immaginato almeno una quarantina di modi per ucciderla, figurandomi nella testa ogni minimo passaggio e sostituendo però il corpo della vecchia con quello del cane, per il motivo già detto.
I momenti in cui immagino queste cose sono sempre molto sereni e mi ritrovo molto più felice e sollevato dopo averlo fatto, credo per la soddisfazione di provocare un po’ di dolore a quella vecchia e gustarmi così una meritata vedetta.
Mi spiace soltanto di non essermi potuto esimere dal mettere in pratica tale proposito.
E la gioia è più grande se penso che tutto è stato possibile proprio grazie alla vecchia! Fu lei che volle, implorò e supplicò di accoglierla a casa nostra, perché da sola non ce la faceva più.
«Benissimo… una casa di riposo, in cella d’isolamento. Fai buttare la chiave e il discorso è chiuso. Tutti i problemi risolti.» fu la mia contro-proposta.
Angela non fu d’accordo.
«E poi non esistono celle d’isolamento.»
«Vabbè, se paghiamo vedrai che la fanno apposta per lei…»
Fu così che la camera degli eventuali ospiti divenne occupata a vita.
Non solo dalla vecchia. Ma pure dal cane, dalla sua ciotola, le sue foto – le sue foto! – i suoi guinzagli, coperte, cuscini e altre cose inutili per un cane.
E poi da tutte le idiozie della vecchia. Che si riducevano ad un campo soltanto, quello degli articoli religiosi: crocifissi, santini, rosari, acque sante, statuine e soprattutto libri, che parlano di tutti i santi, gli angeli, i martiri e i figli di Dio che si possa immaginare.
E poi si lamenta se io la critico! Una così fervente nella religione che continua a bacchettare la figlia come fosse una demente, senza accorgersi di quanto bene le vuole Angela a tenerla qui e a non farle pesare quel comportamento. Se qualcuno andrà in paradiso, quella è Angela, non certo la vecchia.
E nemmeno io.
Così Luna divenne la colonna sonora delle mie giornate ed ogni volta che la vedevo avevo la tentazione di usarla come pallone. Con l’accortezza però, adesso, di sostituire mentalmente il suo muso con quello della vecchia. È incredibile che proprio una che predica tutto il giorno di non peccare, poi induca in tentazione chi le è vicino! Ma i miei piedi furono sempre tranquilli.
A differenza della mia testa, che si risolvette a mettere in atto il piano omicida. Il più raffinato di tutti, che non solo toglieva di mezzo l’animale, ma causava un enorme dolore anche alla vecchia. Anche se io pensavo che invece l’avrebbe un poco confortata sapere che il suo cane era diventato un martire e quindi forse anche un santo.
Invece la vecchia non la prese esattamente in questo modo.
Ricordo precisamente il suono che udii levarsi – immagino dalla sua bocca, ma non ne sono sicuro – al momento in cui capì cos’era successo a Luna. La mia fortuna fu che non ero presente nel momento in cui aprì la lettera. Altrimenti mi sarei messo a ridere a crepapelle.
Smascherandomi.
Sentii invece quel lamento canino provenire dalla sua camera, dove credo avesse eretto un altare al dio dei cani per far sì che la sua Luna ritornasse a casa, dopo tutto quel tempo.
Mi pare di aver fatto trascorrere non meno di un mese, prima di informarla, tramite lettera anonima, di dov’era finito quel cane.
Un mese felicissimo. Senza più abbaiare (almeno quello vero, perché quello della vecchia rimaneva, ma almeno non era più rivolto a me e Angela, ma soltanto al fato che le aveva fatto smarrire il cane), né tentazioni di tipo calcistico.
Un mese a godermi i lamenti della vecchia che ci incitava ad organizzare una gigantesca ricerca del cane, alla quale io non potevo che mostrarmi totalmente indifferente e Angela un po’ scettica circa le possibilità di riuscita. La sua convinzione era che sarebbe tornata da sola, spontaneamente.
Se ancora fosse stata viva – aggiungeva Angela, consapevole di ogni eventualità.
Non so cos’avrei pagato per vedere la vecchia contenta della foto del suo cane martirizzato. Non capiva che ora era in paradiso nella comunione dei cani? Niente di meglio che quello per arrivare direttamente di fronte al grande dio Bau.
Eppure lei non lo capiva, e io non tentai nemmeno di spiegarglielo. Chi predica per una vita una certa cosa e poi non riesce ad applicarla alle situazioni reali non ha mai meritato il mio aiuto per farlo. Tanto meno in questa situazione, in palese odore di santità. Per il cane ovviamente.
Credo che un cane crocifisso non fosse mai stato visto. Forse neanche mai immaginato, soprattutto dalla vecchia. Eppure avrei scommesso che la visione di quella foto le avrebbe rafforzato la fede. Sicuramente quella nella morte del cane, almeno.
E che si mettesse quindi il cuore in pace, smettendola di attenderne il ritorno.
Ritorno alquanto difficile. Fosse dovuta partire dall’aldilà, credo sarebbe stato impossibile, ma avevo ragione di ritenere che anche da una distanza di trecento chilometri tale ipotesi era molto improbabile.
E visto che il coraggio di mandarla al paradiso dei cani non l’avevo avuto, dovevo fidarmi di quella previsione. E dell’inesperienza della vecchia e di Angela. Che non ebbero alcun dubbio sulla verità di quella foto messianica. Un fotomontaggio tra i migliori riuscitimi, dopo alcune settimane di foto e di lavoro al computer del mio ufficio, che pareva vero anche a me.
Cose rispetto alle quali, prendersi un giorno di ferie, senza farlo sapere a nessuno, partire da casa con Luna e portarla oltre i confini dello Stato e affidarla ad un canile dicendo di averla trovata per strada, fu come bere un bicchiere d’acqua fresca.
La cosa che più mi rincuorò quel giorno fu vedere gli occhi di Luna mentre la lasciavo. Non sembrava spaventata. Mi fece credere di essere felice pure lei per quella liberazione, io di sicuro lo ero.
Tanto che mi resi conto che non avrei potuto farle niente di male, dato che la colpa non è sua. Forse per quello avevo fin da subito deciso di non ucciderla, ma di farla sparire lontano.
E quando tornai a casa mi domandai se avrei fatto lo stesso con la vecchia.
Credo che la risposta sia no. Trecento chilometri non sono sufficienti, neanche mille. La distanza tra cielo e terra forse lo è.
Ma non ho ancora deciso quale soluzione adotterò. Credo dipenderà dalla preferenza della vecchia. Ho scoperto molti altri metodi per martirizzare. Ma non so ancora quale sia il santo preferito dalla vecchia.
Sarà sua la scelta.

