Rose rosse
di Leandro Pareschi
Prese la sciarpa dall’appendiabiti e se la mise addosso facendola passare dietro la testa, in modo che le due estremità gli cadessero davanti.
«Mamma, io vado.» disse, aprendo la porta di casa.
Oltrepassandola si tastò la tasca e sentì che il portafoglio c’era.
Il primo piede scese dallo scalino senza problemi, mentre il secondo capitò in una buca, lasciata da una delle pietre di porfido che lastricavano la stradina stretta dove viveva e sulla quale la porta di casa dava direttamente. Girandosi per tirare la porta a sé e chiuderla prese con la mano destra il capo di sciarpa che gli pendeva dall’altra parte e se lo buttò dietro la spalla destra. Si coprì il collo e la bocca, per evitare di prendere freddo.
Anche se sapeva che non gli avrebbe fatto nulla, odiava sentire l’aria fredda sul collo e soprattutto sugli orecchi.
Si avviò a piedi verso la fioreria. Non aveva appuntamento, perché per la fioreria non serve, ma era come se lo avesse. Aveva programmato tutto da una settimana.
L’altra cosa che odiava erano le foglie secche che ricoprivano le strade. Sapeva che nessuno si ferma a raccogliere le cacche del proprio cane e le foglie nascondevano e mimetizzavano bene quelle cose schifose. Lo aveva imparato a sue spese.
«Vorrei un mazzo di rose.»
«Colore?»
«Rosse.»
«A gambo…?»
«Sì.»
«Sì cosa? A gambo lungo o corto?»
Questa cosa non l’aveva considerata, era la prima volta che metteva piede in una fioreria.
«…Mmh…» ci pensò un decimo di secondo. «A gambo corto.»
«Quante ne vuoi?»
«Non molte… non so quante, così, per capirci.» Con le mani fece vedere al fioraio il diametro che avrebbe voluto per il suo mazzo.
Per riempire quel diametro ne occorrevano una decina.
Infilò la mano sinistra nella tasca e ne cavò il portafogli. Lo aprì e guardò sconsolato le banconote che c’erano dentro. Doveva dare molti di quei pochi soldi che aveva al fioraio.
Un po’ a malincuore lo fece, prese lo scontrino e lo mise nel portafogli. Prese il mazzo di rose in mano.
«La ringrazio, arrivederci.»
«Arrivederci.»
Uscì dalla fioreria e tornò sulla strada. Fuori del negozio girò a sinistra e riprese a camminare. Andava a passo non troppo veloce – era in anticipo sull’orario dell’appuntamento – guardandosi intorno, attento a non far cadere o a sgualcire il mazzo di rose.
Passando vicino ad una fermata dell’autobus, piena di persone in attesa, vide una ragazza ed ebbe un po’ di pena per lei. Anche lei aveva un mazzo di rose in mano, molto più grande del suo però.
«Quando sale in autobus, se non lo trova mezzo vuoto, come fa a tenere tutte quelle rose in modo che non si sciupano?»
Non aveva risposta.
«Tanto io non devo prendere l’autobus, per fortuna.»
Si fermò dall’altra parte della strada per guardare cosa avrebbe fatto la ragazza, incuriosito da queste sue riflessioni. Stava fermo, in piedi, col suo mazzo di rose proprio al centro del petto, col loro profumo che gli arrivava alle narici.
Qualcuno, tra quelli alla fermata dell’autobus, si accorse di lui, fermo ad osservarli, qualcun altro, che stava vicino alla ragazza con le rose, si accorse della somiglianza e fece un sorriso.
La ragazza era conciata in modo un po’ strano. Aveva, in pieno inverno, un paio di scarpe ballerine, che praticamente le coprivano soltanto le punte e i lati dei piedi.
Violette.
Stesso colore dei collant. Pesanti abbastanza da riparare almeno un po’ dall’aria fredda. Faceva comunque venire i brividi a chi guardava, quell’abbigliamento.
L’abbinamento di colori non era finito lì però. Anche la gonna aveva lo stesso colore, ma più acceso. Una gonna che arrivava fin sotto il ginocchio.
Scarpe, collant e gonna violette. Più il cappellino. Uno di quei cappelli di seta a tesa larga, molto eleganti. Tutto violetto.
Il maglione, almeno quello, era scuro e la faceva sembrare non del tutto pazza. Il resto però bastava a far sì che tutte le persone che le passavano vicino la osservassero stupiti.
Non solo per i colori. Sembrava pronta per andare a fare una scampagnata di primavera. Solo che era pieno dicembre.
L’autobus 13 arrivò con i soliti minuti di ritardo e si fermò alla fermata, impedendogli di vedere ancora la ragazza.
Quando ripartì, la ragazza non era più alla fermata. Alle persone di prima se ne erano sostituite altre, che si affrettavano ad andarsene da lì.
L’aveva persa e un po’ se ne rammaricava.
Così, ancora curioso di sapere cosa avrebbe fatto la ragazza sull’autobus, ricominciò a camminare.
«Che stupido! Perché non ho pensato che poteva prendere proprio quello? Che figura da scemo a star lì fermo e ripartire allo stesso momento dell’autobus… Perché non ho guardato meglio? Perché? …Noo! Potevo guardare almeno quante persone c’erano… Cacchio!»
Non aveva avuto l’idea di guardare quanta gente c’era sull’autobus.
Solo allora si accorse di come era vestita.
«Che modo strano di vestirsi… non si sente osservata? Bisogna essere matti per andar fuori così…»
Un po’ però lo capiva cosa provava quella ragazza a vestirsi così. Anche lui non era proprio un genio con i colori.
Aveva un giubbotto di velluto a coste marrone, il suo preferito e che amava mettere più di ogni altro. Ma il suo armadio conteneva soltanto una sciarpa.
«Cosa me ne faccio di altre? Questa va benissimo, tien caldo, comoda, colorata, un po’ ingombrante forse, ma cavolo se mi piace, non me ne frega niente se agli altri non piace. »
Non ne servivano altre, quella funzionava benissimo. Quindi la metteva con qualsiasi giubbotto. Di qualsiasi colore fosse. Solo che col marrone non stava per niente bene.
Era blu e azzurra. L’aveva fatta sua mamma coi ferri da maglia, con una lana molto soffice e calda, dei colori che lui preferiva.
«E chissenefrega dell’abbinamento col giubbotto.»
Gli restava comunque un po’ di timore nell’andare in giro così. Sapeva che le persone per strada a volte lo guardavano con faccia un po’ strana e immaginava fosse proprio per i due colori insieme. O forse solo si immaginava che lo guardassero in modo strano.
Erano in particolare le signore da una certa età in su che lo squadravano da testa a piedi e mostravano facce inorridite a quei colori.
«Anche a lei non importa niente di quei colori, sennò non se li metteva mica, poi magari piacciono a quello che deve dare i fiori, però cavolo, un po’ si sentirà osservata, se vai in giro così è impossibile che nessuno ti guarda e ti giudica e non è giusto che ti giudicano per come ti vesti, non è mica proibito mettersi robe strane, se voglio mettermi la gonna, anche viola, va bene che mi guardano, ma che mi giudicano no, farò quello che voglio, no? faccio mica male a qualcuno se mi metto la gonna, sarò strano, ma cosa te ne frega? mica vado in giro a criticare quelle che girano con la schiena fuori che si vede anche il culo o quelle che si mettono le maniche corte sopra le maniche lunghe, andrà al contrario, no? e allora perché gli altri devono criticare quello che mi metto io… … poi che ne so se mi guardano davvero, magari mi sembra solo, magari sono strabici tutti, o guardano che sembra guardano me ma però guardano da un’altra parte e io credo che mi guardano male invece non gliene frega niente, come faccio a saperlo io cosa pensano gli altri? penso di sapere cosa pensano gli altri perché provo a immaginare cosa gli altri possono pensare a vedermi me o a fare altre cose, allora quello che credo gli altri pensano lo penso io ma non so se lo pensano davvero, sono io che lo creo e poi mi dico che gli altri pensano così e se credo che pensano male di me allora li odio e non ci parlo o rispondo male e magari loro non pensano quelle cose che io credo loro pensano e allora li tratto male senza che se lo meritano e poi loro pensano che io sono così sempre e invece non sono così e però allora pensano delle cose di me che non sono vere perché io non sono così e si va sempre avanti così, che con nessuno ci conosciamo come siamo, perché anch’io penso di lei che forse oggi mi vuol vedere solo perché le faccio pietà ma invece magari lei è contenta di vedermi, ma io non lo so e credo che non gliene frega niente di me e invece lei ci tiene però capisce che io credo una cosa diversa e allora crede anche lei una cosa diversa e poi allora capisco un’altra cosa e via così, come faccio a capire cosa pensa e essere sicuro che sia la verità, ci sono volte che neanche io so la verità su me stesso, se me la chiedono potrei rispondere una bugia, ma non apposta, perché non so bene cosa penso neanch’io e come si fa sapere la verità sugli altri allora se non te la dicono diretta?»
Camminava lentamente per la strada pensando così, sottolineando con espressioni del viso le varie parti del discorso che gli scorreva in testa, muovendo le mani o le dita, rallentando o allungando il passo, finché non si accorse di quello che faceva.
«Se qualcuno mi viene dietro e guarda quello che faccio e come mi muovo pensa sì che sono strano che parlo e ragiono da solo, però tutti parlano e ragionano da soli, no? però questo pensa che sono un po’ strano a farlo lungo la strada, chissà che pensieri si fa di me e io però mi incavolo se so che pensa una roba del genere perché non mi va che mi giudicano su quello che faccio nella mia testa e come mi comporto se non faccio male a nessuno, perché deve discutere con me? ma non discute con me, con chi cavolo parlo? e poi perché qualcuno dovrebbe venirmi dietro?»
Era fermo ad un semaforo pedonale, uno di quelli interminabili, che non arriva mai il verde, o così sembra, forse perché la strada era molto trafficata e il passaggio di molte auto dava l’impressione che il tempo si allungasse.
Le persone si ammucchiavano su entrambi i lati delle strisce man mano che il tempo passava. Era circondato da persone da tutti i lati, più o meno in seconda fila, pronto a partire al via. Teneva il mazzo di rose ben distanziato dagli altri corpi e lo teneva ben osservato. Al suo fianco destro un vecchio, barba e capelli – pochi – bianchi, giaccone consumato di un colore tra il nero e il marrone, pantaloni di velluto azzurrino, scarpe sporche di fango.
Non l’aveva notato, intento ad osservare le sue rose e il semaforo. Non gli aveva rivolto uno sguardo, tanto quanto non l’aveva rivolto alle altre persone che erano in attesa. Era uno tra i molti. Non osservava nessuno. Temeva che guardare una persona comportasse uno sguardo di ritorno, critico ed indagatore. Cosa che odiava. Per evitarlo, non guardava nessuno, almeno non in faccia. Osservava vestiti e movimenti, anche per evitare di finirci addosso, ma niente più.
Qualcosa vibrò nella tasca interna del giubbotto. Era il cellulare.
"dove 6?"
"sn a 5 min da te. via dante al semaf. arrivo tra poco"
«Laura. Bel nome.»
Si girò a destra. Era il vecchio che aveva parlato.
«È la tua ragazza?»
Il semaforo era diventato verde, così partì, dietro alle altre persone, il vecchio sempre al fianco.
«Non me lo vuoi dire?»
Non era ancora convinto che parlasse con lui. Poteva anche parlare da solo, chissà?
«Parla proprio con me, chi è? cosa vuole?» pensò.
Non sapeva se rispondere o strasene zitto e andare via.
Decise per quest’ultima. La gente ormai aveva preso le sue strade e la via era libera. Allungò il passo, sperando di allontanarsi dal vecchio.
Questo però camminava veloce quanto lui, così se lo ritrovò subito dietro, la prima volta che si voltò.
«Vai da lei?»
Era molto scocciato da questa intromissione, e voleva liberarsi di lui.
«Come faccio adesso? perché non te ne vai? vavvia!» pensò.
«Allora, ci vai?»
Decise di rispondere, smettendo di ignorarlo, forse così sarebbe stato soddisfatto e sarebbe andato via.
«Cosa vuole?»
«Vai da lei?»
«Da chi?»
«Da Laura.»
«Cosa ne sa lei? Mi conosce?»
«È la tua ragazza, vero? E sei geloso. Hai paura che te la porti via io. Non ti preoccupare, non ho più l’età per queste cose. Puoi dirmelo tranquillamente.»
«Cosa ne sa di me? E di lei?»
«Vedi che allora vai da Laura.»
«E allora? Cosa interessa a lei? Perché mi segue?»
Stava continuando a camminare intanto.
«La smetta! Non l’ho invitata a seguirmi. Cosa vuole? Perché non mi lascia in pace?»
«Non ti faccio niente, sai?»
«Vuole degli spiccioli? Se ne va se glieli do?»
«Guarda che non sono un elemosinante! Brutto impertinente! Non vado per la strada a cercar soldi!»
«E allora, perché mi viene dietro? Me lo vuol dire?»
«Così… ci deve essere proprio un motivo? Non si possono far le cose così perché ti viene da farle?»
«Cosa sta dicendo?»
«Mi sembravi un bravo ragazzo, con quelle rose in mano poi… e ti arriva qualcosa al cellulare e si chiama Laura e ti chiede dove sei… non posso accompagnarti?»
«Ha letto sul mio cellulare? Non doveva! Sono cose mie! Se ne vada!»
«Ti accompagno fin da lei. Manca poco, no?»
«Ma perché deve accompagnarmi? Non ho bisogno che lo faccia. Vada via per favore…»
«Non mi concedi un po’ di compagnia? Prometto che non faccio niente. Solo per parlare un po’. Sono sempre solo, per piacere…»
Era un po’ scosso da quelle parole. Si chiedeva se fossero vere o se era una scusa per qualcos’altro.
«Come faccio a sapere che è vero? cosa faccio? manca poco a casa di Laura, me lo porto dietro? e se poi lei lo vede, cosa crede? saranno cinquecento metri, cosa mi costa? lo faccio parlare un po’ e poi se ne va via quando arrivo da lei, non può venire pure lui, no? e poi tanto sta continuando a seguirmi, come faccio a liberarmi di lui prima di arrivare là? se me lo porto dietro, poi salgo in casa di Laura e lui se ne sta fuori e poi quando esco non lo trovo più ed è finita…»
«…Emmh …mmh ee… e va bene, possiamo parlare un po’ se vuoi.»
Un sorriso non troppo grande cominciò a comparire sulla faccia del vecchio. Da quell’espressione non gli sembrò particolarmente contento, ma osservando meglio i suoi occhi capì che in realtà lo era molto più di quel che lasciava vedere.
«Almeno così faccio qualcosa di buono, o no? magari se lo racconto a Laura lei pensa che sono una buona persona e le sono più simpatico, che ne so, si commuove o fa un gran sorriso e mi dice "ma dai, non pensavo che fossi così gentile" con un sorriso così, e mi guarda felice e poi mi dà un bacio sulla guancia, magari, mi piacerebbe tanto un bacio… e se invece mi dice che sono uno stupido, che non dovevo dare confidenza a uno che ho trovato per strada, vestito così poi, che poteva essere un maniaco, e allora pensa che sono un ingenuo e credulone e allora basta, non mi vuol più vedere… allora non glielo dico che l’ho trovato per strada e che c’ho parlato, sì meglio che non glielo dico, sto zitto e faccio più bella figura.»
«Allora andiamo da Laura?»
«No, calmo, io vado da Laura, lei, se vuole, fa un po’ di strada con me, poi se ne va. Io solo vado da Laura.»
«È bella?»
«Cosa…? Cosa le importa?»
«È una bella ragazza, vero? Sennò non le andavi dietro…»
«Guardi che manca pochissimo che io sia arrivato, non so se le conviene sprecare questi pochi momenti per parlare di queste cose, non ha altro di cui vuol parlare?»
«Non va bene se parliamo di Laura?»
«No! Io vado da Laura, non lei, lei non deve neanche sapere chi è ‘sta Laura, ok?»
«Va beh, scusa, non ti arrabbiare, non voglio che ti arrabbi con me, voglio essere tuo amico… niente Laura allora…»
Continuando a camminare, stavano entrambi in silenzio, mentre il vecchio cercava un argomento di cui parlare.
«E quei fiori, sono per lei?»
«Sì.»
«Che fiori sono?»
«Rose rosse.»
«Sicuro?»
«Certo che sono sicuro! Non si vede?»
«Insomma…»
«Cosa dovrebbero essere? Non le sembrano rose rosse?»
«Rosse sicuramente sì, ma rose non lo so…»
«E come sarebbero fatte le rose?»
«Tu te ne intendi di fiori?»
«No… ma… cosa vuole dire? Lei se ne intende?»
«No.»
«E allora?»
«Pensaci, come fanno a essere rose rosse?»
«Perché?»
«Se fossero rose, sarebbero rosa, no? Io non ne so molto di fiori, però logica vuole o che le rose devono essere necessariamente rosa, oppure che tu stai dicendo una bugia, al massimo sono rosse rosse, no? oppure che chi te le ha vendute te le ha spacciate per rose, mentre in realtà sono qualcos’altro, che ti ha gabbato insomma. Magari le rose costavano meno di quei fiori che hai lì e ti ha venduto quei fiori, facendoti credere che siano rose, invece sono altri fiori che costano di più e tu li hai pagati per rose, no?»
«Ma da dove salta fuori ‘sto qua? perché non dovrebbero essere rose? …però …chissà, sembra convinto di quello che dice…»
Mentre pensava questo osservava bene il mazzo che teneva in mano e cercava di ricordare le immagini di rose che aveva in memoria.
«Ma che sto pensando, ma certo che sono rose! cosa sennò? Mi sta solo facendo casino in testa questo, è solo un vecchio pazzo o che ha voglia di andar in giro a rompere le scatole alla gente…»
«Io credo… che queste siano rose, pur non essendo rosa… sa che ce ne sono anche di gialle, blu e forse altri colori? Però, sì, forse è possibile che il fioraio mi abbia preso in giro, ma non credo.»
«Stai certo che è così, se possono, lo fanno sempre. A me una volta hanno cercato di vendere dei pantaloni, chiaramente difettati, pieni di buchi e graffi, dicendomi che erano di moda, che li facevano così apposta, e me li volevano fare pagare più di un paio fatti per bene, pensati!»
«È proprio meglio che a Laura non dico niente, se le racconto di quello che abbiamo detto pensa che anch’io sono mezzo matto e non mi vuol più vedere.»
«Sono quasi arrivato, sa? Ė tempo che ci separiamo, lei dovrà andare a casa, ma io non posso più tenerle compagnia.»
Si sentiva sollevato, era il momento in cui si sarebbe liberato da quella seccatura e poi avrebbe finalmente visto Laura. Era da due giorni che aspettava questo momento
«Aaahh… sono arrivato, finalmente ‘sta seccatura se ne deve andare… e adesso vedo Laura, dai… son due giorni che aspetto, era ora che arrivassi, sono in ritardo?»
Tirò fuori il cellulare dalla tasca di destra, dove l’aveva riposto dopo aver mandato il messaggio a Laura, e guardò l’ora.
«No, perfetto, allora suono, aspetto che aprono, dico chi sono chiedo permesso e quando Laura arriva le do i fiori e lei allora fa una sorriso così e mi dà un bacio, oppure mi abbraccia, uh! magari, sarebbe ancora più bello di un bacio!»
«Ha capito?»
«Sì, certo che ho capito, però abbiamo parlato così poco…»
«Gliel’avevo detto che mancava poco, mi spiace ma non posso farci niente.»
«Già.»
E se ne andava avanti a capo chino e un po’ sconsolato e triste.
«Posso almeno aspettare che ti aprano la porta di casa? Così stiamo insieme un po’ di più… per piacere.»
Erano entrati sotto un porticato, in una strada stretta, un senso unico con una corsia ciclabile sul lato opposto al senso di marcia delle auto. Le case erano a due o tre piani e così la strada era completamente chiusa da tutti i lati, tranne che verso l’alto, sembrava proprio una di quelle strade che si vedono nei film ambientati nel medioevo, strette, buie e piene di botteghe o casette tutte addossate le une alle altre. Gli piaceva moltissimo quel tipo di paesaggio architettonico.
«Oddio! che palle ‘sto vecchio! mi tocca tenermelo anche sulla porta di casa… vabbeh, tanto poi chi lo vede più?»
«Va bene, allora io adesso suono il campanello e lei se ne sta un po’ lontano, perché non deve salire in casa con me, ok? Poi quando aprono ci salutiamo e se ne va a casa, ok?»
«Sì sì, va bene così.»
La porta della casa di Laura era sotto il porticato.
Suonò il campanello che fece un suono lungo dritto e piatto, come quelli di una volta. Poi stette fermo ad aspettare una risposta al citofono.
«Allora devo dire subito chi sono, poi aspetto, aprono, saluto, chiedo permesso e poi i fiori…»
Passarono almeno 10 secondi e nessuna risposta.
«Che faccio? suono ancora? magari poi si scocciano perché ho suonato due volte e credono che sia uno impaziente e che non rispetto i loro tempi… però mi stanno aspettando.»
Suonò un’altra volta. Stesso suono di prima.
«Secondo me non ti aprono.»
A questa affermazione si alterò parecchio.
«Stia zitto.»
«Dai, andiamo via, non ti aprono più. Sennò avrebbero già aperto. Sei sicuro che sia l’indirizzo giusto? Forse hai sbagliato casa o orario, oppure sono tutti usciti, andiamo via.»
«La smetta! So benissimo quello che faccio, so dove sono e chi devo vedere. Stia lì fermo e stia zitto!»
«Ma dai, pensaci, quanto ci vuole per aprire una porta, è passato un minuto ormai, avrebbero già aperto.»
«Basta! Si può sapere cosa vuole? È comparso dal nulla, s’è intromesso senza essere invitato, le ho offerto un po’ di compagnia senza che le fosse dovuta, sono stato gentile e lei invece è da dieci minuti che si prende gioco di me o che mi fa credere di aver sbagliato tutto o che tutto quello che credo sia falso o sbagliato. Se ne vuole andare?»
In quel momento si sentì scattare la serratura della porta. Si voltò di scatto in tempo per vedere la porta aprirsi per mano di una persona che non era Laura.
Era la madre.
«Assomiglia a Laura nei capelli e negli occhi, no forse è Laura che le assomiglia…»
«Buongiorno signora Val…»
«Ah, sei tu! Scusa se ti ho fatto aspettare, ma ero al telefono con Laura.»
Vide il mazzo di rose.
«Ooh! Anche quelle! Laura mi aveva detto che sei un gran bravo ragazzo ma non dovevi disturbarti a comprare anche queste rose… comunque grazie, nessun altro ragazzo mi aveva portato delle rose, che io ricordi neanche mai mio marito…»
Prese in mano il mazzo di rose e le odorò.
«Veramente…» pensò. «Cavolo, perché mi ha preso le rose? non sono per te cavolo! Come faccio adesso? cosa do a Laura? …ha detto che Laura le ha detto che sono un bravo ragazzo, allora le sono simpatico! evvai! …perché era al telefono con Laura? non è in casa? ma mi ha detto a quest’ora!»
«Su entra pure. Prego.»
Si voltò un attimo per salutare il vecchio e lo vide appoggiato ad una delle colonne del porticato che sorrideva divertito rivolto verso di lui.
«Che odioso!» pensò.
Salì lo scalino per entrare in casa.
«Grazie. Permesso.»
«Su su, entra, dammi il giubbotto e la sciarpa.»
La donna chiuse la porta.

