Rumore
di Leandro Pareschi
Soltanto il rumore del nulla, tutto intorno.
Quel rumore lo avvolgeva e lui lo sentiva e lo vedeva.
Lo sentiva nella casa, dove si trovava solo, e lo vedeva di là dal vetro della finestra. Da lì vedeva il giardino, le case intorno, e poi la vasta campagna, fino alla linea dei monti.
Su tutto questo incombeva il cielo oscurato. Sarebbe stato un pomeriggio luminoso ma in ogni lembo il cielo era coperto da nubi, ora grigiastre, basse e vicine tanto da schiacciargli la vista, ora tra il nero e il bluastro, lontane e gigantesche, immobili, a coprire come un manto metà del cielo, quello visibile dalla finestra
Non c’era un alito di vento a muovere le foglie degli alberi. Sembrava che nemmeno le nubi ne ricevessero la spinta, come se dovessero restare lì e scaricarsi su quei luoghi in eterno.
Rari uccelli lanciavano gridi ma nessuno di essi volava. Se ne stavano rintanati sugli alberi, o sotto le tettoie delle case.
Vedeva tutta la campagna, in profondità, colorata di nero. Il cielo cedeva la sua oscurità ad ogni cosa che gli sottostava. Alberi, prati, terreni, case assumevano tutti una gradazione di colore più cupa.
Il cielo era ridotto di volume dal peso delle nubi e gli dava la sensazione di uno spazio angusto. Tutte le piante stavano immobili, stagliate su quello sfondo oscuro. Gli parevano statue terribili a vedersi, perché sapeva che erano in realtà vive. Lo guardavano, pronte a fare qualcosa.
Lui ne sentiva lo sguardo. Sentiva pure quello dello massa scura che lo sovrastava.
Rimise la tenda davanti la finestra, smettendo quella vista, e si volse verso l’interno della casa. Anche la casa era più scura del solito. Gli ambienti erano poco illuminati, anch’essi immobili. Poteva distinguere i contorni delle cose ma non la pienezza del loro colore o delle forme. Troppo buio.
Gli piaceva vagare al buio o nella penombra.
«Perché non ho mai avuto paura del buio, come gli altri bambini? E perché agli altri quel terrore è scomparso, mentre a me è rimasto?»
Avanzò pochi metri verso il tavolo al centro della sala da pranzo. Sbatté la punta del piede contro una gamba di una sedia e si fermò tastandosi il piede dolorante. Si guardò intorno riconoscendo i mobili e alcuni soprammobili e lì non riuscì più a muoversi.
«Lo sai che anche dove non c’è niente c’è rumore? Lo senti come in lontananza, di sottofondo, è come un lamento, atroce, l’urlo silenzioso di qualcosa che non ha parole. Non lo senti con gli orecchi, ma con la testa, come gli animali sentono suoni che noi non udiamo. A volte è come se lo vedessi. Ci sono cose che te lo dicono, questo rumore, anzi te lo fanno vedere, eppure sono immobili, o lontane. Non ne fanno, di rumore, ma è come se lo sentissi. Come fanno?»
«Non lo so, non dirmelo, ti prego.»
«Lo sai cos’è il rumore?»
«È quello che senti.»
«E come nasce? Come succede che gli orecchi ti vibrano e tu ascolti?»
«È l’aria che si muove, avanti e indietro, e va ovunque e quando arriva nel tuo orecchio tu ne senti il rumore.»
«Appunto. Capisci perché una cosa immobile non può farne? Eppure lo fa.»
«Sicuro?»
«Certo, non lo senti?»
«Cosa?»
«Questo rumore. Ti sta tutto intorno. Non lo senti?»
«Non sento niente.»
«Il lamento, quello che viene di lontano, là quasi dalle montagne, le hai viste dalla finestra, dal buio delle nubi, ferme, che ti parlano, si lamentano con te. Ascoltalo, non aver timore.»
«Non sento niente!»
Non c’era nulla nella casa che facesse rumore. Né ronzio, né cigolio di qualsiasi tipo. Soltanto la radio emetteva un lieve suono indistinto e confuso, ma non bastava. Troppo profondo il silenzio per lui.
Fuori era la stessa cosa. Non fosse stato per i deboli gridi dei pochi uccelli rifugiatisi sugli alberi del suo giardino, il silenzio sarebbe stato totale. Nessuna auto passava per strada. L’aria era già bagnata, ma la pioggia ancora doveva venire.
Gli pareva di essere in una casa completamente sperduta nel mezzo delle campagne, senza alcun rumore oltre a quelli della natura. Che ora però taceva.
«Ma con chi sto parlando? Ancora mi devo inventare una voce per stare tranquillo?»
La natura fuori dalla casa era carica di elettricità, stava per prepararsi al primo fulmine. Tutto era ancora più immobile. Così pure lui. Era ancora fermo a lato del tavolo, in attesa. Un po’ come tutta la natura fuori.
«Perché non ho paura del buio invece che del silenzio? Ci sarà mai qualcun altro che teme una cosa simile?»
La cosa che lo terrorizzava era l’assoluta assenza di suoni, non tanto dei suoni che provenivano dalla casa, quanto di quelli che solitamente provengono dal di fuori. Ora non c’era nessuna vibrazione che gli arrivava agli orecchi ed era paralizzato, nell’angosciosa attesa di qualcosa che lo sbloccasse.
«Anche il nulla ha un suono. Anche il nulla ha un suono.» si ripeteva in testa, per cercare di allontanare un po’ il terrore. Voleva credere che anche le cose immobili, apparentemente incapaci di produrre un rumore, ne potessero avere un loro proprio. Questo l’avrebbe fatto stare molto meglio. Ma non riusciva a crederci.
Poi, vide un lampo e cominciò a respirare con più facilità. Cominciò a contare, impaziente…
«Uno… due… tre… quattro…»
E il rombo del tuono arrivò finalmente ai suoi orecchi. E tutto tornò normale.
«Ora lo senti?»
«Sì. Ma questo è vero. Non è come gli alberi di prima. Questo è vivo davvero.»
«Anche gli alberi lo sono.»
«Già, ma non lo sembravano. Senza vibrazioni non c’è rumore e senza rumore non c’è vita.»
«Cosa significa?»
«Che tu non sei vivo, perché non hai una vibrazione che ti anima.»
La voce se ne andò.
La pioggia arrivò un minuto dopo il tuono.
«E ora laverà via tutto il silenzio e la sua morte, che mi apparivano da quella finestra.»
| |

