Il citofono
di Massimiliano Colucci
Me ne andavo di fretta sotto i portici soleggiati. Così di fretta che quasi nemmeno la udivo: una voce deformata dall’apparato elettrico, uscita di botto dalla piccola gratella in plastica proprio mentre ci passavo di fronte.
«Chi è?»
Mi fermai. Mi guardai intorno. Non c’era nessuno, a parte me. Già questo mi sembrò indicativo.
Mi avvicinai, con ogni precauzione e timidezza del caso.
«Salve.» risposi educatamente al citofono.
«Chi è?» ripeté la voce, elettronicamente neutrale.
«Sono M.»
«Chi?»
Ripetei con calma il mio nome.
«E chi sarebbe, scusi?»
Era una bella domanda: se il nome non bastava a identificarmi, in quale altro modo riassumere con una parola tutta la mia vita?
«È una lunga faccenda.» risposi. «Molto lunga. Anni e anni di lunghezza, diciamo. Non mi pare il momento né il luogo adatto per fornire spiegazioni dettagliate...» La voce, interdetta, rimase in silenzio per un po’.
«Ma cosa vuole?» chiese all’improvviso. Me ne stupii tanto che per poco non feci un balzo indietro: anche questa era una domanda interessante.
«Niente di particolare, credo. Cioè… rispetto ai miei simili…»
«Allora perché» disse subito. «ha suonato?»
«Ad essere sincero, io proprio non l’ho fatto.» replicai, deciso a far valere le mie ragioni. «E immagino che lo sappia benissimo anche lei. Me ne andavo di fretta sotto i portici soleggiati, quando ho udito la sua domanda: allora mi sono fermato a rispondere, come si conviene tra persone civili. Niente di più, niente di meno.»
«È vero, in effetti» ammise la voce. «che nessuno ha citofonato.»
«Vede che è così?» confermai.
«Ma insomma, se non ha suonato, allora piantiamola!» protestò, un pelino risentita. «Io non ho assolutamente tempo da perdere, sa?»
«Guardi che ha cominciato lei.» risposi. «Se non aveva voglia di sentirsi rispondere era meglio se stava zitta. Mica ha senso sferrare una domanda senza accettare il rischio d’imbattersi in almeno un’argomentazione… E poi tutti, oggigiorno, abbiamo poco tempo di cui disporre. Ritiene che io ne abbia per scherzi o cose del genere?»
«Ma lei è giovane!»
«Come lo sa?» ribattei. «Per caso mi vede? Forse invece abbiamo la stessa età, e non lo sapremo mai. Potremmo addirittura avere gli anni giusti per essere amanti, ma ci resterà sempre il dubbio. Magari sono giovane, e mi sento comunque vecchio e stanco… Poi anche i giovani, oggigiorno, sono pieni fin qui di cose da fare, che giovani ci si dimentica presto di esserlo, o non si ha affatto il tempo per rimanere tali!»
«Che dire?» commentò, con un velo di rammarico. «Non ha del tutto torto.»
«Allora perché mi dà addosso? Mi sono solo fermato al suo citofono! Un semplice e gratuito gesto di cortesia… Niente mi obbligava a tanto, tuttavia passare oltre senza offrirle un minimo di attenzione mi pareva spiacevole – peggio che insultarla – considerato che la sua voce si sporgeva sotto i portici soleggiati con un interrogativo che mi era apparso non solo importante, ma addirittura urgente! Ormai non ci si ferma più quando le altre persone parlano, soprattutto non ci si ferma di fronte agli interrogativi: si preferisce travolgere ogni cosa – interrogativi e persone – come delle fresatrici dai denti enormi. Lo sa, vero, cos’è una fresatrice? Oh, non intendevo offenderla, mi creda.»
«Secondo me è lei ad essersi offeso, e senza motivo per giunta. Non ha capito un bel niente!»
«Ah, io non avrei capito?» D’un tratto avevo voglia di litigare.
«Sì, sì, lei! Non è facile confidarsi con qualcuno, sa?» continuò, con una foga che le veniva dritta dal cuore. «Specie se è il primo arrivato. Si fa un tentativo, si getta l’amo, si spera di raccogliere ciò che si è seminato… Ma la verità è che non si riesce a condurre una relazione in completa trasparenza, perché… perché è estremamente difficile liberarsi dalle maschere dietro alle quali si è difesa la propria intimità per lunga parte della vita. Ci si ferisce facilmente, anche solo con uno sguardo… perciò resta un qualche residuo di paura e diffidenza in fondo ad ogni nostra azione. È o non è così?»
«Mi sa che lei proprio non crede in Dio.»
«Perché, lei ci crede?»
«Le dò forse l’impressione di crederci?»
«Eppure io non ho ancora capito chi è lei, veramente.»
«Anch’io non so nulla di lei.»
«Forse dovremmo conoscerci meglio prima di affrontare certi argomenti. Magari diventare buoni amici.»
«Sono d’accordo. Non si deve per forza finire sempre a letto, no? A volte è sufficiente tenersi la mano, e respirare l’aria della notte.»
«Lei pensa che oggigiorno si possa ancora sognare?»
«Se si è capaci di amare e di succhiare fino all’ultimo l’esistenza: però l’uomo rimane un’incredibile scommessa.»
«Allora perché non si ferma?»
«Sono già fermo.» rettificai.
«Ma lei dov’è in questo momento?»
«Sono proprio qui, davanti al citofono.»
«È vicino, allora. Molto vicino. Sicuro di non voler salire?»
«Guardi, è che sono di fretta, e i portici sono soleggiati.»
«Allora credo che dovremmo salutarci.» mormorò. «Ma ci incontreremo di nuovo? Passerà?»
«Non lo so. È possibile... Al mio posto, lei cosa risponderebbe?»
«Oh.» sospirò. «Non saprei davvero.»
«Nemmeno io.»
«Allora… arrivederci?»
«Arrivederci.»
«Però…» Mi fermai. Aveva qualcosa d’importante da dirmi?
«L’ascolto.»
«No, niente… Tutto come al solito. Finisce sempre… in questo modo.»
«Già.» ammisi. «Come al solito.»
«Già...»
«D’altronde siamo umani. Non per altro.»
«Eh sì…»
«Che ci vuol fare?»
«Non possiamo sbarazzarci di questo limite, né essere diversamente limitati. Per quanto ci sforziamo, rimane ostinatamente una parola non detta. Quella parola che si fa fatica a pronunciare.»
«Molta fatica..»
«E non le dispiace?»
«Se mi dispiace?» rimasi un istante in silenzio. «Un po’…»
«Anche a me.»
«Lo so.»
«Lo sapevamo entrambi.» sorrisi. «Fin dall’inizio.»
«Eppure ci abbiamo provato.»
«Sì…»
«Come se ci fosse una speranza.»
«Sì, come se ci fosse davvero.»
Mi guardai intorno. Non c’era nessuno. Eravamo di nuovo soli.
«Addio, dunque.»
«Addio.»
2° premio alla IX edizione del concorso “Premio Letterario Vigonza” (2009), Sezione autori del Triveneto - Racconto breve.
Pubblicato in "Perpensa", Venilia Editrice, Padova 2009.

