L'uomo senza testa
di Massimiliano Colucci
Era un qualsiasi pomeriggio di luglio, tranquillo e assolutamente afoso. L’umidità saturava l’aria, e si percepiva appieno durante gli inspiri profondi. Non ricordo l’ora esatta: con l’avvento del caldo tendo a disfarmi dell’orologio, dall’opprimente assillo del tempo almeno durante le vacanze estive; eppoi il cinturino, sulla pelle sudata, m’infastidisce. Ad ogni modo, il particolare dell’ora è irrilevante, ai fini di questa storia.
Nel pomeriggio di cui vi parlo m’ero appena immesso in una via – collocata in un quartiere anziano e completamente deserta – quando mi capitò d’intravedere una figura umana che sporgeva da una siepe. Mi spiego meglio: il rigoglio delle fronde lasciava visibile solo la parte inferiore del corpo, diciamo dal medio torace in giù. La suddetta presenza stazionava in piedi presso una fermata dell’autobus, e l’uomo – perché di un maschio si trattava – aderiva quanto più possibile alla siepe per strappare centimetri di frescura al misero lembo d’ombra che un albero – o forse un edificio, non ricordo bene – gettava alle sue spalle.
Arrivati a tal punto, non mi resta che chiarire alcuni particolari… Innanzitutto, come riuscii a capire che era un uomo? La questione è semplice, e si risolse in breve grazie al palesarsi di una pancetta di mezza età, compressa tra una maglietta a righe verdi e panna, e un paio di pantaloni di tela grigi. La tipicità dell’abbigliamento, cui vanno aggiunti dei mocassini neri, mal si adattava ad una donna; si aggiunga poi, alla caratteristica silhouette, un braccio muscoloso e irsuto che si notava a distanza. Tali elementi, nell’insieme, mi permisero di giungere ad una constatazione sul genere con un discreto margine di sicurezza; in seguito verificai di non essermi sbagliato. Ora vi chiederete perché questo panegirico sia necessario, ovvero perché, d’un tratto, abbia indugiato su simili particolari, con l’effetto di rallentare la narrazione, ciò che non sempre è condonabile: permettete dunque di giustificarmi. In cosa un uomo qualsiasi – con la pancia prominente, il braccio così, adagiato cosà ad una siepe, nei pressi d’una comune fermata dell’autobus – destava il mio interesse? E’ presto spiegato: fu a causa di un semplice, banalissimo gioco di prospettiva. Dalla posizione in cui mi trovavo, la siepe ne occultava la parte superiore. Scorgendolo per la prima volta, me ne venne l’inaspettata impressione che l’uomo fosse senza testa.
Che sciocchezza! – perdonatemi se mi permetto d’interpretare così il vostro pensiero, ma sono certo che vi siete lasciati sfuggire, proprio ora, una simile affermazione. D’altronde, come contraddirvi? La ragione è senz’altro dalla vostra! Anch’io, infatti, mi confortai con l’idea che si trattasse né più né meno che di uno scherzo dell’occhio; di un’illusione insomma, anche se d’impatto decisamente singolare. Tranquillo come il sole che scaldava l’aria della via, mi liberai dell’impasse, e avanzai deciso in direzione dell’uomo, dacché la mia strada conduceva proprio dalla sua parte. E fu a questo punto che accadde l’imprevedibile. Camminando e camminando, capitò di affiancarmi a lui, anzi, di trovarmelo di fronte o, come si usa dire, “faccia a faccia”. Ma mai luogo comune fu meno appropriato… Come l’ebbi a un palmo di distanza, scoprii che la suddetta faccia gli mancava del tutto, e anche la testa – per Dio! – fino all’attacco del collo…
Improbabile, ma non impossibile: le cose stavano proprio così. Le spalle terminavano in alto nel vuoto completo: il colletto della maglietta ondeggiava senza occupazione, rivelando appena un riquadro di pelle rosa, come la superficie d’una palla da biliardo, lì dove vi si sarebbe cercato ben altro apparecchio umano. D’istinto sobbalzai, e non nego che mi possa essere sfuggita un’esclamazione di paura, o addirittura un urlo: non si trattava certo di un affare da tutti i giorni! Come non persi i sensi è poi questione che preferisco non approfondire: inspiegabilmente l’animo si mostrò abbastanza forte da sostenere l’anomala visione, e da porsi perfino in atteggiamento critico nei suoi confronti.
«Olà!» mi venne da dire, accennando un saluto per sdrammatizzare.
«Olà!» mi rispose l’uomo, mentre il corpo ruotava ad assumere la postura di chi vi rivolga la parola, guatandovi fisso negli occhi.
«Signore, voi mi vedete?» chiesi, dando voce all’interrogativo che m’era sorto.
«Che domanda bizzarra, certo che vi vedo, così come voi vedete me.» rispose cortesemente, pur senza bocca. «Ché vi credete forse invisibile?»
«In verità mi ritengo sufficientemente a posto, in merito…» replicai io, un tantinello offeso dalla spavalderia. «Voi semmai mi parete un poco fuori norma, se mi passate l’ardire.»
«Di grazia, a che vi riferite?» chiese perplesso. Dico perplesso dal tono della voce, perché di espressioni perplesse non ve n’era traccia, non essendovi volto di sorta.
«Bene, è ovvio.» risposi, pieno delle certezze che mi conferiva la mia normalità. «La vostra testa signore: non c’è…»
L’uomo rimase in silenzio e forse mi fissava dal suo volto assente. Ritenni che si stesse prendendo una pausa per riflettere sulle mie parole.
«E voi siete sicuro di averla?» chiese a bruciapelo, di lì a poco.
«Ben piantata, direi.» E per conferma mi tastai collo e mento, giusto per accertarmi che nel frattempo nulla fosse cambiato. «Eccola! Che vi pare?»
«Niente mi pare.» replicò. «E’ una testa come un’altra… Ma voi, dico, la usate sempre come le si confà, proprio ammodo?»
«Signore, così su due piedi mi vien da risponderle di sì: insomma, non ricordo d’averla mai perduta, o di tenerla soggetta a usi sregolati. La adopero come si conviene ad una testa dabbene.»
«Buon per voi!» esclamò l’uomo senza testa. «Sapete, dicevo così perché, oggigiorno, vi sono spesso persone che nemmeno si rendono conto di averla, la testa. Voi mi capite, spero…»
«Certamente.» mi affrettai a rispondere. «Se ne legge tutti i giorni sui giornali di qualche incidente, o follia metropolitana, o semplice sgarbo che mette in evidenza l’idiozia umana. Ci si ritrova proprio a domandarsi: ma dove è finita la loro testa?»
«Signor mio, avete ragione: capita lo stesso anche a me. E dire che, nascendoci insieme, non si dovrebbero avere problemi a gestire una testa. Anche solo l’accorgersi che è lì, pronta a lavorare convenientemente per noi, dovrebbe riuscire spontaneo… Pure talvolta è più difficile di quanto non sembri.»
«Davvero.» commentai. «Però, poiché vi trovo esperto in materia, permettetemi di domandarvi: perché la testa vostra non si vede?»
«Non si vede, dite?» esclamò, e parve sorpreso. «Siete pronto a giurarlo?»
«A metterlo per iscritto, se volete, sicuro.» affermai. «A mio avviso non vi è modo di scorgerla. Certo, non è escluso che l’errore sia mio…»
«No, no, non preoccupatevi…» si affrettò a rispondere, quasi a scusarsi. «Temo che abbiate ragione: sapete, sovente sono soggetto a tale fenomeno… ma nemmeno me ne accorgo finché qualcuno – una persona cortese come voi o anche un bell’impudente – non me lo fa notare. Che disdetta!»
«Signore,» tornai ad insistere io. «se non vi è troppo disturbo, insomma... mi sfugge il senso delle vostre parole.»
«E’ normale, se non vi è mai capitato d’imbattervi in simile circostanza.» rispose indulgente. «Vede, le cause sono numerose: si può perdere la testa per una rabbia intensa, o un’emozione incontrollabile, di qualsivoglia natura. Spesso le donne ci mettono il loro zampino, sappiamo entrambi come vanno le brighe d’amore… Talvolta è invece il solo desiderio, meglio, il concupire ardente, senza freni né inibizioni, ad arrecare l’inconveniente. Oppure l’inesperienza giovanile, un’eccessiva arroganza, magari mera pazzia. La testa alla fine sparisce, e non se ne sa più nulla, poiché non vi sono sintomi né segni che ne manifestino la perdita. Inoltre non so nemmeno se, nei casi che le ho appena esposto, la sparizione si amputabile… pardon, imputabile al proprietario della testa o agli occhi che non la scorgono… Mi spiego: siete voi incapacitato a coglierla coi sensi, o è la testa effettivamente scomparsa?»
«Non ne ho la più pallida idea, invero.»
«Ecco: si persuade che non è un affare semplice da sbrogliare? Pensi poi all’immediata conseguenza: la testa è invisibile, ma attaccata al collo, o da questo si scolla definitivamente, e magari ruzzola per strada, alle nostre spalle, mentre passeggiamo ignari?»
«Anche questo problema esula dalle mie competenze…»
«Perfino dalle mie, purtroppo; e temo che resteremo entrambi senza risposta, almeno per oggi. Infatti non si conosce che il proprio caso, gli altri rimangono accessibili solo per pura astrazione.»
«Quindi i motivi che cagionano la sua personale situazione, quelli almeno li conosce!» sbottai io, quasi seccato per l’inconcludente prolusione.
«Non l’ho mai negato…» mi rispose, pacifico. «Alla conoscenza di quelli, dunque, mirava fin dall’inizio?»
«Certamente, se non è eccessivo disturbo.»
«E’ più che altro indiscrezione, se mi consente.» commentò, con un poco di amarezza nella voce. «Ma non è grave: mi delude solo che lei non sappia porsi il problema in toni più ampi e distesi, anziché fermarsi al mero particolare. Vede, l’esistenza è complessa e formata da una molteplicità di enti e di eventi, e il limitarsi ad uno di essi nella moltitudine non fa che limitare la nostra conoscenza, che in questo modo rimane imperfetta. Ma m’accorgo che la sua impazienza cresce di attimo in attimo, e non intendo non darle soddisfazione, quindi mi ascolti attentamente: io la testa la possiedo ancora, anche se ne sembro sprovvisto. Me ne sono servito, infatti, per intuire qualcosa che andava al di là della realtà così come la percepiamo normalmente. Tuttavia, a furia di proiettarla in un mondo di pure idee, essa si è spogliata di ogni rappresentazione possibile, ed è per tale motivo che non si riesce più a vederla: ha cessato di apparire, e di lei non è rimasto che il nudo concetto.»
«E non le fa male?»
«Oddio!» esclamò divertito. «Non crede che allo stato in cui mi trovo il dolore sia una pura formalità? In fin dei conti stiamo parlando di una sfera che va oltre il sensibile…»
«E mi scusi,» chiesi ancora, con un’ansia che mi cresceva dal profondo del cuore. «lei è per caso un filosofo o un artista?»
«Un filosofo? Un artista? E che son mai questi, signor mio? Nient’altro che categorie!» rise. «Mi creda, io sono proprio come lei e tutti gli altri umani di questo pianeta: solo mi sono accorto di avere una testa, e m’impiego per realizzare la nobile funzione che le compete. Le sembra difficile?»
«Inverosimile, in verità!»
«Non abbia timore, anche questo è normale, se non si è avvezzi. Ora, se permette, sta giungendo il mio autobus: lo scorgo già all’inizio della via. Mi devo congedare…» aggiunse, con un breve inchino.
«A rivederci!» lo salutai, mentre saliva sull’automezzo. «E’ stato un piacere…»
«Il piacere è mio!» rispose, col solito tono cordiale. Ma giurerei che, per un istante, voltandosi a fissarmi dai finestrini, gli sia sfuggito una specie di sorrisino malizioso.

