La buona notizia
di Massimiliano Colucci
Non si sa mai come iniziare. Per me almeno è così. Trovare la parola… quella parola che dica: che pronunciandosi negli occhi, e componendosi nella carta, e risuonando tra le orecchie sia autenticamente in grado…
Who, where, when, why?
Sono tutte storie.
La verità è assolutamente disarmante: non è facile. Non lo è affatto.
Ieri mattina mi trovavo in autobus. Smontato alle riviere avrei preso una seconda corsa per arrivare alla sede del giornale. Nello schermo installato presso l’uscita scorrevano le immagini in plastilina dei segni zodiacali. Il mio oroscopo affermava con malcelata sicurezza: «Vi assegneranno un incarico importante come riconoscimento per le vostre capacità.» Sorrido. M’importa poco di cosa possono pensare gli altri passeggeri: si domanderanno che avrò mai da ridere in una giornata che minaccia un acquazzone. Ma chi non vorrebbe un oroscopo così? Le stelle esaltano la tua vanità professionale: sia dunque lode alle stelle! Finalmente una buona notizia.
In redazione mi propongono un’inchiesta. Sorrido. E’ un incarico importante… Accetto subito. Anzi, non ci penso su nemmeno un istante. Ad essere sinceri ho accettato ancora prima di attraversare quella porta, vedi?, ero lì fuori, non sapevi neanche che stavo arrivando, ed era già mio. Egocentrismo, sete di denaro, mera compulsione di scrivere, chiamatela come volete… La sinderesi degli uomini è stravagante e malinconica. Ho accettato e basta, come si accetta un risveglio o il sonno che arriva. Pure accettare in tale maniera non è per niente facile, per un essere umano qualsiasi.
Ma questo accadeva, come ho detto, ieri mattina.
Stamattina sono di nuovo in autobus. Sto andando a realizzare l’intervista. All’altezza del cavalcavia della stazione compare il mio segno zodiacale. L’oroscopo sentenzia: «Evitate ogni forma di scrittura, vi porterà solo guai. Specie se è un articolo di giornale.»
Non sorrido. E’ un responso decisamente ambiguo…
Mi scuoto e fisso lo schermo, ma siamo già al segno successivo.
C’è sempre qualcosa che si può dire. Anche se a volte è impossibile iniziare: l’attacco ti sfugge di continuo, scivola per la stanza, ti cade dalla finestra, eccolo perso per sempre. Per esempio, quando appoggi le dita sulla tastiera e frughi tra le sinapsi in cerca di frammenti lessicali, ci sono momenti in cui non puoi impedire allo stupore di prendere il sopravvento.
A volte mi capita di pensarci seriamente. Ci penso anche di notte. Le mie notti sembra proprio non siano fatte per dormire. Mi rigiro nel buio, e conto le battute che si sottraggono al mio controllo, rovesciandosi sul cuscino, spazi compresi. Non posso far nulla per impedirlo: si sciorinano da sé, in un automatismo fisiologico simile al sollevarsi del diaframma. Dentro il materasso a poco a poco si compone lo schema dell’articolo, le bozze salgono sulle coperte. Poi, d’un tratto, quando stai per impadronirti del processo, lui arriva. Il dubbio...
La sinderesi degli uomini è ammalata.
Non può essere altrimenti. E’ questo che non ti fa dormire. Non le extrasistoli, non l’esofagite da reflusso, non lo Zerene che da tempo non funziona più. E’ il rullare delle battute sotto le dita, il rullare incessante che disperatamente cerca una sua ritmicità, un equilibrio. E’ la sintassi, le regole di formattazione, la punteggiatura, che si scoprono incapaci di far fronte al problema. Le parole e le battute – e più ancora gli spazi bianchi tra parole, dove il non detto si appoggia per nascondersi – sono costrette a diventare le ennesime espiazioni di una cronaca.
Trovare la parola che dica… Che dica perché le notizie partono spesso da un difetto, da una mancanza, da un errore, da un crimine. Ciò che viene a riempire le colonne e i titoli non sono forse le scelte sbagliate degli uomini? Eppure le parole non sono fatte per dire tutto. Non sono fatte per dire le persone. Ma, soprattutto, non dovrebbero essere fatte per pronunciare il male.
La persona che devo intervistare mi accoglie con un sorriso. Il sorriso dell’accoglienza è estremamente variabile, proprio come la sinderesi umana. A volte è disinvolto e sicuro, a volte svagato; ogni tanto s’intravede un’ombra di imbarazzo che affiora, perché l’intervista di un settimanale non è cosa di tutti i giorni, e un giornalista è sempre qualcuno che con le parole esercita una forma di potere sulla società. Forse nemmeno l’iscrizione all’albo ti garantisce un’innocenza professionale completa agli occhi dell’osservatore esterno. E questo indipendentemente dal fatto che l’osservatore interno abbia già un’opinione o meno sul proprio conto.
Non divaghiamo... Ci sediamo in una stanza piccola e appartata. Nessuno ci disturberà. Non voglio perdere nemmeno una parola. In redazione mi hanno detto che un vero giornalista prende tutti gli appunti a mano. Io uso anche un registratore. Se potessi userei pure una telecamera, e mi porterei via la persona stessa: non posso perdere nemmeno una parola. Se raccolgo tutte le parole di chi ho di fronte non ne dovrò cercare delle altre: non sarà necessario costringere altre parole a dire ciò che non sono in grado di dire.
La prima domanda. Qui comincia il racconto. Il racconto di come bambini ammalati terminali siano inevitabili persino nella nostra società, in cui la coscienza è tanto evoluta da non impedire la possibilità di embrioni abortiti o di gravidanze sofferenti, eventi affrettati che lacerano le stagioni nelle corsie ospedaliere, lunghi corridoi di solitudine dove corrono medici senza contratto o assicurazione, o si percepiscono rubinetti che rovesciano litri di acqua occidentale sprecata su milioni di persone assetate, solo perché spostare un dito sarebbe contrario al nostro status… E’ il racconto di un dolore – sempre lo stesso – cronicamente accompagnato dal farmaco inefficace, dalla prostituta con un figlio della natura che segue il suo sguardo, dalla metà dei matrimoni che si spegne nell’immaturità, dall’alcolismo e dal silenzio di sé, dall’Africa che sopravvive per caso o puro istinto.
La seconda domanda.
Il racconto si arrotola sull’hospice pediatrico per cure palliative e sugli studenti di medicina che fanno i clown nei reparti, perché il sorriso sia l’ultima parola sulle fragilità del corpo, poi dipana la lotta continua contro il difetto inesplicabile di un mondo che, giorno dopo giorno, è sempre lo stesso, nonostante volontari seppelliscano embrioni, e altri assicurino che violentare il creato non è meno peccato di uccidere, poco importa se si tratta appena di due atomi di idrogeno per un atomo di ossigeno: anche un sorriso è fatto di atomi... E c’è lo sforzo di una scienza che nelle sue contraddizioni si consuma nell’indagare e prevenire, mentre intorno insignificanti microcosmi, insignificanti e numerosi come una stella tra diecimila galassie, immaginano di costruire case per liberare le schiave coi loro figli dell’amore, di recuperare cocci dai fallimenti destinati alla resurrezione, o di aiutare a ricordare cos’è l’uomo, costruendo forni per il pane a sud dell’equatore o nuovi legami nelle nostre città.
Scrivo e registro ogni cosa. Ma non sono convinto. Non sono sicuro che questa intervista di un anno possa dirsi conclusa. Non è stato detto abbastanza. Pure si è fatto tardi, bisogna accendere la luce per vedersi in viso. Ma se la luce brilla nella stanza, l’ombra è solo caduta dietro i mobili. L’ombra non va mai via del tutto.
Accetto che questo possa bastare per un articolo.
Le acque del canale sono verdi e torbide. Mentre attendo alla fermata mi appoggio alla balaustra, e guardo in basso. Il fondo ha bisogno di essere dragato, liberato: un segnale stradale giace riverso nel fango, più in là si distingue un cono di segnalazione. Sto cercando qualcosa… ma la superficie è avvolta da una patina opaca, tessuta di alghe. L’umidità che sale e annerisce le pareti delle case, le rade piante che sopravvivono ai margini, le pietre che imbruniscono al centro, quasi soffocate da una materia sporca e scura… sono silenziose come questo tratto di città. Poi un pesce entra nel mio sguardo. D’un tratto questo organismo che avanza lentamente, quasi stordito, disorientato, è una breccia piena di parole. Lo posso osservare senza fretta, per una volta, l’attesa sarà ancora lunga. Dall’altro di un cielo di perla un rosario di gocce di pioggia inizia a scivolare, indolente. Poco importa. Viene voglia di una canna da pesca, a me, che non ho mai pescato. Mi viene l’istinto di rimuovere quell’ultima traccia di vita dal canale, forse per la sua ostinata resistenza. E’ l’anello che non tiene. E’ l’eccezione che spezza la stasi dell’acquitrino. Quel pugno di molecole e di branchie venuto da chissà dove… Perché c’è tanto sporco che lo circonda, perfino più in là, per metri e metri. Non c’è niente di buono da cercare, qui.
Arriva la corsa del 18. Mi porterà fino alla Sacra Famiglia. Nell’attimo che mi volto perdo di vista il pesce. Ma so che è là. Lo sa la pioggia, lo sanno i sampietrini che faticano a stare uniti. Salgo, mi siedo sul fondo. L’autobus riparte.
Forse è questa la novità: non è solo il male a fare notizia.
Pubblicato in Ghirigori – collana “Cento pagine”, Euganea ed., Padova 2007, in allegato al settimanale La Difesa del popolo n. 50 (23/12/2007) .

