Lo scontro

 

 

di Massimiliano Colucci

 

 

 

 

 

Luci nel cielo. Lampi lontani che non producono alcun suono, come un dolore che abbaglia senza venire espresso. Le nubi coagulano su regioni lontanissime e anonime, trafitte di elettricità. Un punto luminoso s’inturgidisce a ovest, fingendosi una stella.

Fra poco, forse, pioverà.

Non è facile tornare. Non lo è mai quando non c’è nessuno ad attenderti, tranne i ricordi. Appena entrato mi era parso che la statua del cortile e i sampietrini che per anni avevo calpestato con adolescente indifferenza non avessero nulla da dirmi. La portineria era completamente rinnovata e irriconoscibile. La persona che mi ha fissato con un interrogativo da dietro il bancone non sapeva chi fossi. Pure, camminando nell’atrio, qualcosa di denso ha finito per staccarsi dalle piastrelle e dall’intonaco, dai distributori automatici e dalle bacheche, e mi si è stratificato addosso. Ci sono i passi e le voci di una generazione che da tempo se n’è andata. Ci sono i sogni e la rabbia che non riuscivamo a controllare, gli amori che non ti sapevi spiegare,  mai, e che si susseguivano sul tuo cuore come i passaggi di un’equazione in cui l’incognita era sempre un’incongrua sorpresa. Di tutto questo non restano che assorte sensazioni, a cui non posso impedire di scortarmi.

Entrando nella cappella lo vedo immediatamente; non c’è bisogno di cercarlo. Vedo anche tutti gli altri, e comincia il carnevale dei saluti. Gli occhi, quando s’incontrano, sorridono. Per un attimo è l’illusione che nulla sia cambiato. Ed è bello. Bello come il quarto d’ora prima che le lezioni comincino. Qualche stretta di mano, a volte seguita da un silenzio che precipita all’improvviso, prendendoti alle spalle. Non c’è più molto da dire, a volte. Nemmeno i banconi di legno rossiccio cigolano più. Pure fra tutti corre e resiste un unico legame… Qualcosa che il tempo non cancella. Lui è lì, davanti al presbiterio. Aspetta, senza fretta.

La cappella si riempie. Un sottile interrogativo freme nell’aria, attraversandoci come una molecola la cui energia cinetica insiste a crescere. Mi mescolo ai compagni di classe, com’è naturale. Mi piace stare in mezzo a loro, confondermi con loro, quasi dietro ad una maschera. La loro presenza è un vita che tiene. Lui invece rimane lì, e aspetta. Senza fretta.

La festa di fine anno venne fissata per l’ultima settimana di maggio. Per noi si trattava d’un evento. Qualcosa su cui s’imperniava l’attesa di essere protagonisti, almeno per una volta, secondo i capricci della nostra immaginazione. Inevitabile che si generasse lo scontro: avendo entrambi un gruppo musicale, durante l’anno scolastico ci sfidavano di continuo per accaparrarci la scena. Per la festa la salomonica preside stabilì che ci saremmo spartiti il tempo a metà. Ma poi lui finì il tempo a sua disposizione, e da cinque minuti stava sforando. Me ne avrebbe rubati altri cinque, se avesse concluso la canzone. Mi avevano fermato che già mi arrampicavo sul palco per prenderlo a schiaffi. Dopo l’intervento della preside, il mio gruppo era riuscito a partire. La festa era all’aperto. Il tempo di attaccare il primo ritornello e si era messo a piovere. I nostri occhi s’incrociarono.

Qualcuno doveva pur vincere

Nei sei anni seguenti, non avrei dimenticato il tempo che mi aveva rubato. Dieci minuti. Dieci… Il tempo è una questione fondamentale, no? Come l’onestà, la verità, l’amore, l’esistere fragile e assurdo cui siamo costretti. Qualcosa che non si può trasgredire. Mi aggrappavo a quest’idea quando sono andato a trovarlo nel reparto di Oncoematologia. Gli ho tenuto la mano sinistra, quella con cui componeva gli accordi, ma lui era incosciente dalla sera prima. Ed era strano... Strano, sentirla così indifesa e priva di forza. In fondo si trattava ancora d’una questione di tempo. Il suo tempo che era finito, e stavolta non avrebbe sforato.

«Ciao.»

Sobbalzo. Qualcuno mi ha sfiorato il braccio. Mi volto. Lei…

«Ho fatto prima che ho potuto.» si scusa, con un sorriso che m’attraversa come un velo d’acqua.

«Ciao.» rispondo. «Piove fuori?»

«No.» dice, stupita.

«Bene.»

Non aggiungo altro. Una forza più grande sta di nuovo spostandomi gli occhi verso il presbiterio. Una forza più grande della vita mi attira lì, mentre l’offertorio si consuma. Quasi non sento le dita intrecciarsi alla mia mano, e cominciare a stringere delicatamente, perfino con pudore. Mi volto; mi sta fissando, seria. Le sue labbra si muovono.

«Cosa?»

«Ti ho chiesto come stai…»

Scuoto la testa e non dico nulla. Resto lì. Lì, come lui, e aspetto che lo spettacolo finisca. Entrambi restiamo, senza fretta. Oggi si può aspettare. Aspettare qualcosa che fermi lo spettacolo. Qualcosa che chiuda il sipario una volta per tutte. Qualcuno che vinca… E’ solo questione di tempo, come sempre. Ma lei continua a fissarmi.

«Lasciami stare.» le ordino. Gli occhi tornano subito dove il buco nero li chiama. La sua mano si stringe nella mia, e mi richiama indietro. No, assicura, non mi lascia stare. Percepisco appieno la sua presenza accanto, una fune agganciata alla terra.

Il tempo passa. Il tempo non sa smettere di passare. Perché poi? Perché le cose non possono fare a meno di cambiare? Può bastare come scusa? Ecco, viene la benedizione, il canto finale... Lui è lì. Lo stanno sollevando, senza fretta. Ora sento che non è mai stato tanto forte come in questo momento: riesce perfino a schiacciarmi, in qualche modo pretende che ci sfidiamo, che ci scontriamo di nuovo. Ma lui ha su di me un incolmabile vantaggio… qualcosa da cui non mi posso difendere. E lo sa.

Una mano mi scuote il braccio e mi richiama indietro.

«Che c’è?»

«Ki-azzah kammawet ahabah» mormora, sorridendo. «Non ricordi? Il capitolo ottavo… L’abbiamo studiato assieme.»

Esito. La bara sta passando. Passa ed esce, definitivamente. Tutta la sua forza si allontana. E io, ormai libero, non sono più sicuro che qualcuno abbia vinto. Non si può trovare una soluzione, o una qualche vittoria, nel tempo che passa. Forse altrove... Perciò mi volto, e finalmente la vedo. Lei sola è qui, a trattenermi.

«Andiamo?» mi dice. Annuisco.

Saluto i compagni. Tutti. Poi, con la sua mano che tira appena, esco dal vecchio liceo. Fuori l’aria è grigia e tiepida. Le nubi si allontanano inoffensive verso nord, lasciando tornare le stelle, quelle vere. La pioggia, alla fine, non è venuta.




 


Una nota al testo


Questo racconto è stato per la prima volta pubblicato su www.ozoz.it, nel corso di “Mezzogiorno di fuoco”, una sfida letteraria tra gli utenti del sito.

Al seguente link è possibile trovare il testo con, di seguito, alcuni commenti lasciati dai lettori:

http://www.ozoz.it/ozblogoz/modules/laboratorio/item.php?itemid=35

La struttura di “Mezzogiorno di fuoco” prevedeva una fase eliminatoria di quattro sfide, o “gironi”. Ad ogni racconto, di genere libero, veniva assegnato dai lettori un voto positivo o negativo. Al termine della prima fase, i cinque utenti che ottenevano più voti positivi accedevano alla finale, dove si concorreva con un racconto di genere “comico/umoristico”.

L'autore ha partecipato a due sfide della prima fase. Per la prima sfida è stato scritto Lo scontro.

Per la quarta sfida e la finale i racconti sono stati Ouroboros e Senza nemmeno sparare un colpo, che si aggiudicherà la vittoria. Entrambi sono presenti su www.impubblicabile.it.

 

Di seguito, lascio alcune note preparate in quell'occasione per commentare il testo.

Quello usato ne “Lo scontro” non è il mio stile abituale, ma potrebbe diventarlo. La narrativa pura mi ha sempre stancato più del necessario, sia nella scrittura che nella lettura. Un susseguirsi di azioni meramente descritte, a mio avviso, è cronaca, non arte.

Con questo racconto ho cercato qualcosa che potrebbe definirsi una strategia pittorica, più che narrativa. Ho puntato a costruire una serie di immagini legate tra loro da una fabula il più esile possibile: immagini statiche, fortemente esteriorizzate, dove il centro funzionale non è né l’azione, né il personaggio. Qualcosa in più del semplice oggettivo correlativo. Questa immagine dovrebbe suscitare una “impressione” tanto quanto una metafora, in campo retorico, è capace di generare un significato nuovo. Un’impressione, tuttavia, che sia semantica ed estetica assieme. E vorrei che dietro a tale immagine l’azione e l’umano scomparissero come dietro ad una maschera teatrale.

Tuttavia, va fatta una precisazione. Se ci si accosta a questo testo pensando di trovare una formula narrativa tout-court, si ha ragione a restare delusi. Ma sarebbe come volersi avvicinare a Magritte e De Chirico con la mentalità di chi vuole trovarvi la pittura narrativa di Giotto o la pittura storica di Raffaello, in cui la figura umana (l’analogato del “personaggio” letterario) è il centro funzionale dell’opera. In Magritte e in De Chirico, invece, può capitare che tale centro diventino rispettivamente un sonaglio o una squadra da disegno. Un esempio letterario di ciò che dico, anche se meno adeguato dei precedenti, lo si può individuare ne “I Buddenbrook”, l’opera per cui a Mann venne assegnato il Nobel. La narrazione presenta la decadenza di una famiglia tedesca, ma elementi funzionali fondamentali sono le tappezzerie, i soprammobili, le porcellane, i nastrini, e via dicendo…

Non avendo ancora chiarito le potenzialità di tale soluzione espressiva, mi devo arrangiare a costruire enigmi, in cui ciò che ci si aspetta di sentir pronunciare alla fine resta inesorabilmente non detto (ad esempio, la frase non tradotta del personaggio femminile). Questa possibilità di una “parola muta” mi piace moltissimo, e si avvicina molto alla mia idea di imagismo. Talvolta, a questo effetto, contribuisce anche una forma di “incompiuto”, ovvero di una mancata risoluzione che spesso lascio nel finale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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