Ouroboros
di Massimiliano Colucci
«…Qui sta il problema: se sia più nobile soffrire…»
«Stop! …Stop! STOOOP!»
Nella penombra delle poltroncine un uomo di mezza età, dal cranio tosato come una pecora, si stava sbracciando per la sesta volta da quando, mezz’ora prima, le prove erano cominciate.
«Che c’è adesso?»
«Ecco, non si va più avanti.» si lamentò una donna, uscendo dalle quinte, seguita a ruota da altri attori.
Il regista, scavalcate le poltroncine, stava ora aggrappato alla ribalta, paonazzo non si sa se per lo sforzo o lo sdegno; i suoi occhi si rovesciavano verso l’attore principale, che attendeva rassegnato la reprimenda.
«Cosa fai? COSA FAI?» gli urlò, sbattendo i pugni sul proscenio. «Come ti ho detto di recitarla? Come? La morte… Si deve sentire la paura della morte! La follia come inconscia metafora dello scomparire… Dove hai studiato recitazione? All’oratorio? Il mare di affanni…»
«Sai dove te lo puoi mettere il mare d’affanni?» rispose il primo attore. Le guance del regista subirono un brusco viraggio verso la cianosi. In un balzo era già sul palco e le sue mani stringevano espressivamente le giugulari di Amleto. Il primo attore, da canto suo, strabuzzava gli occhi, assumendo spontaneamente la nota maschera brechtiana, con qualche influenza di metateatro. Tanto perché non fosse messa in discussione la sua esperienza.
«Dieci minuti di pausa!» aveva gridato il direttore di scena, intervenendo nello scambio di vedute. Gertrude e Ofelia si allontanarono assieme verso i distributori di bevande calde, sbadigliando con nonchalance.
«Bello quel maglione.»
«Vero? E’ un regalo del mio fidanzato, me l’ha portato dal Sudamerica. E’ alpaca.»
«Alpaca?» borbottò Gertrude. «Che animale è?»
«Una specie di lama. Sai, quelli col collo lungo che sputano...»
«Credevo che la lana venisse solo dalle pecore.»
«Se è per questo anche dai conigli. Hai presente l’angora?»
«No.» scosse la testa. «Non credo sia un problema ignorare la tassonomia»
«O la fitotomia.»
«Ma brava, abbiamo letto Pinter!» replicò Gertrude, con una sfumatura ostile nella voce, neppure troppo inconscia.
«Letto? Recitato! A Torino, sai, mica in provincia…» annotò la ragazza. La donna stava a sua volta per aggiungere una postilla imbevuta d’odio, quando il cellulare di Ofelia le freddò le parole tra i denti.
«Scusami cara.» disse la ragazza. «Sarà qualche ammiratore»
«Ma ti pare.» commentò Gertrude, raggiungendo da sola i distributori.
Gertrude infilò un paio di monete e attese che la macchina sibilasse una paronomasia di tè caldo. Si avvicinò alla finestra. Pioveva. “Poltiglia e fango”, anche il temporale conosceva Pinter. Appoggiò il bicchiere bollente sul parapetto, guardò il vapore che se ne sollevava, infine cercò il cellulare.
«Pronto?»
«Papà?»
«Ciao bambina!» la voce maschile, all’altro capo della linea, sfiorò di colpo uno sgraziato bemolle. Era una nota di gioia.
«Come stai? Tutto a posto?»
«Sì, papà. E voi? State bene?»
«Oh, le solite cose. Le dita di mamma ogni tanto si bloccano, e io ho la mia sciatica. Le solite cose. Ma ti sento un po’ triste.»
«Qui sta piovendo.»
«Problemi col lavoro?»
«Piove parecchio.» sospirò.
«Qui invece c’è un bel sole» disse l’uomo affacciandosi alla finestra. «Dovresti tornare a casa, ogni tanto. Vedessi come ho sistemato il giardino»
«Sì. Dev’essere bellissimo.»
«Oh, l’ho sistemato per bene…» l’uomo stava già per lanciarsi nella descrizione della colonna di narcisi lungo il vialetto, quando una macchia bianca, muovendosi, attirò la sua attenzione. E non parevano affatto i giaggioli. Collocati gli occhiali adeguati alla distanza, la messa a fuoco gli fermò il cuore.
«Tesoro, ti lascio.» ansimò nel cellulare. «Una pecora dei vicini sta banchettando con le mie begonie»
«Papà, non fare…» Una pazzia, stava per dire. Ma dall’altra parte nessuno ascoltava. L’uomo già si gettava in giardino, onde difendere i patri confini. Abbandonato il telefono, aveva fatto appena in tempo ad afferrare il basco appeso all’ingresso: essendo stato alpino, ben comprendeva il significato d’una divisa.
«Via, cialtrona, o ti trasformo in un cotton fioc!»
La pecora, sentendosi appellare, sollevò uno sguardo indolente verso l’uomo, masticò disinvolta un paio di volte, poi si rimise serafica a brucare. E continuò nonostante le urla e le due mani che, raggiunti i suoi fianchi, tentavano di spingerla fuori del cancelletto dimenticato, chissà come, aperto.
Rendendosi conto della scarsità di risultati, l’uomo pensò allora di assestarle sul candido tergo, quale estrema risorsa, il miglior calcio che la sciatica gli consentiva di dare. Parve funzionare. La pecora, vacillando d’un paio di metri, levò un vivace belato di protesta. E smise di brucare.
«Fuori di qui, assassina!» urlò l’uomo, agitando il pugno. «Ti riduco ad una sciarpa…»
In tutta risposta la pecora arretrò di un ulteriore metro e caricò l’uomo. Il cranio lanoso si abbatté sull’anca, imprimendovi un’inconscia umiliazione. Il mondo ruotò veloce; l’uomo si ritrovò lungo disteso tra viole e mammole, immobilizzato dal dolore
«Soccorso!» gridò. «Muoio combattendo!»
La pecora belò soddisfatta.
A quell’ora del pomeriggio il parroco era solito, col bel tempo, passeggiare lungo gli argini meditando le Scritture. Aveva avviato, quel giorno, la lettura d’un celebre passo di Giovanni, ma ormai avanzava sostando sul versetto undici, che recita: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la sua vita per le pecore.» Pensava allora, il parroco, a come fosse difficile, oggi giorno, con tutti i problemi nuovi che avanzano, riuscire ad essere autentico pastore del proprio gregge. E con l’estrema, ineludibile premessa che poneva nostro Signore! Si sconfortava dunque, egli, in simili divagazioni, quando Provvidenza volle che qualcuno gridasse. Riconoscendo in ciò l’azione dello Spirito, drizzò le orecchie, e dall’argine corse per raggiungere la pecorella smarrita che invocava aiuto – il suo aiuto – con nel cuore un’inconscia gioia di donare la vita. Arrivato trafelato nel giardino, trovò l’uomo dolorante a terra, mentre un altro genere di pecora brucava beata.
«Non si preoccupi, son qui io.»
Quando l’uomo vide il prete, non poté fare a meno di darsi una toccatina.
«Non è un po’ presto, padre? Sono ancora giovane.» Il parroco sorrise e gli strinse la mano.
«Coraggio: mi racconti cos’è successo.»
La donna si schiarì la voce.
«Ho sognato di essere una pecora.»
«E poi?»
«Poi…» ma era chiaro che la parte successiva del sogno l’imbarazzava. La donna spostò lo sguardo lungo le macchie del soffitto dello studio, che ormai conosceva a memoria, e che la mente componeva in strane fantasie.
«Su, vada avanti» invitò lo psicanalista, con rassicurante professionalità.
«Vede… poi avevo… dei rapporti.» La donna arrossì, come se la parola tradisse il segreto della sua anima.
«Con un uomo?»
«Con… un’altra pecora.»
«Un montone?»
«Dottore!» strillò la donna, scandalizzata.
«E’ il maschio della pecora.»
«Sarà pure, ma non lo dica più.»
«Cos’è che la disturba di questa parola?»
«E’… è il suono.» balbettò la donna. «E’ volgare!»
«Anche il sogno lo trovava volgare?»
«Nn…no.» ammise con riluttanza la donna.
«E cosa provava durante il sogno? Durante il rapporto?»
«Piacere.»
«Piacere nell’avere un rapporto o nell’essere pecora?»
«Entrambi…» mormorò. «Credo.»
«Mi parli della sua infanzia.»
«Cosa c’entra la mia infanzia?» chiese la donna.
«I problemi della sessualità originano sempre nell’infanzia.»
«Sono vissuta in città.» disse frettolosamente la donna. «Non ho mai avuto a che fare con pecore, da piccola.»
«Perché crede che il problema stia nel suo rapporto con le pecore quand’era piccola?»
«Perché ho sognato di essere una pecora…»
«E’ possibile che si tratti di un archetipo. Di un’immagine dell’inconscio collettivo.»
«Dottore, non la seguo.»
«E’ normale.» replicò lo psicanalista, con voce calda e ferma. «Adesso si rilassi, e mi racconti cosa le suscita l’immagine di una pecora; quali significati ha per lei…»
La donna sospirò. D’un tratto, le pareti dello studio si fecero strette, e un’impronunciata fame di libertà la strinse alla bocca dello stomaco. Guardò fuori dalla finestra. Nel cielo azzurro le nuvole erano bianche, paffute e lanuginose. In lontananza si udiva il serpente del tram allontanarsi nel traffico.
L’anziano scrittore era disteso sul divano. Anche quella notte non era riuscito a dormire. Il tram sferragliava in strada, le auto rombavano, la gente passava, ignara del suo dolore. Aveva provato a contare le pecore, a leggere un libro, ad ipnotizzarsi allo specchio. Tutto inutile. Il problema era rimasto, ed ora vi si aggiungeva un’indescrivibile emicrania.
Si alzò. Di scatto, come se un demone l’avesse afferrato. Una fitta alla tempia lo colpì e si rimise a sedere. Ora anche l’occhio destro gli pulsava. Ma la sceneggiatura che doveva consegnare la settimana a venire non si sarebbe scritta da sola. Pure di qualcosa bisognava dire. De Sade sosteneva che sono poche le cose che accomunano l’intero genere umano, ovunque si trovi: morte, vita, violenza, sesso, dolore. In fondo l’umanità non è altro che un grosso omogeneo gregge. Di questo si deve scrivere. Ma una simile morale basta a giustificare la solitudine di un palcoscenico, dove l’arte cerca di creare qualcosa che risponda all’inespressa domanda sull’esistere? O è meglio restare in silenzio? Ci stava ancora pensando, quando una sottile immagine interiore iniziò a comporre le prime note di scena:
“Sipario. Le luci si accendono, lentamente. Si vede un uomo solo, a centro palco, vestito di nero.
ATTORE: …Qui sta il problema: se sia più nobile soffrire…”
Una nota al testo
Questo racconto è stato per la prima volta pubblicato su www.ozoz.it, nel corso di “Mezzogiorno di fuoco”, una sfida letteraria tra gli utenti del sito.
Al seguente link è possibile trovare il testo con, di seguito, alcuni commenti lasciati dai lettori:
http://www.ozoz.it/ozblogoz/modules/laboratorio/item.php?itemid=49
La struttura di “Mezzogiorno di fuoco” prevedeva una fase eliminatoria di quattro sfide, o “gironi”. Ad ogni racconto, di genere libero, veniva assegnato dai lettori un voto positivo o negativo. Al termine della prima fase, i cinque utenti che ottenevano più voti positivi accedevano alla finale, dove si concorreva con un racconto di genere “comico/umoristico”.
L'autore ha partecipato a due sfide della prima fase. Per la quarta sfida è stato scritto Ouroboros..
Per la prima sfida e la finale i racconti sono stati Lo scontro e Senza nemmeno sparare un colpo, che si aggiudicherà la vittoria. Entrambi sono presenti su www.impubblicabile.it.
Di seguito, lascio alcune note preparate in quell'occasione per commentare il testo.
Il senso di “Ouroboros” sta nell’ultima scena, quella dello scrittore. Uno scrittore insonne e prostrato. Costretto a scrivere, cioè a indagare la realtà, rintraccia in essa alcuni fili conduttori, proprio a partire dalla sua personale esperienza di dolore fisico (guarda caso, è proprio l’occhio a fargli male!). Ecco allora alcuni archetipi che vengono adoperati:
a. LA MORTE: nella prima scena appare come inclusione shakespeariana; nella scena del curato, come “dono di vita” e, di contrasto, come “memento mori” per l’uomo colpito dalla pecora.
b. LA VIOLENZA: c’è nel litigio nella prima scena; nel battibecco tra le due attrici; nella solitudine inespressa di Gertrude; nello scontro con la pecora; certi aspetti filtrano anche nel sogno da psicanalizzare; appariva anche in un dialogo tra medici (tagliato), c’è nel mal di testa dello scrittore.
c. IL SESSO: compreso tutto nella scena dallo psicanalista. Non si tratta tanto dell’atto fisico in sé, ma delle ripercussioni sulla memoria profonda dell’uomo, quegli aspetti pulsionali inconsci e oscuri che spesso non sono nemmeno intuiti (vedi la fame improvvisa di libertà della donna e un certo suo “pudore” di fronte alle parole che sfiorano quei luoghi negati della sua persona).
d. LA VITA, infine, è il grande teatro dove tutto si svolge.
Lo scrittore parte da questi materiali grezzi e “tragici” (nessuno dei personaggi, infatti, “risolve” la sua personale situazione) per scrivere la propria commedia (le maschere teatrali sono sempre appaiate: tragedia e commedia come espressioni di un unico volto, che è un unico esistere. Quindi, se la realtà che si vuole esprimere è “tragica”, sicuramente la si può consegnare allo stile “comico”), così che il ciclo ricomincia (l'ouroboros è il serpente che si morde la coda, simbolo del cosmo, dell'eterno ritorno, della trasmutazione alchemica della materia) e si perpetua ad infinitum (verrebbe da dire ad libitum, ma c’è davvero un qualche piacere o una qualche libera volontà di continuare il ciclo?). Di conseguenza, raccolti i primi elementi, era inevitabile che sorgesse in lui l'interrogativo finale…

