Poco meno degli angeli
di Massimiliano Colucci
«Il Diavolo non esiste…»
«E’ solo un gioco!» esclamò, risentito.
«D’accordo.»
Certo, difficile ammettere che non vi sia altro che l’arbitrio degli uomini e una sinderesi infetta dietro alle pagine di cronaca di quotidiani e telegiornali. Difficile sperare che violenza, stupro, atomica, droga, corruzione, rapina, insulto, politica non siano altro che errori di stampa dettati da un’invincibile distrazione del tipografo universale.
«Pesca ancora.»
Pesco. Appoggio rovesciata la seconda carta sul tavolo.
«Il Mago.»
Sono io…
Mi fissa in cerca di un’involontaria espressione di riconoscimento. Ma non mi tradisco. Tengo gli occhi abbassati verso la figura della carta. Un uomo con un cappellaccio, una specie di bussolotto in mano, e un ripiano su cui sono appoggiati oggetti irriconoscibili. Ossa e carte per la divinazione, immagino. O il campo sterile di una sala operatoria, il servo da cui lo strumentista afferra aghi da sutura e pinze anatomiche; il banco dei medicinali; il carrello con aghi cannula, cerotti, guanti in lattice... Sta facendo un’anamnesi, e il paziente è sull’altare del sacrificio.
E’ una specie di magia. In realtà dicono che è un meccanismo di difesa. Un meccanismo inconscio. Te ne rendi conto solo quando una nuova situazione ha cancellato il suo effetto.
Meccanismo di difesa per cosa? Per proteggere la coscienza dalla disperazione… Un po’ come l’amore, l’amicizia, il sesso, la religione, l’ambizione, il gioco, il lavoro. Tutti meccanismi di difesa inconsci, che ti consentono di mantenere lucidità ed efficienza, e tirare avanti.
Succede ogni giorno. Non riesco a liberamene. E’ involontario, eppure mi sento colpevole, perché il senso etico non lo accetta. Non accetta ch’io subisca automatismi.
Capitò la prima volta quand’ero studente, durante i tirocini di medicina interna. Per accumulare una ventina di firme di presenza, e i relativi crediti, dovevi trascorrere un mese obbligatorio in un reparto, assegnato a caso come una carta dei tarocchi. Se trovavi lo specializzando che aveva voglia di seguirti, imparavi e guadagnavi fiducia, autostima, maturavi esperienza; altrimenti si rivelava una drammatica perdita di tempo.
Quel mese in pneumologia passò rapidamente. Quanti pazienti avrò incontrato? Una dozzina? Quanti sono morti? Di quelli che seguivo, almeno due.
C’era una stanza maledetta. Due letti, il numero 11 e il numero 12. Il primo paziente morì nell’11, la seconda nel 12, o viceversa. Quando iniziai il tirocinio nel 12 era già morto qualcuno.
Come studente ero tenuto a presentarmi alle 8,30. Alle 11,30 potevo andarmene, perché iniziavano le lezioni. Se la mattinata era interessante, delle lezioni me ne fregavo, e restavo in reparto.
Visitavi il paziente: pressione, ossimetro, polso radiale, aggiornamento della grafica, obiettività toracica. Ne discutevi con lo specializzando. Poi te ne andavi a fare spirometrie, walking test, a compilare anamnesi. Quello che c’era… Uscivi e tornavi la mattina successiva.
Nel pomeriggio o nella notte il paziente era morto.
Lo scoprivi quando entravi in studio medici, oppure nella stanza, e ti accoglieva il letto vuoto. Che fine ha fatto il tizio del numero…? – la domanda si tratteneva da sola. Perché ti ricordavi l’agonia dei giorni precedenti: te ne ricordavi, e di colpo avevi la certezza che non poteva essere stato dimesso. Magari dimesso per morire a casa, capitava di rado, però capitava – comunque non mutava il dato di fatto, ovvero la persona che fino a ventiquattr’ore prima ansimava sotto il tuo fonendoscopio, e ti conficcava addosso gli occhi spauriti e sofferenti, aveva smesso di ansimare.
La morte fa parte dell’esperienza di un medico. E’ parte integrante dell’esistere umano. Che altro c’è da dire? Ci si dovrebbe stupire di un evento tanto scontato? Ma era il modo in cui morivano quei pazienti a provocarmi il paradosso.
Finché li seguivi nell’angoscia, negli ultimi istanti di sopravvivenza; finché li avevi sotto gli occhi, nelle orecchie, nel respiro, e stringendogli le braccia per sollevarli avvertivi i muscoli fremere sotto la pelle… percepivi l’umano che soffriva e si spegneva. Percepivi la vita nella sua assurda, palpabile precarietà e l’oscenità della morte che entravano in conflitto, sul corpo dell’uomo, tremendo campo di battaglia, scandalosa rappresentazione. E anche tu soffrivi. Soffrivi con loro perché su quel letto avevi sì un perfetto sconosciuto, ma vedevi pure sfilare l’umanità intera: tua madre, tuo padre, i parenti, gli amici, le donne, i professori, i conoscenti, i contemporanei – vedevi persino te stesso. Tutti legati dallo stesso finire.
Quando passavi di mattina in mattina, invece, ne risultava uno strano effetto: ti sembrava che il paziente non fosse morto, ma semplicemente scomparso. Ieri moriva... ieri mentre gli stavi addosso come un indiscreto spettatore non pagante. Oggi invece non muore nessuno: oggi si scompare. L’espressione “deceduto”, pronunciata dallo specializzando, era una parola che giungeva da lontano, con un vaghissimo significato. Più tentavi di afferrarlo, più sfuggiva. La questione diventava a poco a poco irrilevante. Un po’ come in Orwell, dove le persone vaporizzate in realtà non erano morte, perché non erano mai esistite…
Sì, il problema stava tutto nel letto vuoto. Il paziente? Forse non è mai esistito. Forse ti sei sbagliato, immaginato tutto, perché proprio non riesci a vedere un corpo, non una persona, ma solo un letto vuoto dove l’infermiera ha cambiato le lenzuola perché stamattina il reparto ha nuovi ingressi. Quindi potrebbero averti ingannato. Potrebbe trattarsi benissimo di uno scherzo. Di un attore che ha terminato una parte per il tuo tirocinio e ora è uscito nei camerini. Quest’inverosimile e stereotipa sensazione che ti ronza nella testa… Morto chi? Ma se non c’è nessuno sul letto! Il paziente di ieri? L’attore? Per piacere… Ieri c’era, oggi no: non parliamone più.
Il letto vuoto ti assicura che la morte non è mai passata. Scatta il meccanismo, non di negazione, ma di mera constatazione. Si è solo verificato un evento. Un evento prevedibile, plausibile. Come dire ieri è piovuto, ieri era mercoledì, ieri c’era la partita, ieri era ieri… ma io ieri non c’ero mentre tutto ciò accadeva, quindi è come se non fosse accaduto. Perché agitarsi? Frivola inconsistenza dell’umano… Si tratta solo di un soggetto scomparso dal tuo campo visuale. Il teatro è così grande, dietro le quinte. La vita regna ancora.
Poi togli il camice, ti allontani verso le aule o la fermata dell’autobus, ci pensi – ci pensi davvero: Dio, se n’è andata una persona, e non una persona qualsiasi, ma quella persona! Fuori dal reparto la casella vuota nel cervello si riempie di colpo, il sistema limbico e il lobo frontale recuperano connessioni, colorano l’informazione di fragorosi connotati emotivi e morali. Dentro al reparto il medico, chissà perché, non ha le connessioni, ma solo informazioni da catalogare, processare, eliminare.
E così fa il suo dovere.
Non parliamone più.
«Pesca.»
Ho pescato. Metto la terza carta di fianco alle altre.
«La Ruota della Fortuna.» esclama, ammirato.
Involontariamente sorrido. Dev’essere qualcosa d’importante. Non riesco a capire la figura, un rosone con un bue ed una testa d’uomo, e un tizio sopra la torre che si cambia la corona. Forse un angelo e un demone che si attorcigliano, scaraventati dal furibondo vorticare del Fato, vigilante dall’alto con uno scettro. Oppure la ruota centrale è il cuore dell’essere umano sconvolto da insolubili desideri, mentre passa dalla bestia alla divinità, dalla divinità alla bestia, in una successione di errori tipografici.
Mi ricordo la lezione del professore di Antico Testamento. Nel salmo 8, riferito all’uomo, sta scritto: «Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli.» Poco meno degli angeli, cioè poco meno degli Elohim, gli dèi. O poco meno di Dio. Allora il diavolo esiste, e la sua arroganza è proprio l’umanità che pretende di essere mago, e di governare il proprio destino.
«Grazie alle tue capacità e alla tua ambizione, la tua vita arriverà ad una svolta, e otterrai il successo che desideri.» è il responso.
Lo guardo e sollevo le spalle. Sa benissimo che non credo a queste cose. E’ un gioco, lo si è fatto per scherzo, per passare la serata. Lui stesso, che ha tirato fuori le carte da un cassetto, sa di crederci moderatamente. Crede di più alla bellezza delle figure, alla loro antichità, agli archetipi dell’inconscio collettivo che vi sono rappresentati. Su questo non discuto.
A meno che il diavolo non sia la bestia, e l’uomo mago non sia l’angelo, che assieme combattono attorno alla Ruota del Cosmo, e così la fanno girare sotto gli occhi impassibili del Dio che attende di assegnare la corona al vincitore.
L’uomo è Prometeo. A me non è mai capitato di rubare il fuoco agli dèi. Ma la mia tesi di laurea era sulla sedazione palliativa.
Ricordo ancora la frase di un articolo scaricato da internet: la moglie confessa al marito «Se non c’è nient’altro da fare, lasciatemi dormire. Soffro, non posso morire, ed è un incubo.»
Paziente terminale per cancro alla mammella. La terapia di antinfiammatori, triciclici e ansiolitici risulta incapace di controllare il dolore. La morfina somministrata in ospedale funziona appena per due giorni. Nessun mago e nessun uomo riusciva a liberarla. Eppure la donna era poco meno degli angeli. E i medici poco meno degli angeli. E anche il marito – che non sapeva che pesci pigliare e barcollava ormai sulla soglia della follia – era sicuramente poco meno degli angeli.
La ruota girava: non restava che la sedazione. Somministrazione di fenobarbital. Il sonno venne dopo quattro giorni di crocifissione. Dopo appena quattro ore dal barbiturico venne un sonno più lungo. In questo sonno il dolore era definitivamente passato.
La teoria del duplice effetto afferma: sedare non è uccidere. Sedare è liberare dal dolore, anche se a volte significa fermare la ruota che gira. L’intenzione del mago è di liberare dal dolore, un’intenzione oggettivamente buona: questo è il primo criterio del duplice effetto. E’ una scelta che può accorciare il tempo in un quasi angelo che di tempo, ormai, non ne ha comunque più. Ma questo è tollerato solo perché direttamente si ottiene l’effetto positivo, e indirettamente quello negativo: ecco il secondo criterio. Il terzo criterio è che l’effetto positivo deve essere proporzionalmente superiore a quello negativo. Il quarto è che la magia degli angeli o dei diavoli non consenta un’alternativa.
A volte mi chiedo se l’uomo mago escogita dottrine così sottili per sostenere la fragilità di chi è come gli dèi, senza mai esserlo pienamente, o per un diabolico istinto di giustificare il tentativo di dominio su una natura che non conosce, su un mistero che non sa gestire. E’ il senso del limite che invade la nostra esistenza.
Credo sia più facile diventare diavoli che angeli, anche se il punto di partenza ci pone più in vicinanza dei secondi che dei primi. Perciò dovrebbe essere più semplice – addirittura più naturale, spontaneo – il percorso inverso. Poco meno degli angeli: una spanna sotto, nulla di più… Poi la vita riesce curiosamente ad aumentare le distanze. E allora giriamo attorno ad una Ruota senza maggior consapevolezza dei raggi, mentre tutto questo accade, e ci lasciamo trasformare.
Chissà se esiste davvero il libero arbitrio?
Un altro inizia a pescare le carte. Ora tocca a lui apprendere ciò che gli riserva il destino. A me non è stato detto nulla di nuovo: al massimo, ciò che era scontato mi è stato riproposto in modo originale, archetipico, junghiano.
Una cosa solo terrò per buona: i numeri delle carte. 15, 1, 10… Domani li giocherò al lotto, vincerò qualche milione di euro, e comprerò tutti gli archetipi sulla faccia della terra. Li metterò in una tabacchiera, così da tenerli attaccati alla cintura ovunque vada. Li fumerò lentamente uno ad uno.
Oppure farò un breve calcolo: 15 più 1 più 10 uguale 26. E siccome per un vezzo cabalistico 26 è uguale a 2 più 6, la somma della carte mi dà 8. Nell’antica simbologia cristiana l’otto indicava il giorno finale. Sei giorni di creazione, un giorno di riposo di Dio e di storia degli uomini – giorno di vita e di morte, di angeli e di diavoli. Poi il giudizio, la resurrezione e l’eternità: l’ottavo giorno. Quando la ruota non ha più bisogno di girare…
«Si è fatto tardi.» mi congedo, alzandomi. «Ci vediamo.»
Qualcuno insiste per trattenermi. Ma si è fatto davvero tardi, amici miei, domani lavoro in reparto. Buona notte… Buona notte.
Scendo inghiottito dal silenzio delle scale assonnate. La notte, fuori, è scura e fragrante, e chiede di essere goduta come un amplesso. E’ un peccato dover tornare in auto, e non poter passeggiare a lungo sotto il cielo, addentando l’aria in cui la polvere e lo smog si mescolano all’aroma di terra e degli alberi, senza riuscire a sopprimerlo. Sì, c’è un bel cielo gravido di stelle, stanotte, e mi stupirei se qualcuna non cadesse giù per l’affollamento.
Infilo la chiave nella serratura della portiera, e mi fermo un istante. Un istante solo. E’ come se una sensazione di simultaneità mi attraversasse.
Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi?
E’ sempre il testo del salmo ottavo che mi viene in mente. Già, ottavo come il destino senza fine dell’uomo angelo... Anche se, a confrontarlo con le stelle, non sembra realistica una simile sorte.
Pensiamoci, concretamente: la luce che io ora vedo brillare è partita millenni fa dal ventre del cosmo. La luce che invece adesso si forma dalla combustione dell’idrogeno della stella più vicina giungerà quaggiù fra millenni, quando nessuno di questa generazione sarà presente. O sarà presente come un nugolo di molecole che si scambiano tra loro: sarà nel neon del lampione, nel catrame dell’asfalto, nel ferro della saracinesca, nel pelo del gatto randagio.
C’è troppa differenza di tempo fra gli uomini e le stelle. Perché è buffo come milioni di umani scompaiono e appaiono sotto gli occhi indifferenti di un bagliore siderale. Ma dicono che anche le stelle, che sembrano eterne, scompariranno. Perciò per quale motivo l’uomo, che è infinitamente meno bello di una stella, dovrebbe durare?
Apro la porta di casa. E’ buio. Dev’essere già andata a dormire… Metto le chiavi sul mobile vicino all’ingresso, accendo la luce, prendo un bicchiere d’acqua in cucina. Tutto cercando di evitare il minimo rumore. Il getto che tossisce dal rubinetto è già un tuono, e le minuscole bolle che si rovesciano e frantumano nel bicchiere sono un grido di troppo.
In bagno mi lavo, lento, silenzioso. Anche qui provo a governare con la magia le cose e i suoni, perché sono vicino al suo sonno, che non voglio disturbare. Nello specchio, dove mi ritrovo a fissare per caso il mio volto ancora umido, cerco se mai, a mia insaputa, siano intanto spuntate delle piume o delle piccole ali dietro la stempiatura che si dirada, o dentro i solchi della pelle che di anno in anno si affondano. E’ un peccato, penso, evidentemente per quelle ci vorrà altro tempo.
Entro. Nella camera da letto il buio denso odora di umano, fatica e lenzuola. Indovino la sua presenza. Mi muovo come i fantasmi, e l’aggiro. I polpastrelli sfiorano l’armadio. Mi chino, e trovo il comodino, la testiera, la sedia. Mi spoglio. Tutta la magia possibile, per carità, non disturbate il suo sonno! I fruscii del pigiama e dei pantaloni chiacchierano troppo. Vorrei renderli eterei, come gli spazi vuoti del cielo fra le stelle, o il libero arbitrio degli uomini.
Il letto si avvalla docilmente sotto il mio peso. Restando immobile mi concentro, e infine avverto la forma, poi il calore del suo corpo di fianco al mio, e lentamente la sua presenza si manifesta, emerge, mi raggiunge dal buio. Mi avvolge. Ascolto il respiro, lento e vigile.
«Sei ancora sveglia?» sussurro, stupito.
Lentamente le lenzuola si agitano e la sento premere su di me.
«Non riesco a prendere sonno.»
Mi volto, e le passo un braccio sulle spalle. Avvicino le labbra alla sua fronte, e scopro un fremito di stanchezza nella pelle tesa. Poi appoggio il mio viso accanto al suo, e rimango lì. Il suo respiro caldo entra nel mio, il suo odore mi riempie.
«Che c’è?» chiedo.
«Non lo so.» geme, sconfortata. La sua voce vibra fino alla mia spalla. Sento la densità, il mistero inviolabile della sua presenza corporea, e un senso di bellezza inesprimibile mi fa tremare.
«Stai male?» chiedo ancora.
«Non so.»
L’accarezzo. Non posso fare altro. Non sa perché non riesce a dormire. Eppure il suo dolore, la sua fatica è reale, tanto reale quanto la voce e il suo corpo invisibili.
Anche lei, stanotte, è poco meno di un angelo. Poco importa che per me sia più di questo. Stringendomisi accanto, sollecita la risposta alla fondamentale domanda sul suo sonno mancato, e forse inconsciamente sul suo esistere – un esistere così, a quel modo sfinito, con quel dolore che non ha spiegazione, sempre lo stesso, uguale per tutti, che non lascia mai scampo. Sperava fossi io a dargliela, la risposta. Per questo mi ha aspettato sveglia. Io, però, non sono un mago. Lo so per certo. Ho un pigiama addosso, non un camice. E se anche avessi un camice, per quanto bianco fosse, non sostituirebbe un paio d’ali.
Da una fessura delle serrande filtra un piccolo bagliore, che si riflette sull’armadio. Me ne accorgo ora. Sono molecole di luce di una stella, o qualcos’altro?
E’ tardi… Ed è assurdo, lo so. Ma ti accarezzo e ti bacio, e rimango qui.
Non so darti altra risposta.
1° premio alla VI edizione del concorso “Scritti al Bo” (2007) indetto dall'Editrice CLEUP
Giuria: R. Bugaro, A. Arslan, S. Chemotti, G. Lugaresi, A. Fassina.
Pubblicato in "Scritti al Bo. Racconti", CLEUP, Padova 2007.
Pubblicato in "Poco meno degli angeli", CLEUP, Padova 2010.
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