Un caso di identita'
di Massimiliano Colucci
Mi trovavo, un giorno, al bar con un’amica. Discorrevamo del più e del meno: l’andamento degli studi, quali libri avessimo letto negli ultimi mesi e quali ci avessero coinvolti maggiormente, qualche pettegolezzo sugli amici comuni e sulle reciproche avventure amorose. Insomma, chiacchiere di vita ordinaria, che ci servivano per colmare l’attesa: avevamo infatti ordinato qualcosa da portar via, e il barista era molto indaffarato a quell’ora.
Alla fine il nostro ci venne consegnato. Ci dirigemmo alla cassa per pagare e l’amica in questione estrasse rapidamente il portafogli: ma, poiché intendevo offrire, la spinsi da parte, coprendole l’accesso al bancone. Non fu una mossa caratterizzata da un gran dispiegamento di forze: semplicemente mi appoggiai a lei con la spalla e premetti. Eppure, forse per una comune sbadataggine, forse per l’effetto sorpresa, tanto bastò perché il portafogli le cadesse di mano, rovesciando il proprio contenuto sul pavimento.
Immediatamente mi chinai per aiutarla, con un vago senso di colpa che mi pungolava. E quale fu il mio stupore quando, anziché trovare monetine o banconote, scoprii a terra una dozzina di fototessere, ognuna con un volto diverso – uomini, donne, vecchi, bambini – che mi sbirciava!
«Come mai tante foto?» chiesi, con naturalezza, mentre l’aiutavo a raccoglierle. La mia amica sorrise imbarazzata, e arrossì.
«Lascia, faccio da sola.» le sue parole erano gentili, come al solito, ma il suo sguardo era serio, anzi, cupo. Mi preoccupai, ma continuai come se non me ne fossi accorto.
«Questa sei tu, se non sbaglio.» dissi, sollevando una foto che la ritraeva, abbastanza recente.
«Sì.» rispose agitata. «Me la ridai, per favore?» Gliela riconsegnai e ci sollevammo da terra, poiché quella era l’ultima. Pagai al cassiere e uscimmo, silenziosi.
«Scusami per prima.» iniziai io. «Non volevo farti cadere il portafogli. Si è trattato di uno scherzo...»
«Non è nulla: mi è scivolato, tutto qui.» replicò lei, e parve già rasserenata: ogni traccia di disagio per l’inconveniente era scomparso. Tranquillizzato, scordai ancora una volta di sorvegliare la mia superficialità.
«E gli altri nelle foto? Amici e parenti?»
«No.» rispose, rassegnata. «Ero sempre io »
«Come!» esclamai, stupefatto. «Che significa?»
«Ogni tanto... spesso assumo sembianze diverse. Lo faccio per nascondermi, sfuggire agli imprevisti... raramente per divertimento. Sai, è una necessità, e ormai un’abitudine. Quelli erano alcuni degli aspetti che ho indossato tempo fa: li tengo per ricordo, o perché temo possano servirmi ancora.» concluse. «Ti basta come spiegazione?»
«Ho capito, stai scherzando...» dissi io, ridendo. «Non è possibile cambiare continuamente volto!»
«Perché?» si girò, fissandomi duramente. «Non fai forse lo stesso anche tu?»
Allora capii che non stava scherzando.

