Che domande

 

 

di Sofia Tisato

 

 

 

 

 

Andammo a prenderlo alla stazione insieme, io e Stefania. Stavamo stretti nella piccola Kà stipata di scatoloni, mucchi di roba da portare alla Caritas da cui emergevano scarpe da tennis o vecchi articoli di cancelleria.

Abbiamo fatto tutto il viaggio in silenzio: Stefania guidava e non parlava e questo era molto, molto strano per lei.

Non sapevo chi fosse questa persona da prelevare alla stazione. Eravamo ad una pausa dell’incontro per organizzare la distribuzione del materiale raccolto, quando Stefania aveva smesso di parlare al cellulare e mi aveva detto sottovoce: «Devo andare a prendere Roberto.»

«Posso accompagnarti io?»

E adesso ci impelagavamo nel traffico impossibile delle sei di sera.

«Roberto a che ora arriva?» le chiesi, rompendo il silenzio.

«No, parte.»

Rimasi sorpreso: ma se dovevamo andarlo a... Forse intuivo.

«Parte per dove?»

«Non lo sa nemmeno lui.»

Arrivammo alla stazione di Padova. Parcheggiare regolarmente era un’impresa impossibile a quell’ora. E poi, si vedeva gironzolare attorno all’auto una fauna inquietante.

Stefania aprì lo sportello dell’auto e si sporse per gridare: «Roberto!»

Uno della fauna inquietante si girò. Uno che non aveva nemmeno una valigia in mano.

«Roberto, dove sito drio ‘ndare?»

«Che vuoi?» le rispose in italiano quel ragazzo. Mi allungai fuori dal finestrino e vidi che aveva le unghie smaltate di nero, il viso dipinto di bianco e un pentagramma cucito su una tasca di pantaloni pure neri. Avrei voluto fissarlo fino a capire se era un pentagramma dritto o rovescio, ma lasciai perdere.

«Cosa stai facendo Robi?»

«Che te ne frega?»

«Non hai nemmeno i soldi del biglietto. Torna indietro!»

«Che te ne frega? Ho deciso di non ritornare.» anche gli occhi di Roberto erano truccati di nero.

Stefania sospirando mise il freno a mano e corse ad inseguirlo. Io uscii subito dalla macchina e camminavo qualche metro più indietro. La gente mi spintonava da tutte le parti per precipitarsi a prendere il suo treno.

«Roberto, tu non ti rendi conto della gravità di quello che combini…»

«Che te ne frega?» rispose lui senza voltarsi. Scendendo e risalendo le scale ci portava verso il binario 10, dove avrebbe aspettato il passaggio di qualche carrozza, o forse erano solo le rotaie di acciaio annerito ad interessargli.

Facendosi largo tra la folla, Stefania era arrivata a raggiungerlo, ma non lo toccò.

Ci fermammo tutti sotto una pensilina: lavoratori, extracomunitari, studenti e Roberto con la sua magra figura senza bagaglio.

Stefania tornò all’attacco. «Ascoltami Roberto, per una volta solo prova ad ascoltarmi.»

Si udì il classico altoparlante incomprensibile: «Attenzione, si informano i signori viaggiatori che il treno, ecc. ecc...»

Non disse: «Che te ne frega?» Forse l’ascoltava.

«Se non vuoi proprio tornare a casa dai vecchi...»

«I vecchi!…» esclamò Roberto, con la risata di un sadico invitato a compatire la sofferenza di una formica.

«Se non vuoi tornare dai vecchi, vieni a stare nel mio appartamento, per un periodo. Poi potrai  riflettere su come sistemarti.»

«Perché dovrei venire a stare nel tuo appartamento?»

«Che domande! Sei mio fratello!»

Seguì uno strano minuto di silenzio assoluto, come se nessuno di quegli estranei indifferenti avesse il coraggio disturbarci. Io mi aspettavo il fischio del treno.

Invece mi sorprese Roberto, che si rimise a parlare:

«Stefania, potrei venire da te anche stasera?»

«Certo! Sono qui fuori con la macchina.»

Corsi avanti in fretta per ricavargli un posto tra le cataste ammassate dei nostri aiuti umanitari.

 

Ho rivisto Roberto in centro l’altra sera, mentre uscivo dal tabaccaio. Aveva sempre il viso bianco, le unghie nere e gli occhi truccati, in più portava un paio di pantaloni beige chiaro e una lente azzurra. Ha accettato volentieri la mia sigaretta.

«Ti ricordi di me, eh?»

«Certo...»

Ero un po’ in imbarazzo: non è che avessimo molto da dirci. Qualcuno passando guardava male lui e, per estensione, anche me.

«Ma toglimi una curiosità» ho chiesto, per sciogliere il ghiaccio. «Io non conosco Stefania da molto tempo, e non sapevo che avesse dei fratelli. Quanti siete in famiglia?»

Roberto mi ha risposto:

«Io e Stefania non siamo fratelli. Non siamo nemmeno parenti. Siamo stati compagni di scuola.»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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