Diario spirituale

 

 

di Sofia Tisato

 

 

 

 

 

«Non perdere mai di vista la vera umiltà, figliola» mi disse come sempre l’anziano Père Desmegoris, il mio confessore, congedandomi; era un concetto che gli stava molto a cuore.

«Spesso ti troverai circondata da religiosi e persone devote che, più che essere umili, ostentano d’umiliarsi agli occhi del mondo; ma la vera umiltà è svuotarsi nell’anima. Non siamo noi che operiamo per Dio, Dio opera per mezzo di noi. Perciò, quando sentirai che Egli ti parla, nel silenzio della tua anima, non dimenticarti di scrivere; sono intuizioni preziose.»

«Sì, padre.» risposi tranquillamente. Non ero stata certo io ad avanzare pretese letterarie, bensì lui ad ordinarmi di tenere un diario spirituale giornaliero: un’attenzione da parte del Desmegoris che non era riservata a tutte le novizie del nostro convento, e forse nemmeno a troppe monache, pertanto avrei pagato cara la sua predilezione con una dose di antipatie e di isolamento superiore a quella che mi era già stata riservata fino ad allora. Non me ne curavo affatto. Si era a giugno dell’anno 1792, ed attendevo solo il momento di uscire dal convento di S. Denis per la consueta visita estiva alla famiglia di zio Jean Michel Brasseins, visconte di Périgord, che mi era giunto in soccorso alla tragica morte dei miei genitori prendendosi cura della mia vocazione.

Ben presto fu l’ora di depositare gli scarsi bagagli nella carrozza guidata da Pepin, il fedele servitore di casa Brasseins, che avevo visto fare la spola per portarci in giro fin dalla prima infanzia. Quel che mi lasciò perplessa fu scoprire, quando mi introdussi nella cabina districandomi tra i velluti con la pesante tonaca nera, che zio Jean Michel non era venuto a prelevarmi di persona come sempre, ma aveva inviato a svolgere l’incombenza il cugino Philippe, suo secondogenito.

Non mi piacque fin dal primo momento la sua espressione, il modo frettoloso con cui mi salutò per tornare ad immergersi nella lettura di un volume di tattica militare: proprio lui, che aveva sempre trascurato gli studi ed era riuscito ad entrare nella cavalleria solo grazie ad una considerevole raccomandazione. Forse era uno di quei libri che dietro ad una falsa copertina nascondevano ben altro contenuto, come si era scoperto tra le letture di una ragazza arrivata tempo prima al convento? Pensai che i rapporti tra lui e suo padre dovevano essere notevolmente migliorati perché fosse arrivato al punto di affidargli la sorte della sua preziosa nipote; non mi sarei fidata altrettanto di Philippe. Trascorrevo pochi giorni all’anno con i miei cugini ed altri coetanei ‘del secolo’, potevo osservarne la vita solo dall’esterno in quanto protetta ed emarginata dalla cappa del mio velo…ma non ero affatto la povera ingenua che essi fissavano con commiserazione, cambiando tono e linguaggio in mia presenza come quando si parla con i bambini. Avevo modo di vederli alle cene, mentre gli adulti erano immersi nei loro affari, mi raggiungeva il bisbiglio dei loro discorsi in chiesa, seduti alle mie spalle durante le funzioni religiose. A Natale ero salita in carrozza con Philippe, un suo fratello e la figlia del borgomastro Marinot, di ritorno dalla messa: mentre il precettore sonnecchiava ed io apparivo assorta nella rilettura del diario spirituale, avevo ben visto come sapevano inoltrare le mani sotto alle pieghe della gonna di seta, incoraggiati dalle risatine represse della ragazza. Ascoltavo i miei giovani cugini, così cresciuti e cambiati, quando entravano in biblioteca a giocare a dadi anziché studiare, e parlavano ad alta  voce dei libri che si procuravano di nascosto; ridevano esaltandone le scene preferite, convinti che non fossi in grado di comprendere nulla, nel mio empireo, come se l’eco di quelle letture non fosse mai penetrato oltre le mura protettive del convento.

Mentre osservavo la finta concentrazione sulla tattica militare di mio cugino, strane idee iniziavano ad affacciarsi alla mia mente, per quanto tentassi di ricacciarle bollandole come assurde e fantasiose; strinsi il manoscritto del diario, avvolto nella sua austera copertina scura, che tenevo sulle ginocchia come una sorta di protezione.

Fuori la campagna era un rigoglio di vegetazione, con le messi spiegate nei campi e l’erba verde che cresceva lungo i fossi; cercai con lo sguardo l’immagine familiare del boschetto di pioppi che sorgeva presso lo stagno di Court Nouvelle, ma non lo vidi, anche se eravamo giunti alla metà del tragitto. La carrozza non seguiva la strada consueta per raggiungere casa: correvamo su sentieri sconosciuti, in uno spazio aperto in cui si intravedevano rare capanne lontane.

«Non è possibile.» pensai, ma non avevo più dubbi.

«E così, cugino.» dissi ad alta voce, rompendo per la prima volta il silenzio tra noi. «Si può parlare di rapimento?»

Philippe alzò la testa sbalordito.

«Cosa dite, cugina Joelle?»

«E’ evidente che non mi state portando a destinazione, a casa dei vostri genitori.»

«Ma...»

«Oppure Pepin ha sbagliato incredibilmente la strada!»

Tutt’e due ci volgemmo a guardare fuori, ma solo io battei un colpo per attirare l’attenzione del cocchiere. Invano: Pepin continuò a correre, accelerando anzi l’andatura, nonostante i miei tentativi di richiamare la sua attenzione. Nell’istante in cui girava leggermente il capo, intravidi una certa espressione beffarda sul suo viso che in tutti quegli anni non avevo mai conosciuto.

«Cugino Philippe, dove mi state portando?»

«Non so nemmeno se ha un nome, cugina, ma del resto non ha importanza.»

«In nome di Dio, non osate toccarmi!»

Chiuse il libro fissandomi con una certa ironia:

«In nome di Dio ve lo prometto volentieri: sono ateo da parecchio tempo, cugina.»

«Non mi interessa cosa siete! Smettetela! Vi rendete conto di quello che state facendo?»

In preda al terrore e sull’orlo di una crisi di pianto, ero nel momento ideale per balzarmi addosso; non riuscivo nemmeno a concepire l’idea di spalancare la porta della carrozza, per fracassarmi le ossa sul ciglio della strada.

Ma una mancanza di crudeltà trattenne forse mio cugino.

«Andiamo, Joelle! Vi ho vista benissimo, quando siete venuta a farci visita quest’inverno: siete annoiata ed affitta dalla vostra squallida vita di convento, alla quale vi ha costretto la miseria dopo la morte dei vostri genitori! Mi fa pena la vostra condizione: vedrete che mi ringrazierete, oggi, perché vi darò l’opportunità di sperimentare qualcosa di nuovo.»

Andò avanti ancora per un pezzo ad allettarmi con promesse di cui non ascoltavo una sola parola: richiamavo tutte le forze per recuperare in pieno il controllo di me stessa.

«Cugino Philippe» sibilai, scoprendomi furiosa. «Mi vedevate afflitta perché le cose non andavano  bene nel nostro convento, fino a quando non è arrivata la nuova badessa: c’erano un sacco di egoismo e falsa devozione nei rapporti tra le monache. Era la mancanza di serietà nel seguire le regole dell’ordine, che mi annoiava ed affliggeva, non certo il desiderio di subire un vostro rapimento! E non vi permetto di nominare ancora i miei genitori: ricordatevi che la mia vocazione è maturata quand’ero bambina, ed essi erano ancora vivi.»

«Non metto in dubbio che vi piaccia ammirarvi allo specchio vestita da suora» insinuò Philippe. «Siete perfetta nella parte! Ma io non voglio togliervi il vostro posto al convento, ci mancherebbe: voglio solo condividere con voi un po’ di piacere.»

«Cugino, ripeto con pazienza che sono diventata novizia delle benedettine di S. Denis per mia volontà, e pertanto il piacere non rientra tra le mie aspirazioni: so che avete letto certi libri su frati e suore che si comportano in ben altra maniera, ma non potete pensare che siamo tutti così. Se voi avete letto, io ho visto con i miei stessi occhi monache viziose, e vi assicuro che la loro vita non è così interessante né meritevole di essere imitata per passare il tempo!»

«Se è questo che insinuate, che sarei uno scioperato in cerca di un passatempo, mi offendete. Non leggo per viziosità, leggo per imparare qual è la vera natura dell’uomo, al di là della montagna di falsità che la religione ci ha inculcato. Penso che liberarsi da tali idee farebbe del bene anche a voi.»

«Evitatemi la vostra personalissima morale, dato che l’unica libertà esaltata in questo caso sarà la vostra…E pensate che lo zio non lo venga a sapere?»

«Non vorrei proprio farvi del male, Joelle!» esclamò Philippe, guardandomi con sospetto. «Ma non ce ne sarà assolutamente bisogno, perché voi non parlerete: dopo il primo incontro sarete sicuramente innamorata di me alla follia…»

In fondo era ancora il ragazzino che battevo regolarmente a scacchi perché molto più veloce d’intuito. C’era la speranza che non mi arrecasse troppo danno, ma dovevo essere abile e pregare il mio angelo custode.

«Sono già abbastanza innamorata, nonché libera di frequentare tutte le volte che voglio il Signore» azzardai, passando all’attacco.

«Peccato che non esista… Fatemi finire di leggere questo capitolo, cugina.»

«A cosa vi serve studiare, se non è per le capacità che vi farete strada nell’esercito, ma per le conoscenze dello zio a Corte? La vita ci pone dinanzi a delle scelte, da portare avanti anche a costo di rinunce, come io ho avuto modo di imparare a mie spese; voi non avrete mai alcuna scelta da compiere, né tanto meno alcuna rinuncia, per questo vi dilettate a sragionare sull’ateismo e la libertà, giocando a fare il Sade del Périgord!»

L’avevo colpito nel segno, e sibilò lasciandosi andare sui cuscini:

«Sarete pure una brava vergine, cugina, ma siete tanto superba e tagliente che il vostro Signore deve trovare davvero molesto l’inevitabile incontro con voi.»

Le parole di Philippe mi ferirono; le aveva pronunciate non per il gusto di provocarmi, ma spinto alla sincerità dalla mia offesa. Il nostro duello verbale cedette il posto di nuovo ad un lungo silenzio; la carrozza ci sballottava, conducendoci ormai per un terreno impervio.

Superba, io? Possibile che al mondo imperversassero i violenti e i corruttori, mentre chi cercava invano di comportarsi rettamente riceveva come unico complimento l’accusa del più odioso peccato capitale?

«Non perdere di vista la vera umiltà» risuonavano le parole del padre Desmegoris, lontanissimo dalla mia traiettoria verso la perdizione.

C’era un peso che mi faceva sudare le gambe, più addirittura della tonaca troppo spessa che avevo scelto di indossare: tastai con la mano il dorso del mio diario spirituale. Ero così accurata nel compilarlo…Facevo la comunione tutte le mattine, e poi di corsa in camera, a scrivere prima di dedicarmi alle incombenze; e lo stesso la sera, dopo la meditazione, al lume fioco di candela perché qualche novizia invidiosa non mi scorgesse e mi accusasse alla nostra superiora di… superbia.

Ammisi che lo ero veramente: in un mondo improntato alla falsità e all’ipocrisia, avevo trovato il modo di sovrastare tutti con l’esaltazione della mia solitaria virtù. Ma erano dettate dal Signore, le frasi forti che avevo sentito riecheggiare in profondità nella mia anima, o venivano piuttosto dell’ansia di piacere all’attenta lettura del mio confessore?

Tolsi dalla copertina nera quel pacco di carta che aveva perso ogni valore. Allungai una mano oltre i tendaggi pesanti che coprivano il finestrino: senza più alcun desiderio né di resistere né di abbandonarmi, lasciai andare il primo foglio. Schizzò in alto, sospinto dalla velocità della carrozza, poi ricadde piegandosi in due, su un cespuglio di ortiche. Il secondo foglio volò ancora più lontano, il terzo volteggiò a lungo nel vento, e così via: sparpagliavo per i campi l’inutile commedia del diario spirituale.

Mio cugino stava leggendo sul serio, forse per dimostrare a se stesso di aver meritato quegli studi. Alzò gli occhi colpito da un riflesso del sole tra le tende smosse, e mi vide intenta a disperdere i fogli.

«Cugina, ma che fate?» esclamò.

«Avevate ragione, Philippe: sono superba. Non posso ritenermi migliore di nessuno.»

«Siete impazzita? Quello è il vostro diario, che leggete al Desmegoris! Quando lo pubblicheranno, diventerete una santa famosa… Pepin! Fermati! Ferma!»

«Perdereste la mia e la vostra anima, ma siete pronto a far di tutto per un pezzo di carta?»

«Lì dentro c’è tutta la vostra vita e la vostra fatica letteraria; non vorrete perderle per ascoltare le sciocchezze che ho usato per sedurvi? Su, scendete!»

Pepin aveva fermato la carrozza sul ciglio della strada; aveva un’espressione corrucciata e scontenta. Ma vide come ci affannavamo, Philippe ed io, ad inseguire i fogli per la campagna affondando nel fango, scendendo nei fossi, infilandoci tra le macchie di rovi; lui con la sua marsina nuova da perfetto libertino ed io con la mia tonaca lunga e la cuffia che s’impigliava tra i rami degli alberi. Allora scoppiò in una fragorosa risata, incurante delle differenze di rango, di fronte allo spettacolo di quella goffa inettitudine. Certo, non si poteva farcene un colpa: eravamo tutt’e due molto giovani, all’epoca io avevo sedici anni e Philippe quasi diciotto.

Recuperare pagina XX, secondo la mia diligente numerazione, finita in una canaletta, fu impossibile, per quanto la carrozza rischiasse di rovesciarvisi dentro sbalestrando un asse. Per ripararla e soprattutto rimediare carta e penna, come ingiungeva mio cugino, dovemmo affrettarci a raggiungere casa.

«La riscriveremo… Leggete la frase a cui siete arrivata alla pagina Ventuno.»

«Siete pazzo? Dovrei leggere a voi i miei pensieri dell’anima? E poi chissà se lo sono… o piuttosto un mucchio di falsità.»

«Leggeteli a me e vi saprò dire con sicurezza se eravate sincera.»

Il timore che abbandonasse nuovamente l’idea di ricondurmi in famiglia sana e salva mi spinse cercare tra i fogli spiegazzati il numero XXI, da cui lessi avvampando di vergogna:

«…Perché io desidero essere Vostra sposa, ovvero arrivare ad appartenervi non solo nella mia persona, ma soprattutto nella mente ed in ogni moto della mia volontà…»

Philippe guardava fuori e taceva, pensoso.

 

Zio Jean Michel non si stupì del ritardo di oltre un’ora; non vide nemmeno la carrozza sbalestrata, che Pepin si affrettò a far sparire nelle scuderie.

«Quelle buone suore! Vi han tenuto per un’eternità a reclamare nuove elemosine? Non si accontentano della carità che dono ogni anno al convento…»

«Proprio così, padre» mormorò Philippe, eclissandosi di corsa; di lì a poco ricomparve nel cortile per esercitarsi al tiro a segno con la carabina insieme al fratello.

Incominciavo ad avvertire un tremito lungo il corpo, rendendomi conto del reale pericolo che avevo corso, così anziché recarmi in camera a riordinare il diario spirituale accettai di buon grado di tenere compagnia allo zio nel suo cabinet.

«Ti vedo sempre meglio, cara Joelle! Si potrebbe dire che cresci in età, sapienza e grazia di anno in anno.»

«Sono un po’ stanca per il viaggio…»

«Riposati con comodo. Poi mi racconterai le ultime novità: una nuova badessa, ho sentito!»

Incominciò a parlarmi dei suoi problemi con i vignaioli e di strane agitazioni intorno a libri messi all’Indice, mentre da fuori giungeva l’eco dei colpi della carabina di Philippe. Era la sua arma preferita: purtroppo l’avrebbe tradito mortalmente in un duello tre anni dopo.

«Zio, scusatemi, posso chiedervi una cosa?» osai interromperlo.

«Ma certo, Joelle.» esclamò lui, amorevole.

«Non avete mai pensato di trovarmi un marito?»

«Questa proprio non me l’aspettavo! Non ci ho mai pensato: dove avremmo potuto rimediare una dote anche per te, con quattro figlie femmine? E poi, suvvia, se c’è qualcuno tra quanti conosco che appaia felice della propria condizione, quella sei tu, piccina!»

«E’ vero.» ammisi, sentendomi più serena. «Era solo una domanda dettata dalla curiosità femminile…»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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