Hemingway dei poveri

 

 

di Sofia Tisato

 

 

 

 

 

Decisamente la casa era bella; molto più grande di quanto si aspettasse. Lei era scesa in gran fretta dalla macchina: poteva osservarle con comodo il didietro mentre alzava il braccio a suonare un campanello. Il cancello di metallo si mosse con una scossa meccanica.

«Non saremo soli.» pensava il giovane con fastidio. «Qualcuno le ha aperto da dentro.»

Il rumore della portiera richiusa gli fece capire che la ragazza era tornata a sedersi al suo fianco.

«Sono tutti via, c’è solo mia sorella.»

Entrarono nel verde torrido del parco.

Appena si trovò nel suo soggiorno, lei incominciò a gettare la borsa e le chiavi qua e là con sicurezza.

«Mettiti comodo!»

Sparì in qualche angolo e ne ritornò con un paio di infradito al posto dei sandali.

Si muoveva tra lui e il frigo con quella voce falsa, nasale, chiaramente non sua, che gli piaceva tanto.

«Vuoi bere qualcosa di fresco?»

Era formidabile: come se fosse una superficiale e limitata, quando l'espressione nei suoi occhi lo metteva in guardia di tutt’altro.

Stava già gustando la bibita con lei tranquillamente accomodata sulle ginocchia, ed ecco che udì la serie di rumori inquietanti. Tonfi, scricchiolii, colpi reiterati: inevitabilmente lo misero in agitazione. Da bambino aveva sempre tremato pensando a storie di ladri nelle grandi case, soprattutto quando sua madre lo lasciava solo per lungo tempo; ora quella fifa ridicola si ripresentava in modo imbarazzante.

La ragazza disse ridendo:

«E’ Schonne che cerca di passare per la porta a soffietto!»

E stringendo il suo mento rasato tra le dita lo costrinse a girare la testa verso le scale. Vide l’enorme gatto grasso, anziano e lentissimo, vincitore della dura lotta, ridiscendere i gradini passo dopo passo in loro direzione.

Lui adorava i gatti, anche se non ne aveva mai posseduto uno. Il felino–pachiderma schivò la sua carezza in punta di vibrissa, e si dileguò fuori in giardino.

«Usciamo anche noi?» stava chiedendo la proprietaria, conformandosi nella voce e nei movimenti all’elegante inconsistenza di un gatto.

 

Camminarono sull’erba fumando le loro sigarette.

«Tu cosa fai stasera?» le chiese

«Boh! Non lo so! Cosa potrei fare?» continuava a giocare.

«Andrebbe bene alla Pietra della Luna alle dieci?»

«Ma figurati! Vacci con le tue amiche!»

«Quali amiche? Non c’è un cane in facoltà.»

«Tutte quelle che ti danno il numero di cellulare. Saranno una marea.»

Mi prende in giro. Tutto a posto – pensò lui, circumnavigandola nei suoi pensieri.

«Tutto quello che fa in casa sua è perfettamente conforme alla sua natura, o meglio, a ciò che mostra di sé incontrandola fuori. Nessun segno di debolezza né cedimento. Arrivare a lei dev’essere un’impresa impossibile.»

In verità era di carattere piuttosto pigro, non aveva mai amato lo sforzo nelle conquiste. E poi con le donne non aveva mai incontrato troppe difficoltà.

«Hai una cosa fra i capelli.» le disse, accarezzandoli.

«Che schifo! Cos’è?»

«Solo un polline!»

«Polline in questa stagione?»

«Ma sì... Non so come si chiami...»

«Non sei proprio uno di campagna!»

Per la scenetta del polline si era spostato con la fronte alla casa e solo allora vide, attraverso le finestre aperte, la figura umana nella stanza al piano di sopra.

«Mi dimenticavo di tua sorella...» borbottò. «La stiamo disturbando?»

«Ma no! Non dire scemenze. Non ti sente nemmeno.»

In effetti la figura stava seduta di spalle e non si muoveva.

«Che fa?»

«Niente.»

 

Quando decise che era ora di andarsene, lei accettò di buon grado la stretta delle sue braccia intorno alla vita, mentre le diceva:

«Allora verso le sette e mezza ti chiamo.»

«Sì. Va bene. Chiamami.»

Sbuffando si cercò un sassolino dentro al risvolto dei pantaloni, mentre lei lo canzonava con l’espressione degli occhi: «Sei ancora qui?»

«Senti, Marina, andrei un attimo in bagno...»

«Su dalle scale, in fondo al corridoio a sinistra.»

Non aveva proprio fretta di andarsene. Gustava in silenzio le assi di parquet riscaldate dal sole, salendo con i sandali in mano a piedi nudi.

Dal bagno si udivano cinguettare gli uccelli, nascosti nel folto degli alberi. Nel corridoio, invece, l’aveva notato arrivando, aleggiava uno strano ronzio.

Stava richiudendosi con cura la porta alle spalle, quando si voltò e andò quasi a sbattere contro la sorella della sua amica.

«Scusa...»

«Scusami tu!»

«Scusa, ti do un asciugamano pulito.»

«Ma non serve, figurati.»

Era pieno di imbarazzo e di curiosità insieme. Per lei doveva valere la stessa cosa: era arrossita nettamente eppure lo fissava dritto negli occhi, con naturalezza, forse perché faceva così con chiunque. Non la trovava interessante, ma si sentì in dovere con se stesso di recuperare molti punti al suo cospetto.

«Ti ho disturbato? Stavi studiando?»

«Oh, no, anzi. Mi ero appena alzata per scendere in cucina, tanto ora non riesco a scrivere nulla.»

«Scrivi?»

«Oh, sì!...» Adesso arrossiva per il piacere: non desiderava altro che parlare di quell’argomento.

«Per un giornale?»

«No, no... Letteratura.» Con un tono per dire: la forma più grave della malattia.

Si rese conto di averla meccanicamente seguita, mentre parlavano, fino alla soglia della sua camera, e questo non era molto educato.

«E’ qui il tuo studio creativo?»

La ragazza annuì e spinse avanti la porta con due dita, concedendogli benevolmente d’intravedere l’interno della stanza.

C’erano libri e giornali dappertutto, sparsi su alcuni tavoli e svariate mensole. Un vecchio Windows ’95 acceso mandava brutti disegni dallo schermo impolverato: ecco spiegata la fonte del ronzio.

«Entra pure, se trovi uno spazio!» Doveva essere una dote di famiglia: anche questa ragazza lo prendeva in giro.

Sparpagliati sul letto non c’erano indumenti intimi ma decine di fogli di fotocopie e due riviste aperte. Lei si lasciò andare su una sedia davanti al suo computer e prese a scrivere volgendogli le spalle; gli dava qualche breve occhiata ogni tanto.

Fu a questo punto che lui si sentì a disagio e fuori posto, e decise che era il momento di passare al contrattacco.

«Anch’io combino questo casino nella mia camera; mia madre mi ammazzerebbe. Non quando scrivo, però, ma se devo dare un esame.»

«Perché, tu scrivi?»

«Oh, sì, scrivo ogni tanto. Ho scritto un paio di racconti e li ho fatti leggere ad un mio amico che pubblica sul web; hai presente, no?»

«Sì, sì.»

«Ho ricevuto anche dei compimenti dalla gente che finiva sul sito...»

«Che genere di racconti erano?»

«Narrativa... Si ispiravano alle mie avventure. Ho uno stile molto particolare. Sai, una mi ha scritto che sono l’Hemingway dei poveri; non mi sembrava un complimento...»

La ragazza fece un risolino, senza staccare gli occhi dallo schermo. Le sue dita rotolavano rumorosamente sulla tastiera. Gli diede molto fastidio sentirsi deriso.

«Tu, invece, immagino, pubblicherai già per una casa editrice...»

Avrebbe sicuramente aperto bocca per rispondergli, quando udirono aprirsi la porta a soffietto che dava sulle scale.

«Beh? Sei caduto dentro il cesso?»

«Stavo facendo conoscenza con la tua sorella famosa scrittrice.»

«Ma dai! Lasciala in pace!»

Si era già affacciata alla soglia della stanza, ricevendo la vista di tutti quei fogli come un pugno negli occhi. La sorella cliccò in icona quanto stava scrivendo.

«Allora? Vi siete conosciuti abbastanza? Volete fare un figlio insieme?»

«Sarebbe un’ottima idea! Mescolare i suoi geni di genia ai miei, che sono l’Hemingway dei poveri; ci potremmo provare, cosa ne dici tu?»

«Ma certo! Nascerebbe il nuovo Dante.» commentò la scrittrice, che si era girata a fissarlo con la solita ironia indefinibile.

L’altra sfiorò il suo gomito con una luce dura nello sguardo.

«Ti accompagno alla macchina, cicci. Stasera ci sentiamo.»

«Sì, ci sentiamo. Volevo discutere con più calma con te di letteratura.» proseguì, rivolto alla sorella. «Ti farei un sacco di domande su quello che stai scrivendo...»

«E’ un racconto di due pagine. Puoi leggerlo, se vuoi.»

«Ma no, figurati, non ti disturbare...»

«Solo il tempo di stamparlo. Te lo regalo volentieri.»

Era colto alla sprovvista dalla generosità improvvisa, tanto che ebbe quasi una reazione di rifiuto quando gli mise il foglio in mano.

«Non dovresti...»

«Ma finiscila!» esclamò la ragazza, che non aveva più la minima inflessione canzonatoria. «Te lo regalo, tieni!»

«Ti farò sapere cosa ne penso... beh, quello che penso io vale come il due di picche, ma comunque ti faccio sapere. Se ci tieni; o non te ne frega niente?»

«Certo che ci tengo, Hemingway!»

«Allora ti mando un’e-mail, se mi dai un indirizzo...»

«Non hai già l’indirizzo di Marina? Puoi scrivermi lì.»

«Sì, ecco, scrivi che ti fa bene!» tagliò corto Marina e lo spinse fuori sulle scale.

 

Si allontanò osservando la sagoma di lei che sporse a lungo dal profilo della casa: aspettava che il cancello fosse ben richiuso.

«Davvero una gran tòcco di donna.» fu il suo commento.

C’era sempre un commento, alla fine di questo genere d’incontri; da quest’ultimo, che gli fluiva così spontaneo, non sapeva cosa dedurre. Finché il semaforo era rosso allungò il braccio per prendere un cd.

Il foglio del racconto stava piegato in due sul cruscotto, come una bocca aperta nella sua direzione.

«Appena sono a casa lo leggo» si disse. «Devo fare anche delle telefonate.»

 

Alle otto e trentacinque Marina scese le scale con la solita decisione.

«Sono fuori a cena.» disse alla sorella che stava in cucina. «Che mi chiamino al cellulare.»

«Va bene, ciao.»

«Ciao...»

La ragazza aveva spento il computer da un pezzo ed ora restava seduta a pensare a quanto aveva scritto, nella solitudine completa della sua casa. Riaffiorò nella sua mente anche il volto di quel tipo interessante, per parecchi minuti; ma con la solita cattiva abitudine a sottovalutare il proprio vissuto, alla fine lo ricacciò indietro.

Bello però che legga il mio racconto – si diceva.

Alle nove suonò il campanello; lei aveva finito a mala pena di cambiarsi.

«Venite dentro!» gridò trafelata nel citofono.

Arrivavano i suoi amici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Chi siamo | Mappa del Sito | Note Legali | Contattaci | Credits | ©2007-2009 - Impubblicabile.it