LA visione serena e ordinata del mondo
di Sofia Tisato
Stavo dando un saluto veloce alla redazione della Difesa, quando il direttore mi mostrò la lettera d'insulti arrivata il giorno prima.
«Cosa le rispondiamo?» chiese, mentre osservavo con fascino e terrore i primi effetti – catastrofici – di un articolo scritto da me sul mondo esterno.
Si trattava di una donna sulla cinquantina, madre di famiglia, che come in seguito ebbi modo di approfondire era conosciuta in parrocchia, pur non andando molto oltre il precetto domenicale.
La Marisa, trevigiana d'orgine, aveva sposato Carlo, fabbricante di caldaie, non praticante, e viveva in zona Armistizio con i tre figli. Li amava senza viziarli, dosando complicità e severo buon senso, ma non sapeva nascondere il suo orgoglio per la figlia maggiore Anna, trasferitasi a Milano a concludere brillantemente la specializzazione. I due maschi, invece, l'angosciavano. Erano ottusi, sordi a qualsiasi richiamo, indifferenti. Paolo, il ventunenne che subito dopo la maturità aveva scelto di interrompere gli studi, attendeva sul divano con aria sardonica, la domenica mattina, che lei rientrasse da messa per preparare il pranzo a tutta la famiglia. Il minore era addirittura ostile, talvolta ben presente in casa con la sua carica polemica, più spesso scomparso chissà dove con la compagnia di amici; già due volte nel corso dell'anno il liceo l'aveva contattata per segnalare le sue assenze ingiustificate.
Avrebbe dato qualunque cosa per vederli felici, impegnati a vivere con pienezza come i ragazzi che affollavano le veglie delle GMG. Le giornate di Loreto, di cui non s'era persa un'immagine, sola nella sua cucina il sabato sera, con il marito che sonnecchiava in salotto, le avevano fatto venire le lacrime agli occhi e sorgere spontanea una preghiera:
«Se i miei figli conoscessero dei giovani cristiani!»
Viste le premesse, fu inevitabile che la lettura della "Difesa", quel venerdì, la facesse sussultare. Ospitava uno dei miei articoli preferiti, in cui potevo divulgare-annuncio e non recensione, secondo le nostre regole- la notizia di un incontro a Padova tenuto da uno dei tanti movimenti giovanili o associazioni che conoscevo per frequentazione.
La Marisa non era un'esperta di vita associata, ma telefonò a quel numero in fondo all'articolo con la sicurezza che Lui stesse indicando una via; le rispose un ragazzo dalla voce educata e gentile, come aveva sempre sognato le si rivolgessero i suoi.
Venne la domenica dell'incontro: Paolo e Giacomo, il minore, furono accompagnati personalmente e quasi a forza da Marisa, in una delle sue rare uscite con l'automobile. Li scaricò davanti al cancello di un oratorio, accertandosi che non ritornassero subito indietro, e poi via di corsa a casa, ad aspettare la sera con trepidazione.
Arrivò prima di cena Paolo, ciondolando; l'informò che "quella roba" non era nulla di speciale, e che Giacomo se n'era andato dopo un quarto d'ora di programma insieme ad un altro ragazzo finito lì per caso. Lui era rimasto, ma solo perché aveva incontrato un po' di gente simpatica tra cui, si capì in seguito, una ragazza che gli piaceva.
Per quanto Marisa fosse furiosa con Giacomo, ormai era fatta: quei giovani avevano conservato il recapito dei due fratelli, e li invitarono ad una tre giorni di vacanze e ritiro spirituale. Paolo ci andò con il preciso obiettivo, che raggiunse, di mettersi insieme alla sua ragazza Giovanna, una dei membri più attivi del gruppo: aveva l'intelligenza di rispettarlo e lo lasciò sempre frequentare “dal di fuori”.
Partito per rivedere il nuovo amico della domenica, Giacomo non lo trovò tra i partecipanti, ma non fuggì lo stesso. Se lo vide arrivare, la Marisa, alla fine dei tre giorni, stanco e più riservato che mai, ma con un'aria insperabilmente contenta. La sera dopo il marito la informò di cose strane, che il ragazzo aveva lavato i piatti e rifatto il letto, soprattutto non rispondeva più in malo modo a nessuno. Marisa strozzò a stento l'urlo di gioia: non poteva credere che il suo sogno si fosse realizzato.
Giacomo ebbe un cambiamento radicale e deciso: sorrideva, non spariva, li ascoltava come se avessero sempre qualcosa di importante da dire. Era così diverso che non le sembrava quasi più suo, le faceva un po' paura. Capitò, ritornando da messa, che trovasse la casa invasa dai suoi nuovi amici: sorrisero, accolsero lei, la padrona di casa, nel soggiorno e nel giro di pochi minuti si prodigavano già a preparare la tavola. Non era abituata a questa sovversione del ménage familiare: il marito ignorava ostentatamente tutto quell'impegno, leggendo la Gazzetta, e lei stessa era felice ma sorpresa.
Giacomo aveva smesso di prendere note e bruciare la scuola, ma non sempre si chiudeva in camera a studiare: andava da un altro ragazzo per aiutarlo a fare i compiti.
«Se già tu stesso non sei una cima, perché spendi il tuo tempo dietro ad un altro?» lo rimproverava il padre.
«Ma papà» rispondeva lui, con quell'atteggiamento sorpreso che aveva sostituito la vecchia ribellione. «E' un mio amico che viene agli incontri con me! Ha veramente bisogno che qualcuno gli spieghi le equazioni, e noi a scuola le abbiamo già fatte.»
Raccontò di come nel loro gruppo vivevano per amarsi a vicenda come dei fratelli.
Marisa si abituò a trovarsi qualche "fratello" o "sorella" ospite a sorpresa alla sua tavola; dentro di sé trovava maleducati i continui autoinviti, ma Giacomo garantiva sempre che quelle persone avevano davvero bisogno di un pranzo o una cena. Non aveva mai voluto essere un'ipocrita, ridurre il cristianesimo ad un po' di elemosina, eppure l'attenzione di suo figlio per gli altri le pareva esagerata. Scoprì che con gli amici metteva addirittura in comune oggetti e vestiti in superfluo: se l'avessero saputo nelle famiglie dei compagni di scuola di Giacomo, cos'avrebbero pensato?
Fecero precipitare la situazione due episodi. Una sera Giacomo la chiamò per chiederle di accogliere per qualche giorno un giovane straniero senza dimora. Si arrabbiò, gridando forte al telefono che quella casa non era un albergo, che non potevano approfittare così della sua buona volontà.
«Mamma! Questa persona è fidata, ce l'ha segnalato la Caritas, è un nostro amico da tempo!»
«Vostro amico! Per voi sono tutti vostri amici! Non avete coscienza dei tempi in cui viviamo!»
Da quel giorno Giacomo si mostrò ancora più gentile con lei, ma smise di raccontarle tutto quello che faceva nel suo movimento.
Vennero le vacanze di Natale, con l'arrivo di Anna da Milano, che mise Marisa in una grande agitazione: la figlia portava per la prima volta con sé il fidanzato. Preparò scrupolosamente la cena della vigilia, fiera di radunare intorno a un tavolo la sua famiglia in crescita: Anna ed il suo Marcello, Paolo con Giovanna, Giacomo senza amici importuni ed il marito, pregato di non farle fare una brutta figura davanti all'ospite milanese. Se li rimirava, con l'occhio commosso e soddisfatto di chi gode i frutti di lunghe fatiche; fu tutto perfetto quella sera a parte un po' di tensione per lei, quando Anna interrogò Giovanna e Paolo sui loro propositi di matrimonio. Si misero a raccontare, secondo il solito stile del movimento, che si sarebbero sposati presto, pur senza troppi mezzi e con la massima semplicità.
«Mi sembra di tornare a quando studiavamo il pauperismo...» commentò Anna, e soltanto la Marisa rise della battuta.
Finita la cena, corse a finire di preparare la camera per Anna e Marcello. Mentre estraeva le più belle lenzuola matrimoniali dall'armadio del guardaroba, si trovò davanti Giacomo, in uscita dal bagno. La fissava serio, come quando da bambino le rivolgeva le domande più difficili.
«Che c'è, Giacomino?»
«Gli stai preparando il letto a due piazze?»
«Certo! Dormono qui fino al quattro gennaio. Perché...?»
«Mamma» si fece coraggio lui. «Allora mi hai mentito tutte le volte che mi facevi la predica se passavo la notte con le ragazze, con quei discorsi su te e papà, che prima del matrimonio non avete mai...»
«Come ti permetti?» scattò Marisa. «Tua sorella e il suo ragazzo, li vorresti cacciare? Fai la morale agli altri, ragazzino, e nemmeno ti preoccupi dei tuoi famigliari! Ami tutti fuorché noi! E non tirare fuori me e tuo padre, quelli erano altri tempi.»
Profondamente offesa, tornò nel soggiorno in cui era rimasto solo il marito, poco disposto a rivolgere l'attenzione; si sfogò con Paolo, che cercava le chiavi dell'auto per riaccompagnare a casa Giovanna.
«Tuo fratello sta diventando un integralista. Sai come vorrebbe trattare Marcello, quella persona squisita? Invece che in camera con Anna, lo schiaffa sul divano!»
Paolo l'ascoltava sorridendo, stringendosi nelle spalle:
«Dai, mamma» la interruppe. «Quello che pensa è normale. In fondo anch'io e Giovanna abbiamo deciso insieme di non avere rapporti prima del matrimonio.»
E fu così che si ritrovò delusa, furente, a scrivere per la prima volta una lettera ad un giornale. Voleva protestare e mettere in guardia da questi gruppi ecclesiali eccessivi e pericolosi, che le avevano portato via il suo Giacomo, pronto a terminare le scuole per andare chissà dove a cambiare il mondo, che avevano messo in crisi, in seno alla famiglia, la sua visione serena ed ordinata del mondo.
Pubblicato in AA.VV., Ghirigori, collana Cento Pagine, allegato a La Difesa del Popolo n. 50/XCIX (23/12/07)

