Sertorio Incitato

 

 

di Sofia Tisato

 

 

 

 

 

Devo dire la verità, mi dispiace per com’è finita con Seiano. Non che simpatizzassi troppo per quel pezzo di mascalzone, per carità, però… In fondo era uno che si è fatto da solo, come me.

Figuratevi che io ho incominciato tirando il birroccio ad Antonia Minore. Quella vecchia paralitica era talmente insopportabile che i portantini preferivano mollarla in mezzo alla strada e offrirsi spontaneamente alla flagellazione; l’imperatore Tiberio, per non avere più seccature, aveva ordinato di fabbricare una sorta di cocchio apposta per lei, su cui potesse stare comoda e non rischiasse di cadere, guidando da sola un cavallo tranquillo. E quel cavallo appunto ero io.

Antonia Minore non aveva mete precise, più che altro le piaceva andare a spasso per le stradine della sua tenuta di Capri. A quel tempo non aveva ancora l’intenzione di mettersi in politica: si limitava a lavorare a maglia e a lamentarsi dei suoi reumatismi. Era abituata a non essere ascoltata da nessuno mentre parlava, forse per questo non si è scomposta troppo quando ha scoperto che anch’io sono parlante... A differenza di tutti i miei precedenti padroni, molti disarcionati dal mio primo:

«Salve, signore, stai bene ritto sulla sella!»

Antonia, anzi, ne ha approfittato bassamente, costringendomi a subire ogni santo giorno il resoconto delle sue diatribe famigliari; ad incominciare dal figlio Germanico, incosciente che sarebbe finito male (e infatti così è stato), passando per quel… (non posso ripetere) di un Tiberio, che lei avrebbe voluto essere una mosca per spiare come passava il tempo nel suo palazzo, fino alla minaccia di Seiano. Seiano di qua, Seiano di là, “E se Seiano si afferma troppo diventerà imperatore al posto dei miei nipotini!”

Insomma, alla fine ero talmente esasperato dal nome di questo stramaledetto Seiano che le ho detto:

«Perdona, mea domina, ma perché non ti imponi tu stessa a Tiberio, e non gli ricordi che quel cafone è soltanto il suo infimo prefetto del pretorio? La famiglia Giulio Claudia non può lasciarsi mettere i piedi in testa da un cavaliere!»

(Naturalmente ho dei conti in sospeso con la categoria dei cavalieri...)

Ci credereste? La nonnetta m’ha preso in parola e nel giro di un mese Seiano era morto stecchito. Hanno trascinato il suo cadavere appeso ad un gancio e l’hanno buttato giù da un dirupo, del suo cavallo han fatto mortadelle. Brr! Sarà per quest’ultimo particolare, sarà perché sotto la mia scorza sono un tipo sensibile, da quando ho appreso questa notizia ho sempre un po’ di tristezza. Ma non soffermiamoci ancora sul passato: l’età di Tiberio è finita.

 

Un mese fa me ne stavo tranquillo al mio posto nelle scuderie imperiali, ascoltando le sbruffonate dell’ultimo arrivato.

«Sono Jamal, il corsiero del deserto!» diceva costui, un superbo esemplare nero dalla criniera negligentemente buttata sugli occhi. «Il nuovo imperatore mi ha fatto venire apposta dall’Arabia Felix, terra di meraviglie, per cavalcarmi personalmente. Noi cavalli arabi siamo una razza forte, temeraria e indistruttibile.»

«See! Avreste dovuto sentirlo durante il viaggio in nave!» sghignazzava il mio amico Furio, il cavallo del pretore d’Asia. «Non ha fatto altro che tirare calci e ragliare come un somaro mazziato, da quanto se la faceva sotto!»

«Non sei per nulla spiritoso!» interviene Jamal, che aveva sentito tutto. «Non è colpa mia se le vostre navi sgarruppatissime fanno venire il mal di mare. Noi cavalli arabi siamo soliti restare per giorni e giorni senza una goccia d’acqua, in piena tempesta di sabbia…»

Per fortuna quel noioso fu messo a tacere dal suono della tromba che annunciava l’arrivo dell’imperatore.

Immediatamente una schiera di pretoriani si posizionò ai due lati dell’entrata, il prefetto Cherea venne avanti a grandi passi e dietro di lui, trasportato su una lettiga, apparve Gaio Giulio Claudio, il nipote di Antonia Minore, detto anche Caligola.

«State, state pure.» disse ai liberti pronti a salutarlo.

«Porca jafara, che individuo!» proruppe lo spontaneo e naif Jamal. «Non so se sarò tanto contento di farmi cavalcare da lui!»

«Il mio padrone che ha vissuto a lungo in Oriente direbbe: questo si fa un nargilleh di qualcosa.» confermò Furio sottovoce.

A me venne un sorrisetto di superiorità. Conoscevo benissimo Caligola, Antonia Minore mi aveva parlato in lungo e in largo del suo Gaietto, precisandomi che non era affatto pazzo come tutti credevano, solo un po’ speciale, e la colpa era di suo padre, quel disgraziato, che lo aveva allevato in mezzo alla soldataglia becera. Siccome poi aveva sentito dire che i cavalli buoni e mansueti sono una autentica terapia per i giovani disadattati, mi aveva costretto ad una serie di incontri ravvicinati con lui, a base di carezze sul muso e biscottini, su uno sfondo ameno di prati verdi. Naturalmente questo era successo molto tempo fa, doveva essersene dimenticato completamente ed io, da vero signore, non avrei mai cercato di approfittare della passata confidenza ora che era diventato un imperatore.

E invece appena ha mise piede giù dalla lettiga, Caligola si mosse a braccia spalancate proprio nella mia direzione.

«Caro, caro Incitato!» esclamò, con il classico tono di voce enfatico e teatrale; lo assumono più o meno tutti quando salgono a quel livello, a parte Tiberio che non faceva altro che bofonchiare.

«Quanto mi sei mancato!» e baciò sonoramente il mio muso perplesso che sporgeva dalla mangiatoia- vi lascio immaginare i commenti di Furio e Jamal.

«La nonna mi aveva detto che eri finito qui, in mezzo a questi stupidi animali. Ma perché non mi hai inviato una lettera di protesta?»

Alle sue spalle vedevo le facce dei pretoriani, che pure avevano l’ordine di stare immobili sull’attenti, vedevo il prefetto che pensava intensamente alla tabellina del nove per non schiattare dalle risa. Ma avevo deciso, dopo una lunga e sofferta esperienza, che Caligola e Antonia Minore dovessero rimanere gli unici umani a sapere delle mie facoltà locutorie, così me ne stetti zitto limitandomi ad un’equina scrollata del capo.

All’imperatore bastava, e proseguì:

«Sertorio, ho bisogno di te. Sono circondato da una massa di perfetti imbecilli, tu solo mi puoi capire! Puoi aiutarmi a prendere le scelte migliori per rendere glorioso questo Impero?»

Un bel nitrito sonoro non lo si nega a nessuno, e fu così che accettai il mio primo incarico politico.

Caligola fece un gran sorriso e mi abbracciò forte sul collo baio:

«Sapevo che avrei potuto contare su di te, amico. SENATORI!»

I pretoriani si scansarono ai due lati per fare posto ad una folla di nobiluomini togati, che entrarono cautamente nella stalla con l’aria scocciatissima ed anche parecchio schifata.

Caligola mostrò loro il mio muso che teneva tra le mani:

«Guardatelo bene, senatori. Gaio Equo Sertorio Incitato è d’ora in avanti il console, ovvero il più importante tra tutti voi, e dovrete onorarlo con nome di Augusto!»

«Ooooh!» si levò un putiferio; il prefetto cercò di mettersi in mezzo:

«Sommo Cesare, io non so se…»

«Tu non sai, appunto, non sai proprio niente!» strillò Caligola arrabbiatissimo. «E fra qualche anno provvederò anche ad adottarlo!»

A questo punto non avevano più nemmeno la forza di protestare: rimasero tutti impalati a fissarmi a bocca aperta, ed io giusto per vincere l’imbarazzo sfoderai i dentoni gialli nel mio migliore sorriso.

«Tanto per cominciare, via da questa porcilaia nauseabonda» stava dicendo nel frattempo Caligola, mentre i miei stallieri mi facevano uscire dal recinto. «Ho convocato i migliori arredatori ed architetti di Taranto e Rodi per allestirti al meglio un’adeguata dimora!»

Mi portarono via tra due ali di senatori pseudoplaudenti, ed ebbi soltanto il tempo di sentire Jamal che chiedeva a Furio:

«Ma “adottare” vuol dire che un giorno diventerà il suo successore?»

«Eh sì!»

«Jafaraboia, ‘sta notte mi verrà una colica dall’invidia!»

 

Così la mia esistenza di oggi è divisa tra l’impegno civile e la vita mondana a corte. Non fatevi illusioni, è una noia mortale. Devo dire che tutto sommato non me la passo poi così male, comunque... Anzitutto gli architetti di Rodi hanno fatto un ottimo lavoro nel riadattamento della vecchia stalla: trovo molto carino e sfizioso specchiarsi sul pavimento di marmo, anche se non stravedo per lo stile Atene del V secolo. Soffro un po’ di solitudine, dato che non posso scambiare una parola con i circa 300 schiavi a mia disposizione, e del resto non credo che avremmo troppi argomenti in comune. Ogni tanto Jamal e Furio vengono a farmi visita, con la scusa di essere strigliati e bardati a dovere per qualche strazio di parata militare o trionfo; oppure ce ne trotterelliamo tranquilli nella villa fuori città intestata da Caligola a mio nome, con la scusa che devo mantenermi in forma e non mettere su una pancia da senatore.

«Non hai idea della botta di karma che hai avuto, a far credere a quel pazzo di essere un cavallo buono e mansueto!» commenta sempre Jamal, invidiosissimo, lui che invece di ricoprire il ruolo di destriero imperiale è stato assegnato ad un senatore scomodo con il preciso ordine di disarcionarlo in corsa.

«Dici così perché non ti sei mai ritrovato al mio posto, ad ascoltare per ore e ore le sedute in Senato con gli zoccoli sopra quei banchi stretti.»

«Ma tu conosci persino la loro lingua assurda, Sertorio, con tutti i casi e le declinazioni; perché non affermi chiaramente quello che pensi?»

«No, non voglio che sappiano, la prenderebbero molto male. Io parlo solo con Caligola.»

«Sei pazzo anche tu, a conversare con un individuo del genere!» insiste Furio, cercando di farmi ragionare. «Ti rendi conto della situazione infausta in cui ti sei cacciato? Stai dando consigli ad un potere tirannico ed omicida!»

«Che vorrà dire, sono tutti così i bipedi al comando. Questo, almeno, ha delle idee interessanti; e poi non cerca il mio consiglio, me le espone direttamente quando viene a trovarmi in scuderia.»

«Viene a trovarti... Speriamo che il giorno dell’inevitabile congiura non lo trovino lì o finirai anche tu in sfilacci e mortadelle!»

 

All’ipotesi di una congiura non penso mai, e non ci voglio pensare. In effetti è plausibile: almeno ogni due giorni accade che Caligola faccia il suo ingresso in stalla cacciando tutti in malo modo, persino le guardie pretoriane. Vuole essere lasciato solo con me, l’unico in grado di capirlo.

L’altro giorno aveva mandato a morire per la prima volta uno soltanto così, per il gusto di farlo: era confuso, ve l’assicuro, si rendeva perfettamente conto dell’enormità del gesto, ma non riusciva a spiegare nemmeno a se stesso la trasformazione che gli si era verificata dentro. Umani bipedi, penso io, ma lo lascio sfogare: e ascolto... E’ gratificante, in fondo, la fiducia che hanno loro, quando vedono qualcuno come una specie di vaso accogliente per gettarci tutti i loro tormenti, sicuri di poter tornare ancora e trovare spazio a volontà. Tra cavalli non succedono queste cose. La Fortuna ha voluto che a me capitasse con Gaio Giulio Claudio Caligola, un giovane imperatore che mi chiede sempre perché la sua vita va male ed io vorrei rispondergli “Perché sei completamente fuori di testa”... Ma questo non glielo posso dire, quindi ascolto, ascolto, sentendomi amato e venerato come una divinità orientale...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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