La via alta

Un estratto dal romanzo

 

 

di Elena Recchia

 

 

 

 

 

La vita scorreva come un fiume di miele, il mondo intero era una caramella gigante che diceva “mangiami mangiami”. E non può che essere così per un ragazzo di venticinque anni in vacanza, in una radiosa mattina d’estate, mentre corre in macchina (un fuoristrada nuovo di zecca, regalo di laurea) a prendere la fidanzata per fare un giro al mare.

Strombazzò allegramente il clacson sotto casa di lei. La ragazza si affacciò alla finestra, tutta sorriso e capelli ondeggianti. «Scendo subito, solo un attimo che non trovo una cosa!» Lo avrebbe fatto aspettare un po’, ma ci era abituato, faceva parte del gioco. E poi cosa c’era di più bello che aspettare nel sole e nel vento leggero, il cuore pieno di attesa per una nuova giornata senza tempo. E finalmente lei scese e si lanciò tra le sue braccia, tenera bimba di venticinque anni appena compiuti; salirono in macchina scambiandosi battute e sguardi ridenti di complicità. Amarla era facile, era naturale, non poteva che essere quello l’amore.

 

Alzò gli occhi dal foglio, aggrottando la fronte. Forse il vecchio aveva infilato nella busta il foglio sbagliato. Perplessa, riprese la lettura:

 

«Metti un po’ di musica.» le disse appena partiti. «per rendere perfetto il momento manca solo la colonna sonora giusta, non trovi?» Lei rovistò a lungo al suo fianco, scelse un cd e lo inserì, cambiò idea un paio di volte, finalmente trovò quello che la convinceva di più. Intanto sfrecciavano gli alberi e le case, un airone li guardò passare immobile in mezzo a una risaia come un idolo egizio, ma non lo videro nemmeno, loro guardavano avanti, verso il futuro, assorti nella pulsazione selvaggia del loro sangue.

«Passami l’acqua, ho una sete.» Doveva gridare per farsi sentire attraverso il muro di note allegre e metalliche di “I am a passenger” a tutto volume che lei dal canto suo cantava a squarciagola semisdraiata sul sedile, stirando le braccia e allungando le gambe, perfettamente a suo agio. Le stavano bene gli occhiali da sole che le aveva regalato per il suo compleanno. Ogni tanto lei gli accarezzava teneramente la nuca sudata con un dito, e lui sentiva i peli del collo drizzarsi uno a uno, le lanciava una breve occhiata ardente, pieno di gratitudine verso la sua compagna per ogni sensazione di piacere che sconfinava nella perfetta armonia con il cosmo.

«Sì, armonia perfetta» pensò. Fra pochi giorni sarebbero partiti per Sharm insieme a una coppia di amici, per una vacanza lungamente sognata in uno degli hotel più lussuosi, finalmente prenotata grazie a un gesto di munificenza dei genitori di lei. Solo una settimana, è vero, ma al ritorno gli sarebbero restate ancora due settimane che era deciso a godersi, piscina, aperitivi, concerti, non avrebbe perso un solo istante. Il lavoro l’avrebbe cercato dopo, a settembre, ma era una prospettiva così remota che non riusciva nemmeno a scalfire la felicità senza fine che già pregustava. A braccia aperte, un destino di felicità…

All’improvviso il mondo – il suo mondo! si ribaltò, esplose. Si sentì gridare dentro, ma l’unico suono che sentì fu la botta sorda di un corpo contro il cofano, seguito – un istante più tardi - dall’urlo stridente e inutile dei freni. Il bambino era uscito da una stradina laterale sulla sua biciclettina, era rimasto a bocca aperta a fissare il bolide che arrivava a tutta velocità, troppa per avere il tempo di tirarsi indietro. Due pianeti erano entrati in collisione, quello del fuoristrada con il suo carico di giovinezza, allegria, voglia di vivere, e quello di un bambino di otto anni incantato dalle sue prime scoperte, distratto dai mille odori, dai ronzii e dai suoni misteriosi della campagna d’estate. Due pianeti fra loro sconosciuti, e adesso il secondo non esisteva più.

Iggy Pop continuava a cantare come se niente fosse, anche lui sul suo pianeta, lontano da lì.

 

Non riusciva a muoversi, non riusciva a parlare. Ci mise un secolo per aprire la portiera, non vedeva niente, poi all’improvviso si accorse che lei stava parlando a raffica, in preda a una frenesia isterica. «Cazzo, ma non è possibile, come si fa a mandare in giro un bambino da solo per queste strade! E adesso cosa facciamo? Ma dovevi proprio correre così? È orribile, non ce la faccio. Ti prego, andiamo via, sto male, non guardare…» Gli si appiccicò addosso spingendolo via, distogliendolo dalla vista del corpo che si intravedeva a poche decine di metri. Lui ubbidì come un automa perché semplicemente non era in grado di prendere la minima decisione. Mise la mano sulla maniglia per risalire in macchina, ma con uno scatto la ritirò e cominciò a tremare violentemente.

Quello che gli palpitava caldo nella mano era un miscuglio di sangue e materia cerebrale.

«Via, via! Puliremo dopo a casa, torniamo subito indietro. Guido io.» sibilò lei spingendolo dentro. La ragazza mise in moto e fece manovra dopo aver guardato in giro per vedere se c’era qualcuno in giro, poi partì sgommando e gli passò un fazzolettino di carta. Lui si pulì lentamente, senza dire una parola. Non sentiva niente.

Solo dopo una ventina di minuti riuscì a rompere il silenzio opprimente (lei aveva spento subito il cd per pensare meglio): «Io credo…che dovrò andare dalla polizia.»

«Ma sei matto?» si rivoltò lei ringhiando. «Che colpa abbiamo noi? Era tutto così bello, se non era per quello stronzetto.» singhiozzò. «Non è giusto che sia andata così. E poi non pensi a me? Sei un bell’egoista, non credi che sarei coinvolta anch’io che non c’entro proprio niente?»

La ascoltava senza sentirla, realizzando gradualmente che il suo paradiso si era trasformato in un inferno – senza che nessuno chiedesse il suo parere – e che l’inferno lo avrebbe accompagnato sempre, giorno per giorno, minuto per minuto, fino a... fino a quando?

Passò un’altra eternità in cui nessuno parlò.

«Non è giusto, non è giusto.» tornò a ripetere la ragazza, seduta rigida al volante con la faccia stravolta. «avevamo diritto a questa vacanza, l’abbiamo desiderata tanto... Perché è andata così? Non abbiamo fatto niente di male, era colpa sua.» Gli lanciò un’occhiata di sfuggita. «Al massimo avevamo… avevi superato un po’ il limite di velocità, ecco.» Lui continuava a tacere ostinatamente, ma non per volontà di tacere, no davvero, semplicemente la sua mente era svuotata, ridotta in poltiglia, proprio come… cercò di respingere il pensiero ma fu inutile, nella sua psiche si aprì uno squarcio e l’orrore entrò come un fiotto di acqua gelida, tutto insieme, mozzandogli il respiro. Cominciò a sbattere la testa contro il cruscotto, ululando come una bestia. Lei gli lanciò un’occhiata allarmata e accelerò. Ormai erano diventati anche loro due pianeti, distanti anni luce.

 

Poi anche quell’estate passò, in qualche modo. A settembre lei partì per la Spagna, si mandarono qualche messaggio imbarazzato e poi più niente.

 

Bene, Anna, quel ragazzo ero io. Non sto a raccontarti della notte che ha regnato nella mia anima per decenni dopo quel giorno, del buco nero che si è mangiato la maggior parte della mia vita. Voglio solo farti capire che perfino per me, quando ormai non ci speravo più da un pezzo, si è accesa una luce. Forse adesso riesci a capire perché per me è tanto importante salvare il tuo bambino. Ti abbraccio, mia cara, l’istinto mi dice che tutto andrà bene. Arrivederci.

 

Anna ripiegò lentamente la lettera e la ripose nella busta, poi abbandonò la testa all’indietro sul sedile e chiuse gli occhi.

 

 

 

 

 

Elena Recchia: autoritratto

Sono nata a Milano il 10/08/1960. Psichicamente instabile, perseguo da sempre l’autolesionismo creativo.
Negli anni Settanta e Ottanta ho militato in quasi tutti i movimenti, fino a giungere al definitivo disgusto per la politica (rimpiango però il punk, uno stile di pensiero che se correttamente inteso può dare grandi frutti).
Ho studiato economia, la materia che meno mi si addice, e una volta conseguita la laurea (di cui mi vergogno) ho scelto di lavorare come precaria del terzo settore e traduttrice, professioni che garantiscono frustrazione e livelli retributivi ai limiti della sopravvivenza.
Non mi sono mai allontanata da Milano, la città con la qualità della vita più ignobile d’Europa. Fumatrice e bevitrice accanita, pratico malvolentieri il sesso in quanto non nuoce alla salute; ma ciò non mi ha impedito di procreare un figlio, cosa che mi mantiene in uno stato di ansia perenne.
A corto di idee, ho optato per la letteratura e ho riversato in un romanzo tutto il rifiuto impotente che da sempre provo verso il sistema, inviandolo poi alle piccole case editrici. Incoraggiata dal loro rifiuto, ho iniziato perfino a scriverne un altro.

Nel frattempo, dopo quarant’anni di agnosticismo, Dio mi ha fatto un fischio e io sono corsa scodinzolando a rifugiarmi nelle braccia della chiesa cattolica. È l’unica volta che ho derogato al principio di Groucho Marx: non entrerei mai in un club che mi accettasse tra i suoi soci. Ora sono diventata una colonna portante della mia parrocchia, suscitando scandalo e ribrezzo tra gli amici più cari che non me la perdoneranno mai. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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