FLORARIO DI UN MARZIANO
di Stefano Cavallo
Ovatta
L’ovatta fa parte delle cose morbide, e bianche.
Ha l’anima candida, semplicemente. Come tutte le cose per cui si può solo dire: sembra strano, ma è così.
Dentro il suo bianco non è capace di nascondere altro che: altro bianco.
Come l’acqua, tende a prendere la forma di chi la contiene.
Però non bagna, anzi: asciuga.
Come l’acqua si lascia toccare, strofinare e sporcare come uno vuole.
Non è capace di nuocere, non ne ha mai l’intenzione.
Se c’è qualcuno che ne ha bisogno si lascia prendere, come i tulipani.
Cozza
L’ostrica la sognano tutti. E quando la sognano, la immaginano sempre insieme allo champagne, l’aristocratico. Povera e incrostata fuori, regale e generosa di sé dentro fino al dono estremo. Riesce a trovare il modo di trasformare il calcare in madreperla.
È una regina.
Lei invece, la cozza, lei no.
Lei resta cozza. E per questo, lei fa la differenza.
Un giorno ne spuntò una dall’acqua, nera come i cani neri. In un porto tutto bianco di calce. E rivelò una sua idea che si portava dentro da sempre. L’arancio-su-nero.
Geniale.
Nessuno ci aveva pensato prima.
Arancio, su nero.
La cozza non parlava la lingua degli uomini, ma trovò subito il modo di farsi capire: le bastò aprire la bocca.
L’uomo aveva gli occhi, e con quelli capì subito.
Inspiegabilmente lei, nera e unta come il petrolio, non fece più ritorno da quel porto di polvere di calce.
Rivelare la sua idea le costò caro. Ma lei ne fu felice.
Aveva parlato con l’ostrica.
Arancio, su nero. Un accostamento geniale.
Fico d’India
Per imparare ad amare il fico d’India basta avvicinarsi e deporre e prendere.
Deporre, ma non nel senso delle galline.
Per amare il fico d’India bisogna deporre le proprie categorie. Tutte. Specie quelle preconcette alle idee.
E poi avvicinarsi, deporre e prendere.
Deporre le proprie categorie, e prendere una pala di ficodindia.
E nel frattempo magari dialogare un po’ con lui. Non semplicemente parlare: dialogare. Che vuol dire non semplicemente prendere o dare, ma un po’ dell’uno, e poi anche un po’ dell’altro. Perché dare soltanto è come un altro prendere e basta.
C’è un modo di infilare il dito tra una spina e l’altra senza pungersi: il fatto è che uno si punge, con il fico d’India, perché ha paura di pungersi.
E siccome ha paura, inizia a tremare. E se trema, si muove troppo, e chiama il vento. E quando arriva il vento, prima uno si punge e poi dice che è stata colpa del fico d’India.
Il fico d’India ci rimane male, e gli cresce un’altra spina.
Non ci può fare niente: lui psicosomatizza così.
Non ci si può portare via una pala di ficodindia senza lasciare niente in cambio. Bisogna deporre lì ai suoi piedi una categoria. E poi prendere una pala di ficodindia. Lasciare, e prendere.
Perché il ficodindia fa come gli epitaffi: è molto generoso. Non dice di no a nessuno.
E basta metterlo in terra. Fa tutto da solo.
L'autore: Stefano Cavallo
Di giorno è redattore della Radio Vaticana, collaboratore per varie testate, direttore responsabile della rivista ‘Letteratura di viaggio’. Ha scritto il radiosceneggiato Benedetto, vita di Josef Ratzinger (trasmesso da Radio vaticana, e da Radio RAI), ha pubblicato racconti (Totem), poesie (Cittanuova, Il Filo, L’Eco del Serrasanta), spettacoli teatrali (Diapason ed. e altri) e il Florario di un Marziano (La lontra). Dopo un periodo come corrispondente per la carta stampata (IlTempo), nel 2004 lascia l’Italia per il Sud America, dove vive, spostandosi, per 8 mesi.
Di notte è attualmente alle prese con una versione teatrale del Florario, una Piccola storia illustrata di un ombrello ed il suo prossimo romanzo: Stutz.
Studia musica al Saint Louis Music College di Roma, ha suonato al basso in Il cielo (Diapason ed.) insieme a Stelvio Cipriani, Manuel de Sica, Gianluca Podio, Michele Ascolese, Ezio Zaccagnini, Luís Bacalov ed altri. Come fotografo alcuni suoi bianco e nero confluiscono in volumi come Fuori dai Binari di Diego Romano (Coniglio ed.), e Perché sono un atea cristiana, di Laura de Luca.

