di quel che c'unisce

Re-collecting Spoon River Anthology

 

di Leandro Pareschi

 

 

 

 

 

INDICE:

 

Premessa indispensabile

DI QUEL CHE C’UNISCE

PITT THE YOUNG

BASIL TINKLEN

JUNE O’BRIEN

LYNDON OLDYORE, POET

ALDUS COETNY

ASHLEY PEACOTT

RUTH MCPEARSOL

PITT THE OLD

BRIGHT RUMMEL

JOE COMBON

IGY ROOTLEDGE

ROSE MCINTIRE

REUNELD MCINTIRE

ELISABETH MCINTIRE

JAMES SEWER

MARY COTTON

BASTIAN GOWEN

MOSES MCDOUGLAS

FELICITY MC LEISH

GAWAIN BAXTER

CHARLES GOWEN

ANGELA WIDEGALE

JOHN COHEN

CAROLINE GOWEN

PAUL NIGHTINGALE

 

 

 

 

 

 

 

Premessa indispensabile

(secondo la mia personale opinione)


Una nuova "Spoon River"

 

Poche righe per spiegare i motivi per cui mi sono cimentato in questa riproposizione.

Sono fondamentalmente due.

 

1. Mentre mi avvicinavo al termine della lettura della "Spoon River Anthology" avevo la sensazione che qualcosa di fortemente interessante si stesse concludendo, insieme alle confessioni di quelle centinaia di morti.

Provavo già nostalgia di quelle voci appassionate, potenti, egoiste, irate, a volte incapaci di capire davvero cos’era stata la loro vita o che solo nella morte avevano avuto la piena consapevolezza di cosa essa era stata.

In quelle brevi pagine avevo trovato uno spaccato veritiero di tutto ciò che l’uomo è, o di ciò cui può aspirare, in vita tanto quanto nella morte. E stava terminando.

Allora pensai che non fosse cosa tanto strana voler continuare le storie di quel paese e di quelle esistenze. Così iniziai a scrivere anch’io le ultime parole di gente ormai sepolta, che si confessava senza più alcun pudore o reticenza.

Ho tentato di conservare la stessa idea di Masters, di presentare ciascuno con la sua voce, liberamente, senza censura, se non quella che ciascuno si impone. Ecco quindi che ogni personaggio, come nell’originale, non ha una sola faccia, ma a seconda di chi ne parla assume una personalità diversa.

E, così facendo, anche nella morte tutte quelle persone restano in realtà come da vive, con gli stessi pudori, paure, egoismi, invidie e non sono in grado di dire di se stessi la verità inconfutabile. Perché, in realtà, questa verità non esiste.

In principio l’idea era di conservare tutto per me, accumulando negli anni centinaia di poesie, e poi, nel momento in cui fosse sopravvenuto il necessario distacco (e dimenticanza) delle parole scritte, accingermi a leggerlo come un testo mai visto, recuperando così (era questa la mia speranza) le stesse sensazioni avute con la lettura dell’originale Anthology.

Quando invece l’idea di Impubblicabile si concretizzò pensai che poteva essere interessante anche per qualcun altro leggere queste confessioni.

E così eccole qui.

 

2. Il secondo motivo è più pratico: pur avendo spesso idee di personaggi o trame, nella maggior parte dei casi l’idea è troppo scarna e imprecisata per poterne scrivere un racconto. La forma breve e fulminante della poesia, invece, si presta bene a contenere tali idee.

Così questa nuova Antologia può essere vista anche come un calderone ribollente di idee, semplicemente abbozzate, ma fissate per sempre in una forma compiuta. È una raccolta che si presta ad accogliere tutte le storie che quotidianamente posso inventare.

 

Altre due precisazioni

 

Qualcuno potrebbe notare e lamentare un certo pessimismo nelle parole dei protagonisti di queste poesie. Non posso dire se sia voluto o meno, tutto quello che dico è che, quando mi immedesimo in qualcuno che si ritrova, solo, in una tomba a ripensare alla sua vita, un certo grado di pessimismo o almeno scoramento, se non di rabbia o rivolta, mi pare inevitabile.

Ciò non significa che io condivida i loro pensieri.

 

Perché ho mantenuto i nomi in inglese? Per dare (darmi) una continuità mentale con gli scritti di Masters. Inoltre, per noi lettori italiani, o forse solo per me, leggere un nome in inglese suona come qualcosa di strano, lontano, racchiuso in un contesto particolare. Ed essendo questo un contesto ancora più particolare, ho preferito mantenerli così: mi avrebbe fatto molto ridere, probabilmente, intitolare queste poesie "Mario Rossi" o "Adele Forlimpopoli".

 

 

 

DI QUEL CHE C’UNISCE

 

Di quel che c’unisce

io l’unica a rimanere,

per voi che ancora siete

e per quelli che non più.

Vi sprofondo nella nudità

e vi accendo della vostra umanità,

vi mostro le bassezze

e le magnificenze

del vostro essere.

Perché di me

siete avvolti e creati;

non separati

ma di me costituiti,

eternamente.

 

Sono la terra che accoglie

e la morte che livella;

sono la parola

che vi stritola

e vi vive di dentro.

Di fronte a me

nulla resta falso,

se non ciò che io stessa

creo.

 

 

PITT THE YOUNG

 

A colei che la Vita mi diede di scegliere,

la Vita stessa non diede

forza per esprimere i propri pensieri,

se non con la vita stessa.

Nessun suono mai udii da lei.

Le dissi:

«Avrò parole bastanti per entrambi.

Diranno la nostra gioia per sempre.

Vuoi condividere la tua vita con me?»

In tutta franchezza,

non la sentii mai rispondere di sì.

 

 

BASIL TINKLEN

 

È la mente la sola vera cosa che esista.

L’ho amata fin da subito

e da sempre fu essa a guidarmi.

Tutto ciò che toccai mi turbò e confuse

ed ogni persona mi tradì.

Non lei.

Ogni cosa che in essa esisteva

fu per me vera e fu la mia vita.

Poi, steso, solo con la mia mente,

divorato dal dolore,

vidi che tutto quello che in essa esisteva era falso,

e falsa era quella vita.

E il prete si stupiva che allora,

vicino alla morte,

pensassi così tanto alla vita!

JUNE O’BRIEN

 

In questa esistenza incorporea

non serve più la parola.

Non saprei come usarla.

D’altronde, non l’ho mai fatto.

Nemmeno per rispondere a Pitt.

Il Creatore mi regalò di non poter parlare.

A lui invece, sbruffone immaginifico,

diede la capacità di mentire.

L’usò per dirmi:

«Avrò parole per entrambi.»

Apprezzo molto più il mio dono, che il suo.

Non c’è vanto nelle parole vuote.

 

 

LYNDON OLDYORE, POET

 

Scrissi sdraiato a letto,

senza poter più dormire,

sulle carrozze del treno,

durante le lezioni e gli studi.

Immaginavo, durante lo studio e il sonno;

creai mondi nuovi e li vissi.

Vissi per metà lassù, in quei falsi mondi,

e per metà quaggiù, nel mondo ingiusto.

Ora sto nella terra,

ingobbita dal peso degli uomini.

Per quanto ancora?

Mi darai mai la felicità, o Dio?

 

 

ALDUS COETNY

 

Lei diceva che ci saremmo sposati.

Lo disse bambina.

Lo disse quand’eravamo ragazzi.

Lo disse quand’era donna.

E io l’assillavo:

«Potremo mai cambiare idea?»

Poi non lo disse più.

Allora io le dissi:

«Le cose belle non dovrebbero finire.»

«No» rispose. «Le cose belle non dovrebbero

nemmeno cominciare,

per evitare che abbiano termine.»

 

 

ASHLEY PEACOTT

 

Verso la fine mi portavano a zonzo,

su una sedia a ruote,

mentre io guardavo,

distratta,

quel che mi facevano vedere,

e mi mostravano e chiedevano,

ed io sempre sì,

dicevo loro,

poiché la mia idea non era più tenuta in conto.

Mi disfacevo, lenta,

sotto i loro occhi,

come la vecchia casa in Main Street,

che ora cade a pezzi,

il tetto sfondato, le mura cadenti,

le erbacce inarrestabili.

Ci pensarono gli eredi a distruggerla del tutto.

Come accadde a me.

 

 

RUTH MCPEARSOL

 

Non ho mai capito come mio padre e mia madre

potessero vivere insieme.

Lei, fervente nella fede,

lui, ateo materialista.

Noi, figlie, devote quanto nostra madre,

e scettiche quanto nostro padre.

Eppure fu mio padre a consolarla,

a dirle che sua figlia era con gli angeli,

lui che non parlava mai dell’anima.

Lei piangeva e disperava,

e lui, fermo e innamorato,

consolava.

E io non capivo più

chi dei due credeva davvero nella Vita.

 

 

PITT THE OLD

 

Fui l’ultimo abitante

della vecchia casa in Main Street.

La condussi con me alla vecchiaia.

I miei capelli cadevano,

e il suo tetto si sfondava;

diventavo cieco,

e le sue finestre cadevano a pezzi;

le mie gambe non mi reggevano più,

e crepe vistose ne squarciavano le mura.

Infine, il mio cuore si chetò,

ma nulla si produsse in essa.

Dicevano il giusto,

gli antichi abitanti d’Egitto,

che il cuore deve pesare come piuma

per poter condurci al paradiso,

o altrimenti, vedere la nostra anima

divorata da un mostro.

Diceva il giusto anche Ruth McPearsol,

allora,

quando predicava al paese

che io, in realtà, un cuore

non l’avevo.

Perché, finora, non ho visto

né quel mostro, né il paradiso.

 

 

BRIGHT RUMMEL

 

Ho sempre desiderato una sola cosa.

Non era vedere morire al più presto

mio padre, come il giovane Pitt,

né praticare fedelmente i riti

della Chiesa, come Emily McPearsol,

né cercare disperatamente

una compagna, come Joe Combon.

Che c’è di strano nel desiderare la cosa

che più d’ogni altra t’ha reso felice?

Tutti lo fanno, ma mia madre

disse sempre che la mia

era una cosa infantile.

Forse non aveva torto,

ma che potevo farci, se l’unica cosa

che mi sia mai davvero piaciuta

sono state le giornate in riva al fiume

col fidato Joe?

Eravamo ragazzi e trascorrevamo giornate intere,

da mattina a sera,

sul fiume a dormire, pescare, parlare, giocare.

Avrei soltanto voluto che tutti i miei giorni

fossero eternamente così, senza altri problemi.

E invece quei giorni sono corsi via,

come quel fiume.

E dentro c’era anche Joe.

 

 

JOE COMBON

 

Mio padre fece incidere la mia lapide

senza mai avermi visto morto.

Fecero un funerale, smossero la terra,

la richiusero e misero la lapide.

Ma io non c’ero.

Bright, da allora, passava lì tutto il tempo

che non dedicava a costruir barche

o a navigare.

Avrei voluto aiutarlo nella ricerca,

ma è difficile,

da qui si vede solo acqua,

sole per un quarto di giornata,

e qualche pesce passare, di tanto in tanto.

Come lungo tutto il fiume.

Non c’è equità neanche nella morte:

tutti a guardare in alto,

senza sapere perché e per quanto,

e soltanto pochi a vedere il sole.

 

 

IGY ROOTLEDGE

 

Non avete mai capito

cosa farne della vita?

Nemmeno io.

Mi rodevo il cuore a pensare

agli eroi, le imprese,

i grandi uomini,

mentre io avevo solo

le piccole cose e gli uomini meschini.

Tempo speso a cercare

la grandezza e la magnificenza

solo perché mio padre, una volta,

mi disse:

«Sii come le ombre della sera,

che giungono sempre più grandi

quando s’avvicina la loro fine.»

E, come uno stolto,

mi trovai a vedere soltanto

la mia ombra allungarsi,

ma mai il sole che mi stava dietro.

 

 

ROSE MCINTIRE

 

Ho sempre creduto di avere una bella famiglia.

Di essere più fortunata delle mie amiche.

Più di Maurine, costretta dal padre

a sposare Butch Thorsday.

E più di Felicity, che andò monaca,

non per amore di Cristo,

ma per quello di suo padre.

I miei genitori m’insegnarono sempre

che io dovevo scegliere,

e solo la mia testa, e il mio cuore,

dovevano guidarmi.

E che solo la verità dovevo dire e far vedere.

Così ebbi sempre in odio

chi diceva Bianco e faceva Nero

e chi m’imponeva comportamenti.

Maledetti allora, i miei genitori,

quando, dopo tutte le loro prediche,

decisero che era tempo

di venir meno ai loro insegnamenti

per costringermi a sposare Bastian Cockney,

solo perché figlio del banchiere.

Ogni volta che dissi Bianco, feci Bianco.

E così pure quella volta

non venni meno al mio impegno.

Così eccomi qua,

fredda,

ma ancora giusta.

 

 

REUNELD MCINTIRE

 

Quella stupida di mia figlia!

Mai la perdonai, finché fui in vita,

di quel che mi fece.

Cockney il Banchiere non mi rivolse

più la parola, dopo che il matrimonio

andò a monte.

E dovetti pure pagare

per seppellirla!

Non vedo motivo per

perdonarla proprio ora che nulla

potrebbe ripagarmi delle mie

perdite passate.

 

 

ELISABETH MCINTIRE

 

Non vedo la differenza tra ora e prima.

Cieca sono ora in questo buio

come lo ero da viva,

alla piena luce del giorno.

Mai vidi mia figlia per come lei era,

se non quando ormai lei non c’era più.

Allora mi stupii di quanto ciechi si può essere

tenendo gli occhi ben aperti.

Eppure mai Reuneld capì che quello

che Rose aveva fatto

gliel’aveva insegnato proprio lui.

Perché la verità che ognuno di noi

si costruisce appare sempre più

grande di quella altrui.

Ma Rose aveva solo seguito la verità

mia e di suo padre,

anche quando Reuneld la ripudiò

e se ne costruì un’altra.

Come potevo allora biasimarla?

Poiché aveva seguito

quel che noi le avevamo insegnato.

 

 

JAMES SEWER

 

La gente dà importanza

a molte cose diverse nella vita,

e così facendo la riempie di un po’ di tutto.

Sbaglia.

Non ha scopo stiparla fino al colmo,

perché perde tutto il suo senso.

La verità è che ogni vita ha il suo senso

solo se la si cede a qualcun altro.

Cioè se, invece di colmarla di caducità,

la si tiene svuotata di tutto.

Allora solo, leggera, si può fondere

con un’altra vita.

Così non vi è più la pesantezza di due vite separate,

bensì una vita sola,

lieve come l’anima pura.

Perché solo leggeri si è portati verso l’Alto.

Forse è per questo

che restiamo tutti qui.

Sotto metri di terra.

 

 

MARY COTTON

 

C’era una piccola collina, di fronte a me,

e, oltre, la cima di un campanile.

Dove ne erano i piedi?

Là, al limite della foresta,

stava quella garitta,

ma a guardia di cosa?

L’albero del giardino dei Rummel

tutti lo dicevano ormai spoglio e decadente.

Perché dalla mia finestra appariva

vivo e rigoglioso?

A tali questioni rispondevo oppure no,

ma in questa lunga ricerca del Tutto,

oltre a non raccogliere tutte le risposte,

evitai inconsapevole i fatti banali della vita.

Costruivo la mia torre d’avorio senza saperlo

e di lì, per forza di cose,

la mia visione ne usciva distorta.

Come chi andasse per strada scrutando

gli insetti con la lente d’ingrandimento,

ma senza così scorgere gli ostacoli,

anch’io, al contrario,

vidi tutti gli ostacoli,

ma schiacciai tutti i piccoli insetti,

a me vicini e cari.

 

 

BASTIAN GOWEN

 

Il vecchio Moses McDouglas

possedeva un gran pezzo di terreno

ai piedi delle colline,

vasto come metà del paese,

dove coltivava grano,

sempre ed immancabilmente, ogni anno,

quel grano che sfamava tutti noi.

Ma lui più di tutti.

Ho sempre creduto che, a lungo andare,

non sarebbe più nato nulla,

da quel terreno.

Come può la terra

cedere sempre del suo

senza mai posa?

Anch’essa va lasciata oziosa talvolta,

a riposarsi e trastullarsi

dei giochi degli animali.

Così avrebbe prodotto più frutto.

Anche mio padre e gli agronomi di città

erano d’accordo con me.

Che quella terra si sarebbe ribellata

se mai le fosse stato dato

il tempo che meritava.

E così, pensai, siamo noi.

Perché non dovremmo, ad un certo punto,

ribellarci, posti alle stesse condizioni?

La Natura non c’ha poi creati così diversi.

Come la terra, non daremo più

alcun frutto

se ci saremo sfruttati e sfiniti

fin nell’intimo.

 

 

MOSES MCDOUGLAS

 

Diffidate di chi dice d’aver sempre

creduto in una cosa o nell’altra.

Io non l’ho mai fatto.

Credevo di poterlo fare,

ma ho scoperto che non si può

esser sempre coerenti.

Prima o poi si cambia,

durante gli anni.

E quello che credevamo vero

diventa falso,

senza esserlo davvero.

Quello che professavamo

diventa blasfemo.

E le altre persone

odiose voltafaccia,

anche se la faccia,

in realtà,

l’abbiamo voltata noi.

 

 

FELICITY MC LEISH

 

Solo l’amore rivolto a Cristo

è salvezza.

Mia e di tutti.

Solo grazie ad esso

potevo sopportare gli scherni

dei miei compagni

di studio o di giochi.

Perché, Padre,

Creasti una sola famiglia,

Mc Leish,

cattolica, in un mare,

tempestoso, di riformati?

Non potevo condividere con essi

altro che il gioco nelle strade

ed essi, per beffa,

mi mettevano al collo un celibato.

Ma il Tuo amore mi sorresse.

E tutto perdonai:

quei compagni, bambini,

per i loro sbeffeggi;

quegli stessi, ragazzi,

per avermi sempre evitata;

persino Rose,

che mai più mi rivolse verbo

dopo che decisi la mia strada.

Ma mai perdonai a mio padre,

perché in nulla aveva mancato.

Sebbene in principio

m’apparisse costrizione,

solo poi compresi

ch’aveva ben operato

e solo per lui potei conoscere

e seguire la Tua strada.

Comprendo la rabbia di Rose

– era anche la mia in principio –

ma tutti abbisogniamo

di lungimiranza,

e solo mio padre

l’ebbe per me.

Ringrazio Te e lui,

per avermi indicato la Via.

Ma non credevo che la clausura

durasse anche sotterra.

 

 

GAWAIN BAXTER

 

A ciascuno di noi

è dato potere

di confidare

per un’ultima volta

ciò che più ci aggrada.

Da me niente apprenderete.

Non vi parlerò

di vita, né di morte,

di odii o dolori,

d’amori o rancori,

segreti o rivelazioni.

Nulla vi narrerò

perché nulla io sono.

Come nulla già siete voi,

ancorché respiriate.

La vostra vita

è identica a questa mia.

Ho già svelato troppo.

 

 

CHARLES GOWEN

 

È proprio vero

che la salvezza s’ottiene

solo attraverso il nostro prossimo.

Ma Cristo c’ha raccontato

solo la sua mezza verità.

C’è chi trova la salvezza

amando questo prossimo

e chi invece odiandolo.

Questo non c’è stato detto.

Io, ad esempio.

Io trovai la mia salvezza

odiando il prossimo. Mia moglie.

Ciascuno ha coscienza

che la propria condizione

sia la peggiore

di quel genere.

Ma sempre sbaglia.

Quando conobbi Ruben Golding

capii che c’era chi,

la moglie,

l’odiava più di me.

Così mi consolai.

E non giudicai utile

continuare a rivoltarmi

contro la mia condizione.

Ritenni opportuno anche abbandonare

i miei progetti di vedovanza.

Fu così che mi salvai.

Mi chiedo invece, se chi

ha seguito l’altra via,

non sia anch’egli

con il volto roso dai vermi,

ora.

 

 

ANGELA WIDEGALE

 

Avevo sempre avuto il sospetto.

Ora ne ho la certezza.

Ascoltate:

non si è vivi che da vivi.

Morti, si è svuotati di tutto,

incapaci di essere.

Perciò non sprecate

le vostre preghiere

sulle nostre tombe.

Noi nulla udiamo

né farlo cambierebbe

la nostra condizione.

Usatele per voi stessi,

forse saranno più utili.

Il Buon Dio non c’ha concesso

in questa morte

nemmeno la parola.

 

 

JOHN COHEN

 

Siamo fuscelli.

Ciascuno sfibrato da qualcosa.

Perché,

se come la pioggia sviscera

sulle nostre teste

tutto il peso del cielo,

o la sua malinconia,

se mai può averne,

e lo stesso fa il vento

coi nostri pensieri,

allora non siamo

tanto più degl’insetti,

che s’affannano

contro cose che

non possono controllare.

Almeno noi

moriamo alla terra

in grazia di Dio.

E spesso anche

degli uomini.

 

 

CAROLINE GOWEN

 

Ogni stilla del cielo

era il gocciolare

del sangue dal mio corpo.

Sentivo in me

ciò che un temporale era:

un immenso svuotarsi di sé.

Vi sono navi che affondano

a causa d’una piccola falla,

e altre che vanno alla deriva

per inerzia e colano a picco

per noia.

Se la vita fosse un mare

io sarei stata una di

queste ultime.

E questa tomba

sarebbe il fondo

del mio oceano.

 

 

PAUL NIGHTINGALE

 

Nel giardino di melagrani

e limoni

conobbi quasi tutti i colori del mondo.

Il blu del cielo,

il grigio del temporale,

il giallo e vermiglio di quei frutti,

il verde mutevole

delle foglie, dei frutti acerbi

e dell’erba che stuzzicava

la mia pelle,

il bianco delle nubi

e della neve adagiata a terra.

Nei lunghi anni,

in quel luogo imparai,

in principio dai miei genitori

ed infine dalla Vita stessa,

ad amare cose e persone.

Queste ultime sopra tutto.

Non mi ritenni mai capace

d’amare senza poter

rimirare a fondo

l’oggetto del mio affetto,

senza poterlo contemplare

nella sua bellezza.

I miei occhi gustavano

la bellezza delle donne

allo stesso modo in cui,

per lungo tempo,

avevano gustato quella

del giardino e dei suoi colori.

Traendone ora maggior diletto.

La malattia distrusse

poco a poco i miei occhi

e tutto fu grigio, sfocato,

e poi nascosto alla vista.

Così – pensai – mai più

sarei rimasto innamorato

della bellezza d’una donna.

Stavo solo,

nel buio della notte,

in quel nero che, unico,

mai avevo ammirato e

considerato al pari d’altri.

E proprio allora

conobbi nuovamente

l’amore.

Sylvia mi s’impressa nella mente

come un lampo nella notte,

e quell’attimo

“ancor non m’abbandona”.

L’attimo in cui,

senza occhi né colori,

mi ritrovai innamorato.

Fu quando lei posò,

gentile,

la sua mano sulla mia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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