Definitivo ultimo

 

 

di Sofia Tisato

 

 

 

Indice:

 

IO

 

DEFINITIVO ULTIMO

I. - SAGRA

II. - LA LUCE

III. - VIAGGIO

IV. - VORREI CANTARE

 

LA CRISI DELLA POESIA

V. - SCRIVO VERSI E PENSO

VI. - IL MIO FIUME SI E’ SECCATO

VII. - MIMOSA

 

RE: IO

I . - TRENTO NOTTURNA

II. - NON HO LA PACE

III. - HNETIKH

IV. - IN PROVA

V. - VIENI

VI. - IL BENE

VII. - “LE GRANDI ACQUE NON POSSONO SPEGNERE L’AMORE”

VIII. - NON POSSO STACCARE

IX. - SORELLA

X. - SEGGI DEGLI APOSTOLI

XI. - LACRIME/ ABOUT TEARS

XII. - SE SIAMO SOLAMENTE UNITI

XIII. - FA FREDDO, NON NEVICA

XIV. - IO NON HO FORZE

XV. - VENTICINQUE ANNI

XVI. - DESCRIZIONE DI MOMENTI

XVII. - E AVREBBE VOLUTO

XVIII. - NON SONO

XIX. - ASCENSIONE DI ELETTO

XX. - VIE DI VENEZIA

XXI. - IL CALCIO

XXII. - LE SCHEGGE

XXIII. - AMORE FRENATO

XXIV. - NEL MATTINO IO TI PERCORRO

XXV. - AL SIMPATICO LETTORE

XXVI. - "SCRIVE UNA POESIA SU DI ME, COSI' CAPISCO CHI SONO?"

XXVII. - COMMENTO A LIBERA

XXVIII. - DEDICATA A MOLTE

XXIX. - 1° MAGGIO

 

 

 

 

 

 

IO

 

Poesia di un’acerba fanciulla

che seduta su scomoda seggiola

narra la sua prima vita,

l’interna, segreta mollezza

dell’anima dolce sensibile,

che la rende sciocca bambina

quando vorrebbe la forza profonda

di far scaturire lo zampillo dalla roccia del cuore,

la pura poesia.


Ma il viso della gente, il viso delle cose,

chiudono in sé l’inesperta ragazza,

e le fanno sognare le voci più strane,

le fanno provare assai sentimenti;

per ora li scrive e li chiude in un cassetto,

perché sa che quando avrà di bianco

qualcosa sulle tempie e adulto sarà il cuore,

riderà gioiosa nelle ore di noia,

leggendo di carte lo sbiadito ricordo,

di quel che era, nella sua pienezza,

la futile sua, insulsa adolescenza...

(tredici anni)

 

 

 

 

DEFINITIVO ULTIMO

 

Sarà la prima raccolta di poesie: ho scelto questi testi, tra molti altri composti in un'esistenza di almeno vent'anni tra infanzia, adolescenza e giovinezza. Il titolo esprime il mio desiderio di concludere un lungo capitolo e guardare avanti, a versi nuovi. “Definitvo ultimo” era il nome dato da un relatore SSIS al file dell'ultima, sosprata consegna della mia tesina.

 

 

 

 

I. - SAGRA

 

Ottobre piovoso,

un po’ pazzo, un po’ lieto,

un colpo di freddo

uno sprazzo di sole.

Sulle strade incolte

le genti più strane,

chi salta, chi grida, chi guarda soltanto,

tutti nel giro

tondo di vento,

che spingono in faccia le giostre gioconde.

 

 

II. - LA LUCE

 

Le pallide rose

del mio giardino

sono sfiorite.

Le tenere erbe

frementi di sole

sono essiccate.

I miei estivi vestimenti,

scollati e scamiciati,

freschi e scanzonati,

sono celati.

E’ inverno!

Tutta la meraviglia

del tempo che fu,

si piega di fronte

alla Luce

 

che abbaglia di Amore e Virtù:

è nato Gesù

 

(Dicembre 1991)

 

 

III. - VIAGGIO

 

Sono in viaggio.

Sto correndo su di un pullman

come il vento,

mentre scivola la strada

sotto i piedi.

Fuori la campagna

è brulla e tersa,

aridi vigneti spazza il vento.

Sono in viaggio,

sono in viaggio e di pensare non ho tempo.

 

(1992)

 

 

IV. - VORREI CANTARE

 

Vorrei cantare come un uccellino...

eterna fanciullina Sofia;

la parte più intima di te si ribella

all’altezza che cresce, al gusto che cambia:

vorresti restare la bimba di un tempo,

caparbio prodigio di trasandatezza.

 

Ma vedi che tutto si muta,

davanti ai tuoi occhi è già una ragazza

rompi lo specchio, che la vita è bella,

hai solo tredici anni, il tempo passa!

 

Vorrei cantare come un uccellino,

per i sentieri della poesia,

è tanto gaia, la canzone mia,

come le note, ogni parola

succede all’altra, scandita dal tempo,

al ritmo delle mie astruse strofe...

 

Ma se anche il sentimento,

passione più focosa,

è regolato da un tempo,

coerente e perfetto...

meglio tirare fuori lo specchio dal cassetto!

 

 

 

 

LA CRISI DELLA POESIA

 

 

V. - SCRIVO VERSI E PENSO

 

Scrivo versi e penso

che le parole viaggeranno lontano da me.

Come una madre le cullo ad una ad una,

una mamma orgogliosa, persino instupidita;

le sento forti come fiotti di colore cupo

o di rosso sanguigno, o di dolore grigio,

le sento folli e compiaciute,

scabre e lisce al tempo stesso,

tante piccole bambine assai poco sincere.

Sento me stessa perduta

vendere l’anima ai diavoli del mio capriccioso carattere,

sento il pudore angosciante di parlare di me,

della madre, e il peso degli occhi,

magari degli occhi dei santi, sulle mie opere,

e vorrei, anni fa, non aver preso in mano quella penna,

la capostipite di tante penne,

tutte impugnate da una mano sinistra, poesie mancine!

Scrivo perché i tasti del mio ordigno sono neri,

lucenti come l’inchiostro e i miei concetti,

una corona di ciliegie improvvisate da amputare è il testo,

so che getterò questo mio scritto nel cestino.

Però anche a questi versi

voglio bene veramente,

dell’amore selvatico e molto istintivo

di una madre giovane, inesperta e stupidona.

Sono rossa di vergogna: uno spirito maligno mi imprigiona

sulle righe imbarazzanti. Mi sfogo, e penso

che le parole viaggeranno lontano da me.

 

 

VI. - IL MIO FIUME SI E’ SECCATO

 

Il mio fiume si è seccato.

Sono chiuse le mie dita

e la penna tace muta sul mio banco;

il silenzio della mia anima è come un lungo

greto di un torrente prosciugato.

Scivolano le ultime parole

in grumi vaghi di superbia,

al vento. Sono arida, il mio fiume si è seccato!

 

No, il mio fiume rinasce,

rinasce e gorgoglia a nuova vita,

invade l’argine di una piena potente,

lo trasforma in una valle di luce,

attraversa i sentieri delle irte foreste

vergini, ingarbugliate,

posa sui fianchi delle aspre montagne,

cattedrali innalzate dalla fantasia,

e si apre nei mari, aperti, infiniti,

lungo le onde cosparse di stelle.

 

 

VII. - MIMOSA

 

Hai messo la mimosa giallo-sole nel diario,

però si è tutta quanta spiaccicata tra le pagine

e i graffiti, e le idee morte,

e le lagne e la cultura dei poeti.

 

La conservi dentro al chiuso, e non capisci

che è nata per cantare,

dondolandosi nel vento,

tutta gialla in un fruscio

verde selvaggio.

 

 

 

 

RE: IO

 

La ragazza aveva adesso diciott’anni:

non pensava più al mondo

come ad una crudele congiura

contro il suo genio;

non gettava più, a parole,

la sua gelatina interiore al vento;

si sentiva una donna esperta

in materia di vivere, perché tutto aveva vissuto,

senza avere sperimentato niente;

e quando si chinava

sulla schiena bianca di un foglio ammutolito

scriveva schifezzuole artistiche, assai gioendo,

di avere riscoperto quella vena

calda, pulsante nel suo seno.

 

Da dove mi provieni

e di che cosa sei veste,

Poesia, che silenziosa ti scrivi

tra le mie mani?

 

 

 

 

I. - TRENTO NOTTURNA

 

Marmo e luce nel riflesso

sopra i ciottoli puliti;

gocce d’acqua alla fontana

tra le pietre scivolose.

 

Il vento azzurro della notte

sale fresco alle mie spalle,

 

e mi sembra di gridare

la rivincita di un Nuovo sull’Antico.

 

Camminare mescolata

al brulichio quieto di gente.

 

 

II. - NON HO LA PACE

 

Sono il mare del bistro e del perso,

la culla salata del pensiero occidentale;

ma non ho la pace, nel mio grembo,

da che esiste la nozione del tempo.

Anche oggi il sole ha scacciato le nubi,

e moderni aerei forano un cielo

scintillante di guerra.

 

(aprile 1999-guerra nel Kossovo)

 

 

III. - HNETIKH

 

Amo l’odore del Sud, questo

grembo terracqueo, che non mi appartiene.

 

Da noi....Così tutto è nell’ombra:

mescolato alla nebbia, diluito dall’acqua;

 

come le strisce di terra bruna

che affiorano sulla laguna,

come le trecce interrate

di Ostialla Gallenia....

 

(Ostialla Gallenia, nobile Venetica andata in sposa ad un Romano)

 

 

IV. - IN PROVA

 

Sentire un sapore salato

nell’Ostia, alla sera, uno strano tremore

nella preghiera.

 

Soffrire, in un mondo confuso e indistinto,

la fatica, e la nausea del Non-Sapere

chi per primo ha sbagliato, e dove;

e più non vedere

le amiche forme delle tue certezze.

 

Facile era, prima, offrirsi, con la gran convinzione

di avere un’aureola sulla coscienza;

ma ora, azzerarsi in quel Vuoto,

che non sa che farsene del sacrificio!

 

Partorire sole,

nascoste alla luce;

e capire, soffrendo,

il nuovo pedaggio.

 

 

V. - VIENI

 

Sono io, sono l'IO,

l’intima causa di questo abbandono,

ma mi riconosco

tra le ferite del mondo creato.

 

E la certezza ha il sapore del balsamo,

quanto più è fredda come una morte!

L’anima è uscita dal proprio confine,

percorre una valle di tazze rotte:

 

Vieni,

celebriamo le nostre Nozze.

 

 

VI. - IL BENE

 

Un solo Bene,

l’Unico Bene,

è l’amore al dolore che mi appartiene.

 

Lo perdo e lo ritrovo

nell’averlo perduto;

mi illumina, mi riempie,

mi svuota, e rivivo;

 

come stella più tersa nel buio,

come legno incrociato d’ulivo.

 

 

VII. - “LE GRANDI ACQUE NON POSSONO SPEGNERE L’AMORE”

 

No, non vorrò abbandonarti mai nelle mie zone oscure,

 

ma dove ci attenderanno le grandi acque misteriose?

 

Forse è nel fondo del respiro, se ti stringo,

dalla mia carne,

l’illusione che s’insinua, possedere:

fiume vorticante delle cose

che si attraggono e raggiungono per sempre.

 

Oppure forse in quel pensiero

stritolante e riduttivo, che la vince

quando vorrei abbandonarmi e fare il volo

oltre il fuoco che divora, nel tuo mondo:

io, io , io.....

 

Tra il supremo desiderio di Affermarsi

si fa largo sgomitando a poco a poco

quell’anelito inespresso e cancellato

di Adamo nel giardino:

mi completi qualcun altro!

 

 

VIII. - NON POSSO STACCARE

 

Non posso staccare

la penna dal foglio, cessare

di scrivere ora:

 

mi morde e mi ammala una strana paura...

 

Cammino nel vuoto

e parlo da sola.

 

Ed improvviso una tenerezza infinita mi prende,

e sono in grado soltanto di piangere,

ad ogni sussulto, per ogni canzone;

 

Cammino sul vuoto

e l’anima vola.

 

 

IX. - SORELLA

 

Il giorno in cui sei nata

si sono accesi nuovi fiori;

la falena della sera ha dondolato

dolcemente sulla luce della lampada,

puntuali si sono aperti gli sportelli

che una mano dispettosa ha già richiusi.

Una lacrima di Pierrot versava

rimmel d’argento sull'eterno del sorriso,

e subito il tuo gioco della vita scintillava

tra la neve di Natale e i suoi balocchi.

 

Il giorno in cui io sono nata

una prora ha squarciato due fiumi,

un istmo crudele ha diviso le mani di terre gemelle;

l’etichetta della morale è rimasta

a gambe all’aria per alcuni secondi;

il cielo e la luna hanno brillato senza sosta

su flutti strani e tempestosi.

 

E con questo, ogni volta t’incontro,

fosse anche al roveto stordente del traffico,

da lontano fiutiamo le uste

dei nostri dolori fratelli;

 

perché il simile

sa creare una conca

dove il normale riaffiora e conforta.

 

 

X. - SEGGI DEGLI APOSTOLI

 

Alla fermata del mio autobus, li vedo

posti a cerchio

seggi degli apostoli,

tra cartoni d’immondizia

e bagni pubblici;

ed ora sono vuoti

per ricevere gli eletti.

 

Vorrei

che mai venissero,

da lontano con passi traballanti nei portici:

gli eletti dai polsi bucati,

e cantilene straniere ad alimentarli.

 

Vorrei soprattutto non trovarli mai uniti,

ciascuno seduto a ricoprire il suo seggio;

non riconoscere la crosta dei volti,

fuggire alla preda dei loro sguardi.

 

O forse invece vorrei, vorrei che mi vedessero

più sporca e più ultima di qualsiasi cosa

mai incontreranno nel loro esilio;

potessero un istante levare il volto

dal ruolo che a ognuno è assegnato nel mondo,

liberarsi e invitarmi a sedere tra loro

al cenacolo.

 

(Attualmente il luogo è un sito di scavi archeologici)

 

 

XI. - LACRIME/ ABOUT TEARS

 

Non aspettarTi

Che mentre il tramonto si estende

Io riesca a provare davvero

Il desiderio delle stelle;

come se non lo sapessi

che ogni stella che sboccia nel cielo è una rosa

intagliata nella carne viva.

Troppo fragile il mio essere, e la notte

che non sa nascondermi la mia rovina,

scorre verso il fiume del pianto.

 

Ma Tu, se così mi accarezzerai,

vuoi forse convincermi

che domani rideremo ancora

insieme, e che ci rincorreremo tra gli alberi,

e che di nuovo sarai

il mio prestigiatore stupendo?

Lo senti, lo senti

che come bambina ti credo,

mentre afferro di nuovo il tuo braccio inseguendoti

per tuffarci nell'ennesima danza!

 

E una lacrima rossa

è come siero leggero, una polvere,

di falena di sangue che sfugge

dalle mie dita.

 

 

XII. - SE SIAMO SOLAMENTE UNITI

 

Se siamo solamente uniti

da fragili dentelli,

che ne sarà dei nostri amori?

Ce ne andremo allo scadere dei reciproci interessi.

 

Ma se resteremo vivi,

interi nel groviglio dei problemi,

e manterremo rotta salda verso il nostro Sole

comune, allora, forse,

riusciremo ad essere uniti.

 

Moriremo di gioia,

in questa tappa della vita sempre attesa;

 

“Io” è una moneta che va spesa.

 

 

XIII. - FA FREDDO, NON NEVICA

 

Bandiere della pace

lavate di pioggia,

penzoloni dai muri.

 

I colori inzuppati

si staccano ancora più vivi,

più distinti e

più scuri.

 

Scende la colonnina dello zero.

 

Bandiere sbattute dal vento,

Stendardi.

 

(2003)

 

 

XIV. - IO NON HO FORZE

 

Io non ho forze,

non ho freni né pistoni,

solo nodi nella gola, e corde

che non bastano a strozzare i sentimenti.

 

Quando arrivano le lacrime,

penso sempre di sbagliarmi:

 

Vivo un mondo fatto d’ombre,

d’impressioni di abbandono.

 

 

XV. - VENTICINQUE ANNI

 

Gridavo e piangevo

per uscire dalla pelle.

 

Dissoluzione,

non Trasformazione.

 

 

XVI. - DESCRIZIONE DI MOMENTI

 

Il mio corpo è Arte,

la mia mente è Arte,

la mia voce, è Arte.

 

Perché quest’ebbrezza

non sa comunicarsi

ai mondi esterni?

 

Installazione irruente corporea

degli arti,

installazione visiva implosa

dei suoni.

 

 

XVII. - E AVREBBE VOLUTO

 

E avrebbe voluto chiedergli

chi sei,

ma chi sei tu, che nella notte

interrompi il piombo flusso dei miei sogni,

tu che quando si dilegua

il lungo velo della nebbia, mi sorprendi

con lo sguardo del tuo cielo sulla terra,

e più sottile

delle labbra di un geloso,

riaffiori e mi tormenti;

nel percorso di una gioia

o nel disagio di una festa,

tra i pensieri,

ti ritrovo ad aspettarmi.

 

E intanto il mondo cerca ancora

di ricomporre i propri pezzi,

e il sole sorge ogni giorno

sulla sua giustificazione;

sei un uomo o sei un Dio?

 

Disperata nell'attesa

di qualcosa che accadesse

- non sapendo dove, e cosa …

Alle volte se ne usciva, alla ricerca,

lungo i fossi di campagna.

 

Nel silenzio, ad aspettarlo,

era tremendo:

la sua manifestazione!

 

Fissava l'erba ritta all'orizzonte,

non aveva siepe.

 

 

XVIII. - NON SONO

 

Non sono un abisso,

né una valle depressa,

non sono una nuvola sul disegno del cielo;

non sono una notte che affonda Venezia,

né un suono lontano,

né un ricordo leggero,

né un magazzino di sogni

che un uomo accantona per cambiare vita;

sono solo un lucido essere umano.

 

Ed allora svuotarmi, sparire d'amore, per te,

che significa?

Ascoltarti parlare le ore del viaggio,

dimenticando del tutto

le cose che attendono

il mio destino all'arrivo.

 

 

XIX. - ASCENSIONE DI ELETTO

 

Sale dall'acqua alla luce,

Eletto, gentile e splendente;

ma il suo corpo radioso s'infonde

nel cielo sospeso della giovinezza.

 

La giovinezza….

per alcuni

è una lama,

una festa inattesa,

o una sbornia di Nulla;

ma ecco che ora

al suo tocco si schiude,

e si svela lucente per ciò che è più, pura:

dolore di Noia

in ricchezza di Scelta.

 

La morte-illusione

trasumana quel filo

intrecciato leggero tra le sue e nostre dita;

nel silenzio del sole

raccolti alla riva noi siamo

la sua freccia di fuoco

scagliata nel Golfo.

 

(in memoria di Vicenzo “Eletto” Folonari)

 

 

XX. - VIE DI VENEZIA

 

Una ragazza, una visione, un angolo,

tra le vie di Venezia, dove le rose

da finestre inferriate

ti sussurrano un nome.

 

Come l’amore,

quel nome è un fondale:

l’anima a volte non ha precipizio

per calarsi di sotto a scavare.

 

 

XXI. - IL CALCIO

 

Il calcio della sera, l’ultima partita,

prima del buio di tutte le luci,

tu non la giocherai, ma com’è di tutti

resti a guardarla davanti a uno schermo,

per comprendere il volto del tuo destino.

 

Il tuo ginocchio, e la tua squalifica,

che hanno corso al di là di dolore e vergogna,

restano ora a fissare la pioggia,

che scende sull’erba, la spruzza e non bagna.

 

Nessuno soffre con questa parte del cuore,

laggiù nello stadio di muschio e di plastica;

 

dove ogni uomo, anziché un’ombra

proietta a terra la sua pozzanghera.

 

 

XXII. - LE SCHEGGE

 

Il gesto vuoto ed esteriore

l'amarezza disillusa

il fondo duro a un sentimento

la purezza nella noia

……………………

 

Cosa c'è

dietro a una fronte,

superficie

d'una tela

che s'increspa?

 

Mi domando se anche Quello sulla croce

sperimenta schegge folli per la testa.

 

 

XXIII. - AMORE FRENATO

 

Cammini sull'orlo

del lago deserto,

tarasacco leggero,

Mediterraneo d'inverno.

 

Per fermarmi a guardare

la fuga in avanti delle onde

sotto il guanto gelato del vento,

amore frenato, nello sguardo rispondo

all'urgenza di te, che mi grava sul fondo.

 

 

XXIV. - NEL MATTINO IO TI PERCORRO

 

Caselle,

io ti percorro per rancore;

e quando specchio la mia immagine nel fondo

davanti ad un elettrodiesel, mescolata

a bave viscide di un fosso,

sempre penso che all'immagine

del mattino, certe facce

delle case sono belle.

Allora fingo nuovamente di cantare,

percorrendo le tue vie, e vorrei ornarti

con il canto di Casella;

ma nell'intimo segreto sono muta,

e una cima all'orizzonte è Monte Venda.

 

 

XXV. - AL SIMPATICO LETTORE

 

Forse hai capito che ti lascio sapere

solo il mio mondo sbavato di rimmel,

e di certo qualcuno potrà ritenere

che si diviene alla luce

poeti per piangere.

Tu lo saprai, che qui ognuno di noi,

ha da pagare alla notte il suo conto:

ma poi festeggiamo, scordando la fogna,

e ammiriamo la vita

ripescata, con l'oro dei momenti più belli;

è di questo che parlo

anche quando mi stringo al cuore un dolore

per poi rivolgerlo al simpatico lettore.

 

 

XXVI. - "SCRIVE UNA POESIA SU DI ME, COSI' CAPISCO CHI SONO?"

 

Cambi sotto il nuovo sole che sorge

ad ogni giorno,

Stefano, ancora miracolosamente avvolto

dalla sua benevolenza;

e vorresti poter dire, fiducioso, quel che sei,

ma per un istante solo;

e per questo ti rivolgi

con un filo d'incoscienza alla Poesia.

 

Ma quelle parole insolite

che si uniscono in musica

un istante, già si perdono nell'aria sconosciuta;

risuonavano le corde, adesso tacciono,

è perduto il ritmo secco

delle nocche sulla cassa della cetra.

 

Non cercare il suo messaggio per giardini,

sei tu stesso la risposta al tuo Mistero:

 

Affonda il passo nella neve sicuro,

il lungo percorso è appena all'inizio.

 

 

XXVII. - COMMENTO A LIBERA

 

Introduzione

Tu credevi di conoscere,

ma avevi solo masticato

le fibre rosse e fibre chiare della vita;

arrivata al duro nocciolo d'inchiostro, disperavi

nel vedere la tua via

mescolarsi fra le onde

dell'oceano, sempre uguali, e replicanti all'infinito;

si attendeva che tornassi

vincitrice dal tuo viaggio.

 

Sviluppo

E sei già all'orizzonte, per la meta più ardita,

non contieni più ombre;

il tuo colore sfolgora nel deserto della spiaggia,

ma è il bagliore di quel sole

che ha investito la tua anima, tra le pietre opalescenti:

non è vero che domani potrà essere migliore.

 

(“Libera”, canzone di Gloria B.)

 

 

XXVIII. - DEDICATA A MOLTE

 

Un giorno una fanciulla si risveglia

e vede intorno a sé gli alberi in fiore

riscopre che le ripide e i sentieri sono

pietre del suo dolore.

Quel giorno fare versi sarà nuovo

e l'alba sortirà nuovo calore

colori sprigionati dal magnete scaturiscono

sul mondo che alza il capo con stupore.

 

 

XXIX. - 1° MAGGIO

 

Su Loppiano arde un sole

e fioriranno margherite.

 

Mi lascio dietro le grandi nuvole,

mi lascio dentro le ultime colline.

 

(2002)

 

 

 

1° maggio è stata pubblicata in A. Bassanelli - A. Longo (curr.), La poesia è... Un pensiero che vive, Proget Edizioni, Padova 2006



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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