Definitivo ultimo
di Sofia Tisato
Indice:
VI. - IL MIO FIUME SI E’ SECCATO
VII. - “LE GRANDI ACQUE NON POSSONO SPEGNERE L’AMORE”
XII. - SE SIAMO SOLAMENTE UNITI
XXIV. - NEL MATTINO IO TI PERCORRO
XXVI. - "SCRIVE UNA POESIA SU DI ME, COSI' CAPISCO CHI SONO?"
| XXIX. - 1° MAGGIO |
IO
Poesia di un’acerba fanciulla
che seduta su scomoda seggiola
narra la sua prima vita,
l’interna, segreta mollezza
dell’anima dolce sensibile,
che la rende sciocca bambina
quando vorrebbe la forza profonda
di far scaturire lo zampillo dalla roccia del cuore,
la pura poesia.
Ma il viso della gente, il viso delle cose,
chiudono in sé l’inesperta ragazza,
e le fanno sognare le voci più strane,
le fanno provare assai sentimenti;
per ora li scrive e li chiude in un cassetto,
perché sa che quando avrà di bianco
qualcosa sulle tempie e adulto sarà il cuore,
riderà gioiosa nelle ore di noia,
leggendo di carte lo sbiadito ricordo,
di quel che era, nella sua pienezza,
la futile sua, insulsa adolescenza...
(tredici anni)
DEFINITIVO ULTIMO
Sarà la prima raccolta di poesie: ho scelto questi testi, tra molti altri composti in un'esistenza di almeno vent'anni tra infanzia, adolescenza e giovinezza. Il titolo esprime il mio desiderio di concludere un lungo capitolo e guardare avanti, a versi nuovi. “Definitvo ultimo” era il nome dato da un relatore SSIS al file dell'ultima, sosprata consegna della mia tesina.
I. - SAGRA
Ottobre piovoso,
un po’ pazzo, un po’ lieto,
un colpo di freddo
uno sprazzo di sole.
Sulle strade incolte
le genti più strane,
chi salta, chi grida, chi guarda soltanto,
tutti nel giro
tondo di vento,
che spingono in faccia le giostre gioconde.
II. - LA LUCE
Le pallide rose
del mio giardino
sono sfiorite.
Le tenere erbe
frementi di sole
sono essiccate.
I miei estivi vestimenti,
scollati e scamiciati,
freschi e scanzonati,
sono celati.
E’ inverno!
Tutta la meraviglia
del tempo che fu,
si piega di fronte
alla Luce
che abbaglia di Amore e Virtù:
è nato Gesù
(Dicembre 1991)
III. - VIAGGIO
Sono in viaggio.
Sto correndo su di un pullman
come il vento,
mentre scivola la strada
sotto i piedi.
Fuori la campagna
è brulla e tersa,
aridi vigneti spazza il vento.
Sono in viaggio,
sono in viaggio e di pensare non ho tempo.
(1992)
IV. - VORREI CANTARE
Vorrei cantare come un uccellino...
eterna fanciullina Sofia;
la parte più intima di te si ribella
all’altezza che cresce, al gusto che cambia:
vorresti restare la bimba di un tempo,
caparbio prodigio di trasandatezza.
Ma vedi che tutto si muta,
davanti ai tuoi occhi è già una ragazza
rompi lo specchio, che la vita è bella,
hai solo tredici anni, il tempo passa!
Vorrei cantare come un uccellino,
per i sentieri della poesia,
è tanto gaia, la canzone mia,
come le note, ogni parola
succede all’altra, scandita dal tempo,
al ritmo delle mie astruse strofe...
Ma se anche il sentimento,
passione più focosa,
è regolato da un tempo,
coerente e perfetto...
meglio tirare fuori lo specchio dal cassetto!
LA CRISI DELLA POESIA
V. - SCRIVO VERSI E PENSO
Scrivo versi e penso
che le parole viaggeranno lontano da me.
Come una madre le cullo ad una ad una,
una mamma orgogliosa, persino instupidita;
le sento forti come fiotti di colore cupo
o di rosso sanguigno, o di dolore grigio,
le sento folli e compiaciute,
scabre e lisce al tempo stesso,
tante piccole bambine assai poco sincere.
Sento me stessa perduta
vendere l’anima ai diavoli del mio capriccioso carattere,
sento il pudore angosciante di parlare di me,
della madre, e il peso degli occhi,
magari degli occhi dei santi, sulle mie opere,
e vorrei, anni fa, non aver preso in mano quella penna,
la capostipite di tante penne,
tutte impugnate da una mano sinistra, poesie mancine!
Scrivo perché i tasti del mio ordigno sono neri,
lucenti come l’inchiostro e i miei concetti,
una corona di ciliegie improvvisate da amputare è il testo,
so che getterò questo mio scritto nel cestino.
Però anche a questi versi
voglio bene veramente,
dell’amore selvatico e molto istintivo
di una madre giovane, inesperta e stupidona.
Sono rossa di vergogna: uno spirito maligno mi imprigiona
sulle righe imbarazzanti. Mi sfogo, e penso
che le parole viaggeranno lontano da me.
VI. - IL MIO FIUME SI E’ SECCATO
Il mio fiume si è seccato.
Sono chiuse le mie dita
e la penna tace muta sul mio banco;
il silenzio della mia anima è come un lungo
greto di un torrente prosciugato.
Scivolano le ultime parole
in grumi vaghi di superbia,
al vento. Sono arida, il mio fiume si è seccato!
No, il mio fiume rinasce,
rinasce e gorgoglia a nuova vita,
invade l’argine di una piena potente,
lo trasforma in una valle di luce,
attraversa i sentieri delle irte foreste
vergini, ingarbugliate,
posa sui fianchi delle aspre montagne,
cattedrali innalzate dalla fantasia,
e si apre nei mari, aperti, infiniti,
lungo le onde cosparse di stelle.
VII. - MIMOSA
Hai messo la mimosa giallo-sole nel diario,
però si è tutta quanta spiaccicata tra le pagine
e i graffiti, e le idee morte,
e le lagne e la cultura dei poeti.
La conservi dentro al chiuso, e non capisci
che è nata per cantare,
dondolandosi nel vento,
tutta gialla in un fruscio
verde selvaggio.
RE: IO
La ragazza aveva adesso diciott’anni:
non pensava più al mondo
come ad una crudele congiura
contro il suo genio;
non gettava più, a parole,
la sua gelatina interiore al vento;
si sentiva una donna esperta
in materia di vivere, perché tutto aveva vissuto,
senza avere sperimentato niente;
e quando si chinava
sulla schiena bianca di un foglio ammutolito
scriveva schifezzuole artistiche, assai gioendo,
di avere riscoperto quella vena
calda, pulsante nel suo seno.
Da dove mi provieni
e di che cosa sei veste,
Poesia, che silenziosa ti scrivi
tra le mie mani?
I. - TRENTO NOTTURNA
Marmo e luce nel riflesso
sopra i ciottoli puliti;
gocce d’acqua alla fontana
tra le pietre scivolose.
Il vento azzurro della notte
sale fresco alle mie spalle,
e mi sembra di gridare
la rivincita di un Nuovo sull’Antico.
Camminare mescolata
al brulichio quieto di gente.
II. - NON HO LA PACE
Sono il mare del bistro e del perso,
la culla salata del pensiero occidentale;
ma non ho la pace, nel mio grembo,
da che esiste la nozione del tempo.
Anche oggi il sole ha scacciato le nubi,
e moderni aerei forano un cielo
scintillante di guerra.
(aprile 1999-guerra nel Kossovo)
III. - HNETIKH
Amo l’odore del Sud, questo
grembo terracqueo, che non mi appartiene.
Da noi....Così tutto è nell’ombra:
mescolato alla nebbia, diluito dall’acqua;
come le strisce di terra bruna
che affiorano sulla laguna,
come le trecce interrate
di Ostialla Gallenia....
(Ostialla Gallenia, nobile Venetica andata in sposa ad un Romano)
IV. - IN PROVA
Sentire un sapore salato
nell’Ostia, alla sera, uno strano tremore
nella preghiera.
Soffrire, in un mondo confuso e indistinto,
la fatica, e la nausea del Non-Sapere
chi per primo ha sbagliato, e dove;
e più non vedere
le amiche forme delle tue certezze.
Facile era, prima, offrirsi, con la gran convinzione
di avere un’aureola sulla coscienza;
ma ora, azzerarsi in quel Vuoto,
che non sa che farsene del sacrificio!
Partorire sole,
nascoste alla luce;
e capire, soffrendo,
il nuovo pedaggio.
V. - VIENI
Sono io, sono l'IO,
l’intima causa di questo abbandono,
ma mi riconosco
tra le ferite del mondo creato.
E la certezza ha il sapore del balsamo,
quanto più è fredda come una morte!
L’anima è uscita dal proprio confine,
percorre una valle di tazze rotte:
Vieni,
celebriamo le nostre Nozze.
VI. - IL BENE
Un solo Bene,
l’Unico Bene,
è l’amore al dolore che mi appartiene.
Lo perdo e lo ritrovo
nell’averlo perduto;
mi illumina, mi riempie,
mi svuota, e rivivo;
come stella più tersa nel buio,
come legno incrociato d’ulivo.
VII. - “LE GRANDI ACQUE NON POSSONO SPEGNERE L’AMORE”
No, non vorrò abbandonarti mai nelle mie zone oscure,
ma dove ci attenderanno le grandi acque misteriose?
Forse è nel fondo del respiro, se ti stringo,
dalla mia carne,
l’illusione che s’insinua, possedere:
fiume vorticante delle cose
che si attraggono e raggiungono per sempre.
Oppure forse in quel pensiero
stritolante e riduttivo, che la vince
quando vorrei abbandonarmi e fare il volo
oltre il fuoco che divora, nel tuo mondo:
io, io , io.....
Tra il supremo desiderio di Affermarsi
si fa largo sgomitando a poco a poco
quell’anelito inespresso e cancellato
di Adamo nel giardino:
mi completi qualcun altro!
VIII. - NON POSSO STACCARE
Non posso staccare
la penna dal foglio, cessare
di scrivere ora:
mi morde e mi ammala una strana paura...
Cammino nel vuoto
e parlo da sola.
Ed improvviso una tenerezza infinita mi prende,
e sono in grado soltanto di piangere,
ad ogni sussulto, per ogni canzone;
Cammino sul vuoto
e l’anima vola.
IX. - SORELLA
Il giorno in cui sei nata
si sono accesi nuovi fiori;
la falena della sera ha dondolato
dolcemente sulla luce della lampada,
puntuali si sono aperti gli sportelli
che una mano dispettosa ha già richiusi.
Una lacrima di Pierrot versava
rimmel d’argento sull'eterno del sorriso,
e subito il tuo gioco della vita scintillava
tra la neve di Natale e i suoi balocchi.
Il giorno in cui io sono nata
una prora ha squarciato due fiumi,
un istmo crudele ha diviso le mani di terre gemelle;
l’etichetta della morale è rimasta
a gambe all’aria per alcuni secondi;
il cielo e la luna hanno brillato senza sosta
su flutti strani e tempestosi.
E con questo, ogni volta t’incontro,
fosse anche al roveto stordente del traffico,
da lontano fiutiamo le uste
dei nostri dolori fratelli;
perché il simile
sa creare una conca
dove il normale riaffiora e conforta.
X. - SEGGI DEGLI APOSTOLI
Alla fermata del mio autobus, li vedo
posti a cerchio
seggi degli apostoli,
tra cartoni d’immondizia
e bagni pubblici;
ed ora sono vuoti
per ricevere gli eletti.
Vorrei
che mai venissero,
da lontano con passi traballanti nei portici:
gli eletti dai polsi bucati,
e cantilene straniere ad alimentarli.
Vorrei soprattutto non trovarli mai uniti,
ciascuno seduto a ricoprire il suo seggio;
non riconoscere la crosta dei volti,
fuggire alla preda dei loro sguardi.
O forse invece vorrei, vorrei che mi vedessero
più sporca e più ultima di qualsiasi cosa
mai incontreranno nel loro esilio;
potessero un istante levare il volto
dal ruolo che a ognuno è assegnato nel mondo,
liberarsi e invitarmi a sedere tra loro
al cenacolo.
(Attualmente il luogo è un sito di scavi archeologici)
XI. - LACRIME/ ABOUT TEARS
Non aspettarTi
Che mentre il tramonto si estende
Io riesca a provare davvero
Il desiderio delle stelle;
come se non lo sapessi
che ogni stella che sboccia nel cielo è una rosa
intagliata nella carne viva.
Troppo fragile il mio essere, e la notte
che non sa nascondermi la mia rovina,
scorre verso il fiume del pianto.
Ma Tu, se così mi accarezzerai,
vuoi forse convincermi
che domani rideremo ancora
insieme, e che ci rincorreremo tra gli alberi,
e che di nuovo sarai
il mio prestigiatore stupendo?
Lo senti, lo senti
che come bambina ti credo,
mentre afferro di nuovo il tuo braccio inseguendoti
per tuffarci nell'ennesima danza!
E una lacrima rossa
è come siero leggero, una polvere,
di falena di sangue che sfugge
dalle mie dita.
XII. - SE SIAMO SOLAMENTE UNITI
Se siamo solamente uniti
da fragili dentelli,
che ne sarà dei nostri amori?
Ce ne andremo allo scadere dei reciproci interessi.
Ma se resteremo vivi,
interi nel groviglio dei problemi,
e manterremo rotta salda verso il nostro Sole
comune, allora, forse,
riusciremo ad essere uniti.
Moriremo di gioia,
in questa tappa della vita sempre attesa;
“Io” è una moneta che va spesa.
XIII. - FA FREDDO, NON NEVICA
Bandiere della pace
lavate di pioggia,
penzoloni dai muri.
I colori inzuppati
si staccano ancora più vivi,
più distinti e
più scuri.
Scende la colonnina dello zero.
Bandiere sbattute dal vento,
Stendardi.
(2003)
XIV. - IO NON HO FORZE
Io non ho forze,
non ho freni né pistoni,
solo nodi nella gola, e corde
che non bastano a strozzare i sentimenti.
Quando arrivano le lacrime,
penso sempre di sbagliarmi:
Vivo un mondo fatto d’ombre,
d’impressioni di abbandono.
XV. - VENTICINQUE ANNI
Gridavo e piangevo
per uscire dalla pelle.
Dissoluzione,
non Trasformazione.
XVI. - DESCRIZIONE DI MOMENTI
Il mio corpo è Arte,
la mia mente è Arte,
la mia voce, è Arte.
Perché quest’ebbrezza
non sa comunicarsi
ai mondi esterni?
Installazione irruente corporea
degli arti,
installazione visiva implosa
dei suoni.
XVII. - E AVREBBE VOLUTO
E avrebbe voluto chiedergli
chi sei,
ma chi sei tu, che nella notte
interrompi il piombo flusso dei miei sogni,
tu che quando si dilegua
il lungo velo della nebbia, mi sorprendi
con lo sguardo del tuo cielo sulla terra,
e più sottile
delle labbra di un geloso,
riaffiori e mi tormenti;
nel percorso di una gioia
o nel disagio di una festa,
tra i pensieri,
ti ritrovo ad aspettarmi.
E intanto il mondo cerca ancora
di ricomporre i propri pezzi,
e il sole sorge ogni giorno
sulla sua giustificazione;
sei un uomo o sei un Dio?
Disperata nell'attesa
di qualcosa che accadesse
- non sapendo dove, e cosa …
Alle volte se ne usciva, alla ricerca,
lungo i fossi di campagna.
Nel silenzio, ad aspettarlo,
era tremendo:
la sua manifestazione!
Fissava l'erba ritta all'orizzonte,
non aveva siepe.
XVIII. - NON SONO
Non sono un abisso,
né una valle depressa,
non sono una nuvola sul disegno del cielo;
non sono una notte che affonda Venezia,
né un suono lontano,
né un ricordo leggero,
né un magazzino di sogni
che un uomo accantona per cambiare vita;
sono solo un lucido essere umano.
Ed allora svuotarmi, sparire d'amore, per te,
che significa?
Ascoltarti parlare le ore del viaggio,
dimenticando del tutto
le cose che attendono
il mio destino all'arrivo.
XIX. - ASCENSIONE DI ELETTO
Sale dall'acqua alla luce,
Eletto, gentile e splendente;
ma il suo corpo radioso s'infonde
nel cielo sospeso della giovinezza.
La giovinezza….
per alcuni
è una lama,
una festa inattesa,
o una sbornia di Nulla;
ma ecco che ora
al suo tocco si schiude,
e si svela lucente per ciò che è più, pura:
dolore di Noia
in ricchezza di Scelta.
La morte-illusione
trasumana quel filo
intrecciato leggero tra le sue e nostre dita;
nel silenzio del sole
raccolti alla riva noi siamo
la sua freccia di fuoco
scagliata nel Golfo.
(in memoria di Vicenzo “Eletto” Folonari)
XX. - VIE DI VENEZIA
Una ragazza, una visione, un angolo,
tra le vie di Venezia, dove le rose
da finestre inferriate
ti sussurrano un nome.
Come l’amore,
quel nome è un fondale:
l’anima a volte non ha precipizio
per calarsi di sotto a scavare.
XXI. - IL CALCIO
Il calcio della sera, l’ultima partita,
prima del buio di tutte le luci,
tu non la giocherai, ma com’è di tutti
resti a guardarla davanti a uno schermo,
per comprendere il volto del tuo destino.
Il tuo ginocchio, e la tua squalifica,
che hanno corso al di là di dolore e vergogna,
restano ora a fissare la pioggia,
che scende sull’erba, la spruzza e non bagna.
Nessuno soffre con questa parte del cuore,
laggiù nello stadio di muschio e di plastica;
dove ogni uomo, anziché un’ombra
proietta a terra la sua pozzanghera.
XXII. - LE SCHEGGE
Il gesto vuoto ed esteriore
l'amarezza disillusa
il fondo duro a un sentimento
la purezza nella noia
……………………
Cosa c'è
dietro a una fronte,
superficie
d'una tela
che s'increspa?
Mi domando se anche Quello sulla croce
sperimenta schegge folli per la testa.
XXIII. - AMORE FRENATO
Cammini sull'orlo
del lago deserto,
tarasacco leggero,
Mediterraneo d'inverno.
Per fermarmi a guardare
la fuga in avanti delle onde
sotto il guanto gelato del vento,
amore frenato, nello sguardo rispondo
all'urgenza di te, che mi grava sul fondo.
XXIV. - NEL MATTINO IO TI PERCORRO
Caselle,
io ti percorro per rancore;
e quando specchio la mia immagine nel fondo
davanti ad un elettrodiesel, mescolata
a bave viscide di un fosso,
sempre penso che all'immagine
del mattino, certe facce
delle case sono belle.
Allora fingo nuovamente di cantare,
percorrendo le tue vie, e vorrei ornarti
con il canto di Casella;
ma nell'intimo segreto sono muta,
e una cima all'orizzonte è Monte Venda.
XXV. - AL SIMPATICO LETTORE
Forse hai capito che ti lascio sapere
solo il mio mondo sbavato di rimmel,
e di certo qualcuno potrà ritenere
che si diviene alla luce
poeti per piangere.
Tu lo saprai, che qui ognuno di noi,
ha da pagare alla notte il suo conto:
ma poi festeggiamo, scordando la fogna,
e ammiriamo la vita
ripescata, con l'oro dei momenti più belli;
è di questo che parlo
anche quando mi stringo al cuore un dolore
per poi rivolgerlo al simpatico lettore.
XXVI. - "SCRIVE UNA POESIA SU DI ME, COSI' CAPISCO CHI SONO?"
Cambi sotto il nuovo sole che sorge
ad ogni giorno,
Stefano, ancora miracolosamente avvolto
dalla sua benevolenza;
e vorresti poter dire, fiducioso, quel che sei,
ma per un istante solo;
e per questo ti rivolgi
con un filo d'incoscienza alla Poesia.
Ma quelle parole insolite
che si uniscono in musica
un istante, già si perdono nell'aria sconosciuta;
risuonavano le corde, adesso tacciono,
è perduto il ritmo secco
delle nocche sulla cassa della cetra.
Non cercare il suo messaggio per giardini,
sei tu stesso la risposta al tuo Mistero:
Affonda il passo nella neve sicuro,
il lungo percorso è appena all'inizio.
XXVII. - COMMENTO A LIBERA
Introduzione
Tu credevi di conoscere,
ma avevi solo masticato
le fibre rosse e fibre chiare della vita;
arrivata al duro nocciolo d'inchiostro, disperavi
nel vedere la tua via
mescolarsi fra le onde
dell'oceano, sempre uguali, e replicanti all'infinito;
si attendeva che tornassi
vincitrice dal tuo viaggio.
Sviluppo
E sei già all'orizzonte, per la meta più ardita,
non contieni più ombre;
il tuo colore sfolgora nel deserto della spiaggia,
ma è il bagliore di quel sole
che ha investito la tua anima, tra le pietre opalescenti:
non è vero che domani potrà essere migliore.
(“Libera”, canzone di Gloria B.)
XXVIII. - DEDICATA A MOLTE
Un giorno una fanciulla si risveglia
e vede intorno a sé gli alberi in fiore
riscopre che le ripide e i sentieri sono
pietre del suo dolore.
Quel giorno fare versi sarà nuovo
e l'alba sortirà nuovo calore
colori sprigionati dal magnete scaturiscono
sul mondo che alza il capo con stupore.
XXIX. - 1° MAGGIO
Su Loppiano arde un sole
e fioriranno margherite.
Mi lascio dietro le grandi nuvole,
mi lascio dentro le ultime colline.
(2002)
1° maggio è stata pubblicata in A. Bassanelli - A. Longo (curr.), La poesia è... Un pensiero che vive, Proget Edizioni, Padova 2006

