"Diario di un curato di campagna "

 

 

di Leandro Pareschi

 

 

 

 

 


Autore: Georges Bernanos

 

Titolo: Diario di un curato di campagna

 

Casa editrice: Mondadori, 1946



Trama

 

Nel libro sono narrati alcuni mesi della vita di un curato, sotto forma di diario. Siamo nelle Fiandre francesi, nel villaggio di Ambricourt, all’incirca negli anni ‘30. Il giovane curato è da poco arrivato al villaggio e comincia ad annotare su di un diario alcune delle esperienze che vive o le riflessioni che sviluppa. Per sua ammissione, il diario è una conversazione tra lui e Dio, un prolungamento della sua preghiera, che spesso gli è difficile; è una continuazione dei suoi pensieri più intimi, un’ennesima occasione per riflettere dei suoi problemi personali e spirituali, della sua parrocchia o del mondo intero, della religione, la povertà, il messaggio lasciato da Cristo e tanto altro.
Le parole che lascia sulla carta raccontano della sua povertà materiale, della fame che patisce, della malattia che lo assilla costantemente ogni giorno, togliendogli le forze anche per la preghiera, delle incomprensioni con i parrocchiani.
Il protagonista non si descrive forte, deciso e sicuro di sé. È invece cagionevole di salute, piccolo e magro, debole di corpo e a volte anche di spirito; è un uomo che cerca frequentemente il consiglio e la compagnia di sacerdoti più anziani ed esperti. Si scontra quotidianamente col dolore della sua malattia, con la sua “rivolta fisica contro la preghiera”, con i parrocchiani che lo vedono come un pretino, troppo giovane, malnutrito e inesperto, non solo del suo mestiere ma della vita in generale. Ed in lui cresce la tristezza a causa dell’indifferenza dei suoi parrocchiani per la religione, “perché Dio non è amato”, e la sua parrocchia gli appare come tutte le altre, “divorata dalla noia”.

Ma, nonostante tutti questi dolori, alcuni lo considerano una persona vincente, una persona “che tien duro, che sta ritta”, che non può parlare “per non dire nulla”; una persona che, sostenuta dalla sua fede, che mai gli manca, riuscirà, anche nel groviglio di tutte le sue miserie, a compiere il suo cammino, seguendo la strada tracciata dal Vangelo, fino in fondo e fino all’ultimo.

 

 

Messaggio

 

Bernanos presenta un personaggio che, invece di appartenere alla categoria degli eroi, sembra in realtà ricadere nella categoria degli sconfitti, o ancora meglio, degli inetti. Lungo tutto il libro il curato si presenta come incapace di fare alcunché, di dire le cose giuste al momento giusto, di tener testa alle persone durante le discussioni che lo meriterebbero, di dare conforto a chi ne avrebbe bisogno. Egli riconosce le sue miserie e sofferenze ed in ogni momento sembra essere sull’orlo di abbandonarsi alla sconfitta, ma sempre si aggrappa alla sua fede incrollabile. Anche nel momento estremo, attraverso le sue ultime parole (“Che importa? Tutto è grazia”), dà prova di essere, seppur imperfetto come tutti gli uomini, un cristiano realizzato. Una persona che soffre e che ha l’umiltà di riconoscere le sue mancanze e di sentirsi completamente indegno di qualsiasi cosa. Una persona con i suoi momenti di debolezza, tristezza, scoramento, immersa nelle sue difficoltà, sia fisiche sia spirituali, le quali si compenetrano e disegnano un animo tormentato, sempre alla ricerca ed in perpetua formazione e trasformazione. Un animo che si avvicina agli abissi del dolore e della distanza da Dio.
Ma in tutto questo il curato mai perde la fede e la speranza: per quanto egli possa soffrire sa che sempre c’è la mano di Dio a sostenerlo, anche se egli è un uomo che ha delle mancanze. Il senso di tutto il libro sta nel presentare questa sola cosa: una persona.
Il curato è una persona come tutti i suoi lettori, che attraversa le difficoltà e prove di ogni altro uomo e, pur essendo un sacerdote, e quindi totalmente votato a Dio, non per questo è più vicino a Dio di quanto potrebbe esserlo un laico qualunque. Egli indica a se stesso, e a tutti coloro che vogliono accogliere le sue parole, qual è la strada giusta per essere persone autentiche e realizzate. Il suo percorso, sebbene insidiato dalle numerose difficoltà, è netto e tracciato fin dal principio. È il percorso intrapreso nel momento della scelta del sacerdozio, il percorso indicato dal Vangelo. Nonostante tutti i problemi, personali e non, la fede continua a guidarlo lungo la direzione scelta.
Sicuramente il messaggio è più recepibile e condivisibile da chi si riconosce nella fede cristiana, ma si può fare una riflessione ulteriore. Bernanos presenta sì un cristiano, ma prima di tutto una persona: ciò significa che importante è certamente il tipo di scelta da lui compiuta, ma soprattutto è fondamentale la scelta. Persona, allora, non è chi conduca la sua vita in un qualsiasi modo, ma chi ne abbia a fondamento qualcosa di saldo, preciso e ben chiaro ai suoi occhi, che sappia mantenerlo in piedi di fronte ad ogni avversità. In questo caso è la fede in Cristo, ma per ciascuno potrebbe essere qualcosa di diverso: persona realizzata è quindi chi ha il coraggio di scegliere una direzione nella sua vita, di fondare il suo cammino su qualcosa che si dimostra davvero grande e che oltrepassa le singole capacità e volontà. Solo così ciascun lettore, anche se non cristiano, può riconoscersi nel giovane curato e trarre insegnamento dalla sua condotta di vita.

Tutti viviamo, anche se in modo diverso, questi problemi e sofferenze. Bernanos, da cristiano, indica la sua soluzione a tutto il male che ci affligge: la cieca fede e la speranza in Cristo.

 

 

Stile

 

Lo stile è arduo e complicato. Sono pochi i brani di comprensione immediata o scevri di riflessione profonda. Spesso si cambia argomento senza alcuna interruzione. I dialoghi non sono riportati andando a capo riga ad ogni battuta, ma scritti tutti di seguito. A volte capita di trovare riferimenti a cose semplicemente accennate o addirittura mai dette, ma soltanto meditate nella mente del protagonista.
Questa difficoltà della lettura rende però molto verosimile la forma del diario: quello che si legge sono davvero le riflessioni del curato, senza mediazione dello scrittore. Il modo di presentare le varie pagine dello scritto, senza alcuna particolareggiata precisazione di situazioni, personaggi o filo dei discorsi e ragionamenti, contribuisce a questo: è veramente il curato che scrive, che sviscera senza filtri ciò che pensa e vede, come se nessuno dovesse poi leggere. Questo restituisce al lettore la verità della trama e delle riflessioni, ma ovviamente a volte può creare difficoltà nella lettura, che deve essere molto attenta. È un’ottima maniera per far davvero entrare nella mente del lettore le idee del protagonista, per viverle insieme al protagonista.
Forse l’unica pecca di questa verosimiglianza sta nei lunghi dialoghi che spesso vengono riportati: sebbene il curato a volte affermi di non ricordare bene alcuni passaggi, in realtà le parole sono riportate molto fedelmente ad un ipotetico reale dialogo. Ma questo può essere compreso e perdonato, essendo i dialoghi la fonte principale di trama, poiché il resto è spesso soltanto riflessione spirituale del protagonista.

 

 

Un giudizio finale: da leggere ALLA FINESTRA

 

Dopo tutto quello che è stato detto il giudizio finale è quasi scontato. Va letto alla finestra per due motivi:

  • la difficoltà della lettura e la grande presenza dei temi fondamentali della vita impongono una lettura tranquilla e meditata. Di conseguenza il luogo migliore è proprio la finestra, con tutto il tempo che serve e la concentrazione necessaria. Altrimenti si legge sì un buon libro ma se ne perde la gran parte. Sarebbe uno spreco non gustarsi a fondo questa lettura.
  • l’importanza dei temi trattati e le riflessioni sviluppate non possono lasciare indifferenti. Ci vuole il tempo per comprenderle, rielaborarle, pensarci un po’, e poi condividerle o dissentirne. Ma tutto ciò non può essere fatto di fretta e con disinvoltura. È un’operazione che richiede tempo, attenzione e riflessione. E il libro le merita tutte e tre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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