"Esercizi di stile"
di Leandro Pareschi
Autore: Raymond Queneau
Titolo: Esercizi di stile
Casa editrice: Einaudi, 1983
Trama
La trama è esilissima. In realtà quasi non esiste e non è certamente la cosa più importante del libro. Questo è, infatti, una successione di esercizi incentrati sullo stile, come dice il titolo. La scarna trama è presentata subito, nella prima pagina: c’è un giovane in autobus, che si lamenta con un altro passeggero, accusandolo di spingerlo ad ogni salita e discesa di passeggeri. Poco dopo si precipita a sedere in un posto rimasto libero. Due ore dopo questi fatti, il narratore rivede lo stesso giovane davanti ad una stazione ferroviaria, in compagnia di un amico che gli consiglia di aggiungere un bottone alla sua giacca. Tutto qui. La trama si riduce a una decina di righe. Poi seguono novantotto variazioni sul tema presentato. Ogni pagina presenta il fatto in modo diverso. Queneau passa in rassegna decine di stili di scrittura o impiega sempre nuove figure retoriche per presentarci lo stesso identico, banale, fatto. Ci mostra come una stessa frase o breve racconto può modificarsi e presentarsi al lettore in modo sempre diverso, con varie sfumature, sia di suono sia di significato, con effetti sulla lettura spesso esilaranti. Lo fa impiegando figure retoriche o di suono più o meno conosciute, utilizzando stili di scrittura derivanti da dialettismi, da lingue straniere, da vocabolari gergali o settoriali. Nascono così novantanove modi diversissimi di descrivere questi pochi fatti: tutti così lontani tra loro che è impossibile darne un saggio soltanto parlandone in queste righe.
Messaggio
L’intero libro potrebbe sembrare soltanto uno sfoggio di maestria e capacità creativa di uno degli autori più importanti e dotati della Francia del Novecento. In un testo del genere non è agevole, né sembra utile, cercare di rintracciare un messaggio chiaro; non è nemmeno certo che trasmettere un messaggio fosse tra le intenzioni dell’autore.
Ma se di messaggio si vuol parlare, ecco cosa si può ritrovare nell’insieme del testo: l’intento principale è sicuramente quello di far conoscere al lettore le infinite possibilità della lingua (in questo caso la francese, ma si può allargare il raggio anche almeno alle altre lingue neolatine, affini alla lingua originale). Si può considerare l’intera serie di novantanove micro-racconti come un invito rivolto a chiunque a riflettere sullo strumento che abbiamo ogni giorno per le mani (o meglio, sulla bocca): uno strumento complesso, affascinante, sterminato e, per lo più, sconosciuto e suscettibile di creare, semplicemente col suo stile, mondi, sensazioni, emozioni ed effetti diversi. La lingua è qui trattata come un grande tramite, come una superba e suprema creazione dell’uomo, al solo scopo di dire chi siamo.
Stile
Lo stile è ovviamente variabile, come si capisce dal titolo e dalla “trama”. Ogni pagina possiede il suo proprio, legato alla scelta che l’autore fa in quel caso. Dove Queneau sceglie di descrivere i fatti narrandoli secondi i canoni della poesia ecco che nascono un’ode o un sonetto; quando decide di cambiare l’ordine delle parole in una frase o delle sillabe all’interno delle parole, ecco che si vedono testi assolutamente insensati o illeggibili; se decide di usare degli anglicismi ecco che parole francesi saranno scritte in modo che un inglese possa ben pronunciarle semplicemente seguendo le regole fonetiche della sua lingua.
La maestria di Queneau è sempre di gran pregio, a livello molto alto, difficilmente riesce ad annoiare nella lettura: nonostante i fatti siano sempre gli stessi, solo raramente ci si stanca di leggerli nuovamente. Anzi, dopo aver imparato per bene la trama, diventa possibile concentrare l’attenzione soltanto sulle sfumature di retorica, senso o suono che Queneau intende dare, gustando così gli artifici che egli prepara in ogni pagina.

Un giudizio finale: da leggere ALLA FINESTRA
(ma con un buon vocabolario di francese vicino)
Il primo motivo di questo giudizio è già stato esposto nelle righe precedenti: il libro è un saggio interessantissimo sulle potenzialità della lingua (francese ovviamente, ma le stesse riflessioni possono essere estese anche alla nostra).
Il secondo motivo riguarda l’edizione Einaudi, che riporta la “traduzione” dei vari testi condotta da Umberto Eco: delle novantanove variazioni sul tema, molte sono semplici traduzioni del testo originale, ma molte altre sono invece una riproposizione degli intenti linguistici giocosi ed intellettuali di Queneau. Si hanno così davanti quasi due libri distinti: l’originale di Queneau (che va gustato e compreso con un vocabolario accanto) e la traduzione / rielaborazione di Eco, che ci offre così un esempio della grandiosità e mutevolezza anche della nostra lingua.
Un libro per chi sa, o anche soltanto desidera, gustare le bellezze e gli artifici che gli uomini sanno creare tramite il linguaggio.

