"Il labirinto delle passioni perdute"
di Sofia Tisato
Autore: Romolo Bugaro
Titolo: Il labirinto delle passioni perdute
Casa editrice: Rizzoli
Trama
Siamo a Milano, ma a mio modesto avviso si tratta sempre di Padova, da Milano travestita. Almeno due storie si intrecciano, nella classica ripartizione narrativa “adolescenza- età adulta”. Eliane, di origini francesi, davanti al prestigioso liceo Tito Livio conosce tre classici fighetti, tra cui Carlo, che per tutto il libro incarna il tipo umano dell' incoerente travestito da simpatico vitalista, ed Enrico, delicato e nell'ombra, che ben presto si rivela figlio dell'industriale più ricco e potente della nazione. Divenuti marito e moglie, Eliane ed Enrico subiscono l'improvviso passaggio dalla vita dorata al crac finanziario, con arresto di lui, perdita di ogni dignità e persecuzione da parte dei media. Quando Enrico è scarcerato, non è più lo stesso. La seconda storia è quella di Marco, il bello e sensibile del trio di amici, quello che forse Eliane ha sempre un po' amato. Anche nella sua vita troppe cose vanno a pezzi, a partire dal matrimonio, quindi Marco sostiene Eliane nella realizzazione di un progetto di riscatto, di rinascita: dare una festa in grande stile nella casa in Toscana, come ai bei tempi...
Messaggio
Di nuovo i trentacinquenni de “La buona e brava gente”, ma le loro storie sono decisamente più convenzionali; anche qui il finale, forse, è troppo debole rispetto alla valenza simbolica di alcuni episodi centrali. L'immagine più interessante che l'autore ci regala è quella dei giovani sprecati a spendere ogni energia in vacui e confusi festeggiamenti, che dopo i divorzi ritornano negli stessi bar a riprodurre la medesima svagatezza, l'unica cosa che riesca loro bene. Un'umanità senza speranza di evoluzione? Ricorre ancora una volta il tema del fallimento, con la ricostruzione del clima di Tangentopoli; Bugaro sceglie provocatoriamente il punto di vista degli arrestati, accusando di ipocrisia e prepotenza i giudici, di sciacallaggio e sensazionalismo i giornali (su quest'ultimo aspetto non si può non dargli ragione, consideranno la degenerazione dell'informazione, incominciata proprio in quegli anni.) Le vicende sentimentali sono, invece, più soggette ai cliché del romanzo contemporaneo; alcuni personaggi meriterebbero di essere approfonditi – es. Enrico nichilista dopo la galera, il piccolo figlio di Marco- ma vengono un po' abbandonati.
STILE
Oddio, cosa è successo? Ne “La buona e brava gente della nazione” la scrittura complessa costituiva l'aspetto più interessante e creativo; ora la sintassi si è normalizzata, il lessico è medio... Insomma, nulla da ridire ma è una scrittura omologata allo standard della scorrevolezza. Un esempio dell'ineccepibile prosa: «Per un paio di anni aveva giocato a rugby, tuttavia il rugby non aveva contribuito granché a formare il suo carattere nel modo in cui si suppone avrebbe dovuto contribuirvi un duro e virile sport di squadra: Enrico si lasciava influenzare facilmente, aveva una disponibilità all'imitazione di modi e gesti delle persone particolarmente brillanti o trascinanti (...)»
Non sarà che il Bugaro ha subito una coercizione dal Mercato Editoriale a scrivere il suo romanzo in forma potabile per il Popolo Sovrano? Noi ci auguriamo di no, che si tratti di una scelta stilistica dovuta alla medietà delle voci narranti de “Il labirinto delle passioni perdute”.
UN GIUDIZIO FINALE: DA LEGGERE IN AUTOBUS
Per colpa dello stile siamo un po' retrocessi...


