DONNE NELLA SANITA'
In aumento, ma la dirigenza è maschile. Tra gli ostacoli alla carriera la conciliazione tra famiglia e professione
di Massimiliano Colucci
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Sempre più rilevante appare il ruolo della donna nelle professioni sanitarie, anche se con qualche anomalia. Una giornata di studio promossa dall’Azienda ospedaliera di Verona lo scorso marzo, dal titolo “Le donne in sanità. Esperienze e prospettive”, ha infatti evidenziato come il 74 percento del personale sanitario veneto sia di sesso femminile. Nella dirigenza non medica, tuttavia, le donne sono il 56 percento, mentre appena il 30,7 percento figura in quella medica. Ridotta è pure la presenza a livello universitario (Padova e Verona), dove i docenti donna di prima fascia non superano il 9,5 percento.
La situazione nella realtà padovana ricalca il dato regionale. Tra Azienda ospedaliera e Ulss 16, ad esempio, il 70-80 percento del personale (e la quasi totalità degli impiegati part-time) sono donne, ma di queste solo il 40 percento occupa una posizione a livello dirigenziale, con il 34-36 di dirigenza medica (vedi tabelle). Ancor più critica è la situazione tra il personale della facoltà di Medicina e Chirurgia, dove le docenti di prima fascia sono otto in tutto. Si tratta di un dato in netto contrasto col processo di femminilizzazione delle discipline mediche in atto negli ultimi anni, già a livello dei corsi di studio: gli iscritti alla facoltà di Medicina e Chirurgia nell'a.a. 2007/08 (al 31/01/08) sono infatti 5578, di cui 3623 femmine (65 percento).
«Ci sono diversi fattori alla base di tale processo – spiega la dott.ssa Silvana Bortolami, presidente del Comitato pari opportunità interaziendale (Azienda ospedaliera, Ulss 16 e Iov) – Dal dopoguerra in poi le donne hanno avuto maggiori accesso ai corsi di laurea e sensibilizzazione in termini di emancipazione femminile, con una crescita complessiva della società in tema di genere. C’è poi una diversa propensione della donna in termini di dedizione, attenzione agli altri, che la porta a prediligere le cosiddette “helping professions”. Infine gli orari e l’organizzazione: l’impiego di pubblica amministrazione permette di ottemperare meglio le esigenze della vita familiare. Se la donna è poco presente a livello di dirigenza medica si tratta solo di aspettare che il processo si concluda, e continuare ad investire sulla formazione di genere. L’Italia è molto ritardo: in Europa siamo avanti solo a Malta».
«Riguardo all’assenza femminile nei ruoli dirigenziali c’è anche un problema culturale – commenta la dott.ssa Ivana Veronese, Consigliera di parità della Provincia di Padova – Spesso, se c’è da ricoprire un incarico di un certo livello, si sceglie un uomo. Questo perché veniamo da una storia in cui la donna stava a casa a badare alla famiglia, e paghiamo ancora la convinzione che figli e anziani siano a suo carico. La donna così non può aprirsi al mercato del lavoro».
La legge 125 del 1991 già disponeva l’attuazione di azioni positive per la realizzazione delle pari opportunità in ambito lavorativo, ma molti sono ancora gli ostacoli presenti, anche nelle professioni sanitarie. Il più rilevante riguarda la conciliazione tra famiglia e lavoro, resa difficile da orari, scarsi servizi a favore della famiglia, forme di supporto istituzionali inadeguate. Senza contare le retribuzioni che, nel settore privato, presentano importanti differenze rispetto ai colleghi maschi: problema che manca, per via dei contratti standard, nel settore pubblico, dove tuttavia le donne svolgono meno ore di straordinario.
«Come Comitato di pari opportunità ci siamo impegnati, dall’estate scorsa, ad avviare un piano di azioni positive: attività concrete, gestite ciascuna da un gruppo di lavoro – continua la dott.ssa Bortolami – Tra i progetti abbiamo uno sportello “donna in sanità”, per l’informazione e l’orientamento delle lavoratrici in ambito legislativo, oltre che per la rilevazione delle loro esigenze. Poi un progetto di empowerment rivolto al personale con contratto part-time, con l’incentivo di esperienze come il telelavoro. Sono previste anche diverse azioni di sostegno del personale che rientra dalla maternità o dal congedo parentale, e di sostegno all’infanzia mediante convenzioni con asili nido, uno dei quali potrebbe essere progettato all’interno del nuovo ospedale. Infine corsi di formazione su tematiche di genere rivolte agli operatori, quali gestione del tempo di lavoro e delle forme di discriminazione. Non ultimo, un codice di condotta per la prevenzione delle molestie sessuali e morali, assieme al comitato mobbing».
Personale dell’Azienda Ospedaliera di Padova
Per tipologia di contratto
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Donne |
uomini |
tempo pieno |
2678 (66%) |
1369 (34%) |
part-time |
733 (96%) |
34 (4%) |
totale |
3411 (71%) |
1403 (29%) |
Per area d’impiego
Az. ospedaliera |
ULSS 16 |
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donne |
uomini |
donne |
uomini |
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area sanitaria |
2237 (80%) |
550 (20%) |
901 (74%) |
318 (26%) |
totale |
3062 (76%) |
968 (24%) |
1587 (72%) |
615 (28%) |
Di questi, impegnati nella dirigenza:
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Az. ospedaliera |
ULSS 16 |
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donne |
uomini |
donne |
uomini |
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dirigenti medici |
201 (36%) |
357 (64%) |
91 (34%) |
179 (66%) |
totale |
261 (41%) |
382 (59%) |
134 (40%) |
205 (60%) |
(1 biologi, chimici, fisici, psicologi, farmacisti
(2 sociologi, statistici, analisti
(3 avvocati, ingegneri, architetti
Fonte: Comitato pari opportunità interaziendale
Personale Docente della Facoltà Medicina e Chirurgia
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donne |
uomini |
docenti prima fascia (professori ordinari e straordinari) |
8 (7%) |
113 (93%) |
docenti seconda fascia (professori associati) |
49 (30%) |
116 (70%) |
docenti terza fascia (ricercatori e assistenti ordinari) |
98 (44%) |
123 (56%) |
Totale |
155 (21%) |
352 (69%) |
Fonte: Università di Padova, al 31/12/2007
Serve coraggio per arrivare a certi livelli. La cultura attuale tende ancora a mettere le donne in secondo piano.
Maria Rosa Pellizzo, nata nel 1945 a Cividale del Friuli, sposata con due figli, si è laureata nel 1970. E’ una delle poche donne a Padova a ricoprire il ruolo di primario della Patologia speciale chirurgica presso l’Azienda ospedaliera, e di docente ordinario al Corso di laurea di Medicina e Chirurgia. Una curiosità: è la pronipote del vescovo Pellizzo, fondatore de La Difesa.
Professoressa, perché mancano donne tra i docenti ordinari?
«Ci vuole tempo. Coi pochi supporti disponibili per una donna è difficile conciliare lavoro e famiglia. La medicina è già una professione che, con guardie e reperibilità, richiede grande disponibilità. Poi forse la donna preferisce il lavoro in sé che non certe mete: trova più appagante la professione che non il raggiungimento di un ruolo».
Vale anche per gli incarichi dirigenziali?
«Sì. Il maschio è più ambizioso, esibizionista. La donna guarda più alla sostanza e a trarre soddisfazione per sé. E preferisce dedicare il tempo che le resta alla famiglia che, nonostante tutto, resta un suo compito: occuparsi dei figli, magari di genitori anziani. Con un aiuto istituzionale maggiore, sarebbe più facile puntare a certi incarichi».
Non esistono pregiudizi?
«No, non credo. Esistono però delle discriminazioni. Pensiamo alla gravidanza: restare fuori un paio d’anni in una disciplina come la chirurgia, mentre i colleghi maschi vanno avanti, significa molto, si perdono abilità. Per affermarsi e convincere gli altri bisogna essere coraggiose: non farsi intimorire dai problemi, non avere un complesso d’inferiorità, dimostrare di essere preparate, più brave. E’ una questione culturale. Una volta, dopo aver fatto la lista operatoria, un medico è venuto a chiedermi perché l’avevo messo in un ruolo subordinato in sala rispetto ad una coetanea. Lui era meno bravo, però a livello gerarchico la mentalità è che prima viene l’uomo, poi la donna».
La famiglia l’ha aiutata?
«Molto, in particolare mio marito, che mi ha mentalmente formata ad affrontare le sfide e mi ha permesso di fare ciò che volevo. Mi ha sempre dato una spinta a continuare, specie nei momenti difficili. Dico sempre che il mio ruolo di prima fascia è un po’ suo».
E’ difficile dirigere un’equipe di colleghi maschi?
«No. Non mi hanno mai mancato di rispetto. Anzi, a volte c’è complicità, perché la donna ha una prerogativa, quella di saper coinvolgere tutti, di cercare decisioni collegiali».
Cosa aggiunge di più una donna alla professione o alla docenza?
«Una maggior disponibilità ad ascoltare gli studenti. Il saper condividere la didattica, dando spazio a chi in un settore ha più esperienza. Un grande rispetto per pazienti e collaboratori».
Un bilancio della sua attività?
«Ho sempre tenuto ad arrivare alla fine del mio percorso anche come testimonianza, per dare un esempio alle altre colleghe, che a volte, guardando alle rinunce della maggior parte delle donne, ritengono impossibile arrivare fino in fondo nella medicina. Magari così si può incidere a modificare l’attuale mentalità, e quegli atteggiamenti ancora un po’ dispostici di certi uomini».
L'ospedale di Padova riceve tre bollini rosa.
Certificare l’attenzione di un ospedale alla realtà e alle esigenze delle donne, mediante erogazione di servizi specifici per l’utenza femminile e una maggiore presenza della donna tra il personale. E’ l’idea dell’Osservatorio nazionale sulla salute della donna, che nello scorso ottobre ha premiato l’Azienda ospedaliera di Padova nell’ambito del progetto Ospedale donna 2008, assegnandole tre bollini rosa, il massimo riconoscimento, assieme ad altri 19 enti ospedalieri italiani. Tra gli indicatori la presenza di strutture per la diagnosi e terapia di patologie femminili, pubblicazioni scientifiche correlate, donne in posizioni dirigenziali e nei comitati etici, personale infermieristico prevalentemente femminile, caratteristiche multietniche e un profilo architettonico a misura di donna (ad. es. stanze per il “rooming in”, dove il neonato rimane in camera con la mamma).
© “la Difesa del popolo”, 01 gennaio 2008

