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La medicina cura senza frontiere

 

In una società che oggi mescola culture, razze e religioni diverse

 

di Massimiliano Colucci

 

 
 
 
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Un manifesto sul multiculturalismo in medicina e sanità è il documento che traccia nuove linee guida, a livello nazionale, per i professionisti sanitari, e che è stato stilato alla conclusione del convegno “Medicina e sanità a confronto con la multiculturalità”, svoltosi a Padova il 23-24 novembre scorso, e organizzato dalla Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri).

Partendo dalla Dichiarazione universale dell’Unesco sulla diversità culturale, e dalla Dichiarazione di Amsterdam sul progetto europeo di “migrant-friendly hospital” (ospedali in grado di riconoscere la diversità e individuare i bisogni di persone con differenti background) si è cercato di approfondire il rapporto tra la medicina moderna e le domande di salute di una società che, come la nostra, si trova ad ospitare persone con culture diverse tra loro.

Maurizio Benato, presidente dell’Ordine dei medici di Padova e vicepresidente nazionale, spiega perché la Fnomceo ha avvertito la necessità di affrontare il tema della sanità e delle cure ospedaliere verso gli immigrati.

 

«Abbiamo scelto questo tema per il convegno perché la nostra sta diventando una società multiculturale. In Italia attualmente ci sono 3,5 milioni di immigrati regolari, ma non sappiamo quanti siano in totale se comprendiamo anche gli irregolari. Di conseguenza ci avviciniamo, anche se con un certo ritardo, alla realtà nordamericana o di altri paesi. In questa situazione è inevitabile, per un professionista sanitario, il confronto con valori e religioni differenti (basti pensare che i musulmani sono circa 1,2 milioni in Italia) che spesso si relazionano con la medicina in maniera critica. D’altronde la medicina è una costruzione storica e sociale, e risente dell’evoluzione del pensiero. Non è quindi una disciplina con contenuti solo scientifici, ma anche etici ed esistenziali. Date tali premesse, ci troviamo a dover intercettare nuove richieste di salute che a volte mettono in crisi il canone della medicina occidentale».

 

Può farci alcuni esempi delle nuove “sfide” alla medicina da parte della popolazione immigrata?


«Ad esempio, la concezione di malattia e di corporeità, oppure il giudizio sullo stato di salute o sulla morte, sono tutti aspetti che si interfacciano con la medicina e hanno una forte componente culturale.

«All’interno dell’islam ci sono alcune situazioni che richiedono attenzione: per cominciare, la condizione della donna, impostata su una certa sottomissione, per cui le viene negata quella capacità di autonomia che da noi è concessa a chiunque. Molte donne, inoltre, si rifiutano di essere visitate da personale maschile. Sempre tra i musulmani c’è la difficoltà di assumere farmaci durante il Ramadan, oppure capita che i familiari di un defunto di sesso maschile si oppongano a che la salma venga lavata da personale femminile, in quanto è ritenuto un atto lesivo della dignità del congiunto che compromette la salvezza eterna. Gli etiopi hanno l’abitudine a sopportare molto il dolore e a non recarsi dal medico, perché ciò viene considerato mancanza di virilità. I nordafricani tendono a drammatizzare e somatizzare le situazioni di malattia. In alcune etnie, specie africane, l’assenso e i diritti del gruppo, inteso sia come famiglia che come comunità, prevalgono rispetto a quelli del singolo; di conseguenza il gruppo si inserisce nel rapporto medico-paziente. Tale prospettiva collettivistica non è affatto marginale, perché riguarda il 70 per cento di tutte le culture mondiali».

 

Come si intende intervenire, a livello della formazione del medico?

 

«Bisogna ampliare l’orizzonte formativo. All’interno del curriculum di studi vanno inseriti elementi non solo di conoscenza scientifica, ma anche discipline quali psicologia ed etnografia, in modo da avvicinare il futuro medico a pensieri e culture con cui non è mai venuto a contatto. Nel corso di laurea è entrata una materia come “medicina delle immigrazioni”, che avrà come scopo non tanto quello di insegnare nuove patologie, ma l’approccio ai nuovi pazienti, introducendo i loro concetti di malattia e di esistenza. Se si tralasciassero tali aspetti formativi, la nostra medicina potrebbe non ottenere gli stessi risultati che avrebbe nella società monoetnica in cui si è finora evoluta».

 

Dal punto di vista etico, quali sono le conseguenze?

 

«Un concetto importante è emerso dal convegno. Inizialmente si pensava che la tolleranza fosse il principio fondamentale da seguire: accettare gli stranieri, offrire loro tutte le possibilità... Oggi tale atteggiamento è stato superato da una riflessione bioetica moderna, focalizzata dall’Unesco nella sua Dichiarazione. Al suo interno si definisce la diversità culturale come “patrimonio comune dell’umanità” e la sua difesa come un “imperativo etico inscindibile dal rispetto della dignità della persona”. Di conseguenza, non solo non si può operare una discriminazione verso le altre culture, ma queste vanno tutte valorizzate per quello che sono. Significa che in campo sanitario le richieste che provengono da persone legate a culture diverse dalla nostra vanno soddisfatte. Per tale motivo alcuni ospedali europei si stanno attrezzando in merito, a partire dal progetto che ha portato alla Dichiarazione di Amsterdam».

 

Questo tipo di atteggiamento non rischia di decentrare la professionalità del medico, e di limitare la sua autonomia?

 

«In un certo senso sì. Già di per sé l’autonomia del medico è limitata dall’attuale sistema organizzativo sanitario, legato ad esempio alla gestione di risorse limitate. Ora si propone un’ulteriore sfida nel confronto tra l’autonomia del medico e l’autonomia del paziente con le sue aspettative. La soluzione consiste nel rimodellare i contenuti della medicina, ovvero il canone occidentale, alla luce dei cambiamenti sociali. La medicina si evolve all’interno di una società, e se questa si modifica per l’inserimento di nuovi valori e concezioni, o modi di vivere differenti, la medicina deve rispondere adeguandosi, o rischia di non svolgere più la sua funzione. Poiché le patologie non sono mai date come concetti assoluti, in quanto hanno un riflesso sul valore esistenziale, il medico è impegnato a più livelli rispetto al valore di beneficità, che consiste nel cercare il bene del paziente. Non si può fare a meno di confrontarsi col lato esistenziale, né si può imporre a questo il valore della salute in sé. Entrambi gli elementi vanno soddisfatti. Il nuovo approccio dovrebbe allargarsi: dal riconoscere nell’altro i segni di una patologia bisogna arrivare a conoscere l’altro tout court. La relazione medica va orientata verso un trattamento centrato non più sulla malattia, ma sulla complessità globale dell’individuo, che è fatta anche di relazioni, credenze, costumi e rituali religiosi. La responsabilità del medico va rivolta verso la persona».

 

Il Manifesto. Il medico allenato al rispetto.

 

Riportiamo di seguito alcuni stralci del documento nazionale stilato al termine del convegno.

«La FNOMCeO considera il multiculturalismo e la molteplicità etnica proprie della società contemporanea quali uno stimolo e una sfida che i medici debbono affrontare nello spirito etico della tradizione ippocratica e nel rispetto dei valori di uguaglianza e universalità della nostra Costituzione.

 

Diritto alla cura

· Ogni soggetto malato è portatore del diritto alla cura.

· Dovere del medico è il riconoscimento della diversità delle specificità culturali di ciascun paziente adattando ogni singolo intervento sanitario agli specifici bisogni.

· Il medico deve prestare la sua opera agli immigrati indipendentemente dalla loro regolarizzazione giuridica e soprattutto se in condizioni di fragilità, vulnerabilità e bisogno.

 

Medicina e modelli culturali

· Il medico si adopererà per una migliore interpretazione della cultura quale cornice dentro la quale gli uomini sviluppano le loro convinzioni, il loro pensiero esistenziale […] ponendo rilevanza a  concetti quali divergenza, varietà e disaccordo.

· Il medico deve agire nel rispetto della dignità umana, nella sua specificità culturale […] con l’esigenza bioetica di tutelare l’integrità psicofisica dell’individuo.

 

Attenzione di genere e divieto di praticare e/o favorire mutilazioni sessuali femminili

· Per garantire il rispetto dei diritti delle donne e l’uguaglianza tra i sessi il medico deve tutelare l’integrità psicofisica della donna nell’ottica di inviolabilità e di sacralità del suo corpo.

· Il medico si adopererà per contrastare la condizione di subalternità sociale e politica delle donne nella società.

 

Formazione del medico

· Il medico in formazione deve acquisire nozioni di ordine psicologico, antropologico, etnologico e le conoscenze relative alle concezioni di vita e della morte, della salute e della malattia che gli permettono di inquadrare il paziente».

 

Il progetto europeo.

Per una migliore gestione della diversità tra le culture.

 

Ospedali metropolitani e piccoli ospedali locali di 12 paesi europei (tra cui l’Italia) si sono riuniti nel progetto Migrant-friendly hospital, conclusosi nel 2004. Coordinato da un gruppo di lavoro dell’OMS, si è posto l’obiettivo di migliorare la gestione della diversità, riconoscendo e individuando i bisogni specifici di altre culture. Il progetto ha evidenziato problemi comuni per gli immigrati e le minoranze etniche, oltre che per il personale ospedaliero, proponendo delle linee guida per sviluppare strutture adeguate per l’accoglienza. Per approfondimento, www.mfh-eu.net.

 

© “la Difesa del popolo”, 05 gennaio 2008

 

 

Links ai documenti:

Manifesto di Padova:

http://portale.fnomceo.it/PortaleFnomceo/showItem.2puntOT?id=42641

Dichiarazione Unesco sulla diversità culturale:

http://www.unesco.it/_filesDIVERSITAculturale/dichiarazione_diversita.pdf

Dichiarazione di Amsterdam:

http://portale.fnomceo.it/PortaleFnomceo/showItem.2puntOT?id=42630

 

 

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