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REFLUSSO GASTRO-ESOFAGEO (MRGE)

 

Quei succhi acidi che rovinano la vita

 

 

di Massimiliano Colucci

 

     
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Una patologia sempre più diffusa, legata a fattori socio-comportamentali scorretti: la malattia da reflusso gastro-esofageo (Mrge) è diventata oggi il reperto più frequente delle gastro-scopie, soppiantando patologie come l’ulcera gastrica e duodenale.
«Alla base c’è il fenomeno del reflusso, cioè della risalita nell’esofago dei succhi gastrici acidi, a volte anche di bile che è arrivata dal duodeno – spiega Fabio Farinati, della unità operativa di Gatroenterologia, diretta da Giacomo Sturniolo, presso l’Azienda Ospedaliera di Padova – Si formano quindi delle lesioni, la più nota delle quali è l’esofagite. Se invece la lesione è assente si parla invece di malattia da reflusso non erosiva. L’esofagite è responsabile dei sintomi tipici».


Quali sono le cause principali della Mrge?
«Ci sono due tipi di disfunzioni anatomiche. La prima è il cedimento di una valvola che è posta tra esofago e stomaco, chiamata sfintere esofageo inferiore, che impedisce solitamente la risalita di materiale acido. La seconda è chiamata ernia iatale, cioè le spostamento verso l’alto della zona di congiunzione tra esofago e stomaco, con risalita nel torace di una parte di stomaco stesso. Anche in questo caso la valvola perde la sua funzione. A volte, con la presenza di queste alterazioni, la malattia è solo sub-clinica, cioè è presente il reflusso ma senza che si manifestino i sintomi».


Ci sono dei comportamenti che aggravano questa situazione…
«Questi fattori possono sia portare direttamente all’alterazione anatomica, sia favorire la malattia in sua presenza. Tra questi caratteristica è la dieta più ricca che facciamo, derivata dal miglioramento delle condizioni socio-economiche; inoltre il sovrappeso e l’obesità, che è diventata una vera piaga nel mondo occidentale. Vanno aggiunti lo stress e l’abitudine al fumo e all’alcool».


Che diffusione ha la Mrge?
«Enorme: si pensa anche sia una delle principali cause di assenza del lavoro, quindi ha anche un impatto economico forte. È più frequente in età medio-avanzata, ma assistiamo ormai alla sua comparsa in età giovanile, già dai vent’anni. È più frequente nel maschio, almeno due volte superiore. In Italia non predilige una particolare distribuzione regionale o nelle classi sociali. Si può dire che ha soppiantato le altre patologie del tratto digerente, dagli anni ’90 è diventato un fatto epidemico».


Quali sintomi ha?
«Distinguiamo due tipi di sintomi. I sintomi tipici, dovuti all’esofagite, sono il bruciore retro-sternale, che a volte può diventare dolore; gonfiore addominale; senso di sazietà precoce. I sintomi atipici sono il dolore, che spesso porta il paziente al pronto soccorso col sospetto di una patologia al cuore; tachiaritmia, cioè alterazioni del ritmo cardiaco per un meccanismo riflesso innescato dal reflusso. Infine manifestazioni che coinvolgono altri apparati, come tosse stizzosa, laringite, raucedine, carie dentaria, attacchi di asma notturno, spasmi alla laringe. A volte sono proprio i colleghi di otorinolaringoiatria che si accorgono di un reflusso e ci inviano i pazienti. Quanti manifestano i sintomi atipici, di solito, rispondono meno alla terapia».


La diagnosi come viene effettuata?
«In genere bastano i sintomi tipici in un soggetto che ha una storia familiare di reflusso o la presenza dei fattori predisponenti, ad esempio un fumatore obeso. La conferma si ottiene eseguendo una gastroscopia, che ci permette di vedere direttamente l’esofagite o l’ernia iatale. Questo esame si fa soprattutto in presenza di sintomi di allarme, come il calo di peso, dolore molto forte, che fanno pensare ad una malattia più importante. Se il soggetto è giovane e con sintomi lievi, la risposta alla terapia farmacologica può già essere considerato un test di conferma della diagnosi. Esistono poi esami di secondo livello, come la pH-manometria e l’impendenzometria, che si eseguono solo in casi selezionati, ad esempio quando si prospetta un intervento chirurgico, per capire meglio il tipo e l’entità del reflusso».


Esistono dei rimedi non farmacologici per il reflusso?
«Sì, e sono importanti. Si tratta di evitare quegli alimenti o abitudini che possono aggravare i sintomi. Innanzitutto, bisogna perdere peso e fare attività fisica, per migliorare il tono muscolare, compreso quello della valvola esofagea. Vanno sospesi il fumo, l’alcool, le bibite gassate. Fare attenzione a sostanze che agiscono sulla valvola, peggiorandone le prestazioni, come caffè, the, menta, cioccolata. I cibi acidi, come agrumi e pomodori, vanno presi con moderazione: non causano il reflusso, ma possono peggiorare i sintomi. Vanno evitati i pasti abbondanti e troppo ricchi. Un altro rimedio può essere quello di posizionare un cuscino sotto il materasso, in modo da dormire col torace un po’ sollevato. Ovviamente, la risposta è di tipo individuale: c’è chi trae beneficio dalla sospensione del caffè, chi no. In genere questi rimedi non bastano a controllare da soli la malattia, ma possono aiutare la terapia farmacologica, o a evitare le recidive».


Quando va usata la terapia farmacologica?
«In pratica sempre. I farmaci si somministrano per un certo periodo, in genere uno o due mesi, necessario a far scomparire le lesioni da reflusso e gli stati infiammatori correlati, come la laringite, che si sono instaurati tempo prima. Si usano gli Inibitori di pompa protonica (Ppi), una categoria di farmaci che diminuisce la secrezione acida dello stomaco. Si associano gel o schiume tipo antiacidi, che vengono assunti dopo i pasti e prima di andare a dormire. Alcuni soggetti recuperano in fretta, quelli con sintomi atipici rispondono meno. In genere, sospendendo i farmaci, dopo un po’ di tempo i sintomi ricompaiono. Allora o si continua cronicamente col farmaco a basse dosi, oppure si instaurano cicli di terapia alcune volte l’anno. Le norme dietetiche aiutano a mantenere lo stato di assenza di malattia».


Invece, quando è indicato l’intervento chirurgico?
«Solo in casi particolari. L’intervento, che si esegue in laparoscopia, cioè chirurgia mini-invasiva, consiste nell’eseguire una plastica anti-reflusso alla valvola esofagea. In altre parole, la “stringiamo” perché recuperi la sua funzione di barriera. Questo può dare delle complicazioni, comunque molto rare: a volte la valvola diventa troppo efficiente, e crea un ostacolo al passaggio del cibo. Inoltre non è un rimedio definitivo, non dura per sempre. Per questi motivi si adotta solo in quei casi che non rispondono ad una terapia farmacologica appropriata ».


Ci sono complicazioni che richiedono controlli nel tempo?
«La Mrge dà come complicazioni le ulcere o l’esofago di Barrett, una lesione che compare nei reflussi di lunga data, e che in una piccola percentuale di casi può dare trasformazione tumorale. In presenza di queste complicazioni si consiglia la gastroscopia di controllo ogni due anni. Controlli vanno effettuati anche in quei casi in cui compaiono sintomi d’allarme, altrimenti non sono necessari».

 

© "la Difesa del popolo", 5 settembre 2010

 

 

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