L'indirizzo - Commento di Lovecraft
Providence, 13/05/1926
Gentilissimo amico,
leggo e rileggo con infinito piacere il Suo manoscritto, congratulandomi con Lei per essere riuscito ad ottenerne quasi subito la pubblicazione su "Weird Tales"; L'assicuro che non è cosa ricorrente, come può testimoniare la mia attività decennale di paziente correzione e riscrittura di centinaia di manoscritti. Pur già notando in Lei una padronanza riguardevole nello stile, malgrado le comprensibili ingenuità dovute alla Sua giovinezza e al Suo stato, mi permetto di consigliarLe di aggiornarsi su quali temi ricorrenti abbiano ormai preso il sopravvento nella moderna narrativa del terrore.
Certo, caro Pisasale, piacerebbe a tutti noi limitarci a tratteggiare intense e solide atmosfere, come fu del Maestro Edgar Allan Poe, condensando in esse tutto l'orrore riposto nell'animo umano; ma purtroppo la nostra epoca odierna ci porta nuovi e sconvolgenti mutamenti, a noi umili nani sulle spalle di quel gigante: nuovi sono gli orrori inesplorati, nuovi gli elementi che dobbiamo ben dosare. Accetti dunque con fiducia i miei consigli.
Innanzitutto mi devo complimentare con Lei, per aver scelto un tema anche a me molto caro, come dimostra una traccia tra le molte in attesa di sviluppo nel mio Commonplace Book1, o quaderno d'appunti:
"Un uomo tenta di raggiungere la sua dimora, ma per un arcano maleficio gli è stato modificato l'indirizzo"
Sì, si tratta sicuramente della nota teoria dei varchi temporali, di cui tanto ho discettato all'ultimo ritrovo tra scrittori del terrore stipendiati del Rhode Island. Ma andiamo con ordine…
L’indirizzo -The address
Qualcuno mi precedeva. (Qualcuno? Ne siamo proprio sicuri? O forse è meglio dire "Qualcosa"? Senta come fa venire più strizza ai lettori.)
Me ne ero accorto già da un po’: la sua figura compariva spesso sotto la luce di un lampione o di un’insegna, e allora vedevo che lui era sempre lì, alcuni metri davanti a me, che per chissà quale caso percorreva la mia stessa strada. (Mi scuso per la pedanteria, ma pongo le solite domande di rito: questa figura aveva qualcosa di non umano? Mostrava branchie, od ostentava un passo strascicato, strani tentacoli mal contenuti da un abito tagliato per nascondere forme aliene? Lasciava strane impronte di una specie sconosciuta alla moderna zoologia? Dava segni di essere un individuo regredito allo stato quadrupede? Emanava un puzzo disgustoso? Una luminescente putrescenza?)
Era una notte bellissima: il blu profondo del cielo era appena screziato dalla luce di innumerevoli stelle, mentre la luna circondava ogni cosa di un alone luminoso che vi infondeva grazia e fascino. Questa atmosfera magica era rovinata da un solo elemento: la persona che mi precedeva. (Al momento noto una contraddizione nei tratti del nostro Personaggio Principale: sulla base di questa lirica descrizione dell'incanto notturno egli si direbbe un poeta, un artista superstite alla ricerca di bellezza e vetustà nell'orrore urbano, ma le considerazioni misantrope, pur condivisibilissime, che seguono, ne farebbero piuttosto un abietto e pasciuto borghese seguace del Vostro tipico congregazionismo settario noto come "leghismo della Marca Trevigiana", che si presta a molti interessanti paragoni con il puritanesimo delle nostre contrade, sovente culla di ignoti abomini.)
Camminava con passo regolare, né lento né veloce, come quando si cerca di passare inosservati ma la tensione induce a camminare meccanicamente, concentrandosi su ogni movimento delle gambe. A volte aveva un guizzo, (ah, ecco, la natura acquatica dell'essere-pesce!) camminava più velocemente, poi si fermava, come in attesa. Anch’io, allora, mi fermavo, senza preoccuparmi di nascondermi: rimanevo semplicemente lì, aspettando che lui riprendesse a camminare.
Non so dire perché mi comportassi così, forse erano state le due Dragoon di mezz’ora prima (su certe persone la Dragoon ha un effetto devastante), ma più di tutto mi spingeva una curiosità irrazionale mista ad un certo timore. (Ho letto bene il nome di Dagon? Capisco che non abbia immediata attinenza, ma Lei non può farmi questo! Ora che ha evocato Dagon, permalosissimo, lo dobbiamo utilizzare; oltretutto è proprio il dio più adatto ad evocare strani culti legati alle profondità marine. Distate molto dalla laguna di Venezia? Molte volte, al mattino, spalancando le mie finestre del mio misero appartamento di New York, la vidi dinanzi a me come in un sogno… Ma non divaghiamo…)
Dopo una serata passata con gli amici, questa era proprio una conclusione strana: fino a pochi istanti prima ero stato allegro e in compagnia, adesso ero solo con uno sconosciuto che percorreva la mia stessa strada e una sensazione di paura cominciava a insinuarsi nel mio animo. (Ecco, ora tutto appare chiarissimo: la debosciata confraternita di leghisti s'è abbandonata nella notte a sfrenati culti di divinità oscure, preesistenti alla civiltà Paleoveneta, aprendo nientemeno che le maledette pagine del nefando Necronomicon, per cui ora questo imbecille vede vacillare il suo razionalismo scientifico vedendosi inseguito dalla Cosa che lui stesso ha evocato in un empito etilico.) Quel timore cieco che si prova in certi momenti, quando non si trova una ragione per cui si dovrebbe aver paura, ma lei è sempre lì, e più ci si chiede il perché, più lei cresce e prende il sopravvento sulla razionalità. (Ottima l'analisi autoptica dei sentimenti, come insegna il Maestro Edgar Allan P.; insista pure con più termini filosofici.)
In effetti il mio terrore aveva una causa, ed era lì davanti a me: nella mia mente si accavallavano le ipotesi sulla natura dell’ombra scura che mi precedeva. Poteva essere un poveraccio qualsiasi che tornava a casa dalla sua famiglia, dopo una lunga giornata di lavoro, ma non riuscivo a convincermi: quale persona finisce di lavorare il Sabato a mezzanotte, e poi ritorna a casa a piedi? Forse era una guardia notturna, ma giuro di non aver mai visto un poliziotto che fa la ronda, di notte, da solo. Poteva anche essere uno come me, che faceva quattro passi per rinfrescarsi e svegliarsi un po’ prima di crollare rovinosamente sul letto e abbandonarsi alle dolci profondità del sonno; ma allora perché stava facendo la mia stessa strada?
Ma no, ogni mio pensiero veniva scartato di fronte all’idea che sempre più prepotentemente si imponeva nella mia mente: è un delinquente, un malintenzionato, un assassino! (Sottolinei che l'essere agitava minacciosamente strani tentacoli in direzione del nostro, promettendo chiaramente di aspirare la sua linfa vitale. Oppure, meglio ancora, estrarrà dalla palandrana un cilindro per inscatolarne il cervello2.)
Come a confermare i miei pensieri, d’un tratto la sua andatura divenne nervosa, incerta: sembrava che camminasse sui carboni ardenti, o che cercasse disperatamente di raggiungere qualche traguardo immaginario. (In realtà compiva misteriose danze rituali, che il protagonista bevuto ha sentito nominare solo nelle leggende della Cultura Villanoviana.) Sempre più frequentemente si soffermava e riprendeva a camminare più veloce, accennava a voltarsi, scartava un po’ di lato, procedeva a zig-zag. (Ottimo! Mirabile! Vedo il bagliore sinistro dei sistri!)
La sua irrequietezza alimentava sempre di più i miei timori. Cosa stava facendo? Perché si comportava così? Stava forse per aggredirmi? Si sarebbe voltato e mi avrebbe sparato? Cosa stava pensando?
E poi perché stava andando nella mia stessa direzione? Come faceva a svoltare con così tanta sicurezza nel dedalo di viuzze che io percorrevo abitualmente per tornare a casa?
Per un attimo il mio sguardo deviò dalla sua scura schiena e si soffermò sul cartello che si ergeva solennemente ad indicare il nome della via in cui eravamo appena entrati: "via N. Paganini". (E ora inserisca pure un inserto sulle origini misteriose della casa: è stata costruita su un cimitero? Ha ospitato svariate persone morte in circostanze misteriose? In una cosa creda a me: scriva che il quartiere sorge sopra una palude, e andremo sul sicuro.)
Eravamo già arrivati nel mio quartiere, nella via dove abitavo! Nuove inquietanti certezze si avvicendavano nella mia testa, ormai non avevo più dubbi: l’ombra mi aveva preceduto fino a lì per un suo oscuro ma inequivocabile motivo. Il suo percorso stava per avere fine: lo vidi mentre correva a perdifiato verso una precisa casa. La luna illuminava fiocamente il numero accanto alla porta: 13.
Mi fermai, inchiodato dal terrore: la meta dello sconosciuto era proprio casa mia!
Aveva già raggiunto il portone e, d’un tratto, mi ritrovai a fissare il mio sguardo nei suoi occhi: l’ombra aveva finalmente acquisito una sua densità corporea e mi stava guardando, dopo essersi girato per la prima volta.
Rimanemmo per un istante così, immobili e separati da pochi metri. Alla fine mi decisi e avanzai risoluto per avere una risposta alle mille domande che mi ero posto, e svelare finalmente il mistero.
Un lampo mi accecò, mentre un’esplosione mi privava dell’udito, poi più nulla. (Ecco: la manifestazione di Dagon! Suoni orripilanti, meteorismi sulfurei! Blasfeme oscenità piovute dall'inferno, finché una folgore dal cielo non annichilisce la casa degli orrori donando al protagonista il pietoso oblio di un provvidenziale svenimento. E quando si risveglia - qui vedo il colpo di genio, gentile amico- ecco l'orrore supremo…)
I lampeggianti blu illuminavano la tragica scena: un corpo disteso per terra in una pozza di sangue, un uomo in divisa che ne interrogava un altro in cappotto scuro, la luna che emanava i suoi tristi bagliori. (…É talmente privato di tutto che è privato pure della narrazione in prima persona! Complimenti!)
«Vi giuro che aveva brutte intenzioni, doveva per forza essere un delinquente, un malintenzionato – stava dicendo l’uomo col cappotto – guardate, mi aveva addirittura seguito fin sotto la porta di casa! È stata una fortuna che io sia riuscito a colpirlo prima che lui colpisse me.»
«Non sia precipitoso – rispose l’agente, accendendosi una sigaretta – per il momento non siamo riusciti ancora a identificarlo, ma niente dice che sia un assassino: non aveva neanche un’arma addosso, al contrario di lei.»
«Questa pistola la tengo solo per difesa personale – ribadì l’uomo – e, come vede, mi ha salvato la vita. Stava già per aggredirmi, quello sconosciuto. Pensi, mi è stato dietro come un’ombra per tutta la strada verso casa.»
«A proposito, mi dia i suoi dati, cominciando dall’indirizzo.»
«Ecco qui: via Paganini 18.»
«Come scusi? Ha detto 18?»
«Sì, certo: 18.»
«Ma guardi che questa casa è il numero 13.»
«13? Ma allora ho sbagliato indirizzo!»
A questo punto devo dire che non si può non notare il chiaro intento moralistico del Suo messaggio finale pacificatore e volto al dialogo tra i singoli ed i popoli: questo come al solito infastidisce enormemente Dagon, che chiama a rinforzo gli amici Cthulhu e Nyarlathotep e risalendo la palude devastano completamente tutto il quartiere; chiudo sulle loro consuete affermazioni scusandomi in anticipo per il comportamento dei nostri mostri:
Mictlanteucli, toniatiuh-metzt, Ya-R'lyeh, Cthulhu fhtaghn! Niggurath-Yigh, Yogh Sothot, huitzilopochtil!Ya, ya… …ecc…
Ecco tutto! Mi piacerebbe molto invitarLa alla prossima riunione di scrittori del terrore salariati del Rhode Island, Lei si può considerare già uno dei nostri! Mediti però sul nuovo corso della narrativa.
La saluto cordialmente come un vecchio amico
H. p. Lovecraft
P. S. : Se viene alla riunione, si ricordi di portare qualcosa da mangiare.
1 Commonplace Book, Libro dei luoghi comuni (letteralmente): si tratta di un semplice quaderno di appunti che H.P. Lovecraft portava sempre con sé, annotando idee per racconti. Crediamo sia abbastanza difficile da trovare, in quanto l’unica versione che abbiamo vista pubblicata è, a quanto ne sappiamo, quella della Newton & Compton, all’interno della raccolta dei racconti di H.P. Lovecraft.
2 The Whisperer in Darkness, Colui che sussurrava nelle tenebre, HPL.
| <<< Precedente | Successivo >>> | |






