L'INDIRIZZO - THE ADDRESS
by Marco Pisasale
Qualcuno mi precedeva. Me ne ero accorto già da un po’: la sua figura compariva spesso sotto la luce di un lampione o di un’insegna, e allora vedevo che lui era sempre lì, alcuni metri davanti a me, che per chissà quale caso percorreva la mia stessa strada.
Era una notte bellissima: il blu profondo del cielo era appena screziato dalla luce di innumerevoli stelle, mentre la luna circondava ogni cosa di un alone luminoso che vi infondeva grazia e fascino. Questa atmosfera magica era rovinata da un solo elemento: la persona che mi precedeva.
Camminava con passo regolare, né lento né veloce, come quando si cerca di passare inosservati ma la tensione induce a camminare meccanicamente, concentrandosi su ogni movimento delle gambe. A volte aveva un guizzo, camminava più velocemente, poi si fermava, come in attesa. Anch’io, allora, mi fermavo, senza preoccuparmi di nascondermi: rimanevo semplicemente lì, aspettando che lui riprendesse a camminare.
Non so dire perché mi comportassi così, forse erano state le due Dragoon di mezz’ora prima, ma più di tutto mi spingeva una curiosità irrazionale mista ad un certo timore.
Dopo una serata passata con gli amici, questa era proprio una conclusione strana: fino a pochi istanti prima ero stato allegro e in compagnia, adesso ero solo con uno sconosciuto che percorreva la mia stessa strada e una sensazione di paura cominciava a insinuarsi nel mio animo. Quel timore cieco che si prova in certi momenti, quando non si trova una ragione per cui si dovrebbe aver paura, ma lei è sempre lì, e più ci si chiede il perché, più lei cresce e prende il sopravvento sulla razionalità.
In effetti il mio terrore aveva una causa, ed era lì davanti a me: nella mia mente si accavallavano le ipotesi sulla natura dell’ombra scura che mi precedeva. Poteva essere un poveraccio qualsiasi che tornava a casa dalla sua famiglia, dopo una lunga giornata di lavoro, ma non riuscivo a convincermi: quale persona finisce di lavorare il Sabato a mezzanotte, e poi ritorna a casa a piedi? Forse era una guardia notturna, ma giuro di non aver mai visto un poliziotto che fa la ronda, di notte, da solo. Poteva anche essere uno come me, che faceva quattro passi per rinfrescarsi e svegliarsi un po’ prima di crollare rovinosamente sul letto e abbandonarsi alle dolci profondità del sonno; ma allora perché stava facendo la mia stessa strada?
Ma no, ogni mio pensiero veniva scartato di fronte all’idea che sempre più prepotentemente si imponeva nella mia mente: è un delinquente, un malintenzionato, un assassino!
Come a confermare i miei pensieri, d’un tratto la sua andatura divenne nervosa, incerta: sembrava che camminasse sui carboni ardenti, o che cercasse disperatamente di raggiungere qualche traguardo immaginario. Sempre più frequentemente si soffermava e riprendeva a camminare più veloce, accennava a voltarsi, scartava un po’ di lato, procedeva a zig-zag.
La sua irrequietezza alimentava sempre di più i miei timori. Cosa stava facendo? Perché si comportava così? Stava forse per aggredirmi? Si sarebbe voltato e mi avrebbe sparato? Cosa stava pensando?
E poi perché stava andando nella mia stessa direzione? Come faceva a svoltare con così tanta sicurezza nel dedalo di viuzze che io percorrevo abitualmente per tornare a casa?
Per un attimo il mio sguardo deviò dalla sua scura schiena e si soffermò sul cartello che si ergeva solennemente ad indicare il nome della via in cui eravamo appena entrati: "via N. Paganini".
Eravamo già arrivati nel mio quartiere, nella via dove abitavo! Nuove inquietanti certezze si avvicendavano nella mia testa, ormai non avevo più dubbi: l’ombra mi aveva preceduto fino a lì per un suo oscuro ma inequivocabile motivo. Il suo percorso stava per avere fine: lo vidi mentre correva a perdifiato verso una precisa casa. La luna illuminava fiocamente il numero accanto alla porta: 13.
Mi fermai, inchiodato dal terrore: la meta dello sconosciuto era proprio casa mia!
Aveva già raggiunto il portone e, d’un tratto, mi ritrovai a fissare il mio sguardo nei suoi occhi: l’ombra aveva finalmente acquisito una sua densità corporea e mi stava guardando, dopo essersi girato per la prima volta.
Rimanemmo per un istante così, immobili e separati da pochi metri. Alla fine mi decisi e avanzai risoluto per avere una risposta alle mille domande che mi ero posto, e svelare finalmente il mistero.
Un lampo mi accecò, mentre un’esplosione mi privava dell’udito, poi più nulla.
I lampeggianti blu illuminavano la tragica scena: un corpo disteso per terra in una pozza di sangue, un uomo in divisa che ne interrogava un altro in cappotto scuro, la luna che emanava i suoi tristi bagliori.
«Vi giuro che aveva brutte intenzioni, doveva per forza essere un delinquente, un malintenzionato – stava dicendo l’uomo col cappotto – guardate, mi aveva addirittura seguito fin sotto la porta di casa! È stata una fortuna che io sia riuscito a colpirlo prima che lui colpisse me.»
«Non sia precipitoso – rispose l’agente, accendendosi una sigaretta – per il momento non siamo riusciti ancora a identificarlo, ma niente dice che sia un assassino: non aveva neanche un’arma addosso, al contrario di lei.»
«Questa pistola la tengo solo per difesa personale – ribadì l’uomo – e, come vede, mi ha salvato la vita. Stava già per aggredirmi, quello sconosciuto. Pensi, mi è stato dietro come un’ombra per tutta la strada verso casa.»
«A proposito, mi dia i suoi dati, cominciando dall’indirizzo.»
«Ecco qui: via Paganini 18.»
«Come scusi? Ha detto 18?»
«Sì, certo: 18.»
«Ma guardi che questa casa è il numero 13.»
«13? Ma allora ho sbagliato indirizzo!»






