L'indirizzo - Commento di Poe
Boston, 5/26/1841
Miei Cari Corrispondenti,
innanzitutto Vi ricordo come nei grandi Stati Uniti D’America la data sia scritta di tal fatta (ovvero col mese a precedere il giorno; immagino che Howard Phillips fosse troppo impegnato a sognare mostri spaziali o esseri putrescenti per ricordarsene…).
Voglio ringraziarVi per la quantità di MS recapitatimi e debbo dirvi che nonostante l’indefessa attività qui al Graham’s Magazine, spero di poter far pubblicare qualcuno di questi, non prima però di aver doverosamente suggerito le modifiche del caso. Starà poi a Voi decidere se seguire i miei preziosi consigli o se restare altrimenti nell’ombra di un’inutile vita spesa alle spalle di un barista che ancora Vi fa credito.
Mi pregio del fatto di essere chiamato Maestro dal mio caro amico H.P.L. ma mi permetto di dissentire ampiamente dalla Sua considerazione della narrativa: mio caro Pisasale, fa bene a seguire la strada dell’esplorazione "dell’orrore riposto nell’animo umano" (come dice Howard): che vanto infatti nel parlare di esseri o essenze imprecisate, di cui nessuno potrà mai avere esperienza? Solo nel nostro profondo ciascuno potrà trovare l’essenza pura del terrore.
Posso suggerire un campo in cui io stesso non mi sono ancora applicato appieno (e di ciò me ne rammarico da anni), espressione ultima della narrativa del terrore: mi riferisco ovviamente alla cosiddetta narrativa "teste mozzate", felicemente intrapresa da alcuni autori nella bassa padana.
Ecco, detto questo passo ora al commento al Suo lavoro.
L’indirizzo -The address
Qualcuno mi precedeva. (Ottimo incipit! Conciso quanto serve per instillare quel vago senso di inadeguatezza nell’animo del lettore: immaginarsi non seguito, bensì preceduto, una novità assoluta, che solo l’influsso dell’assenzio poteva inventare! Complimenti! Dove trova quel nettare? Sa che io faccio molta fatica nelle migliori osterie dei sobborghi bostoniani?)
Me ne ero accorto già da un po’: la sua figura compariva spesso sotto la luce di un lampione o di un’insegna, e allora vedevo che lui era sempre lì, alcuni metri davanti a me, che per chissà quale caso (Caso?Non potrebbe invece essere un inconscio, o ancor meglio conscio, desiderio perverso di ritrovare in quella figura l’estrinsecazione dei più profondi motivi che spingono l’animo del protagonista? Percorra questa strada, caro Pisasale, non se ne pentirà) percorreva la mia stessa strada.
Era una notte bellissima: il blu profondo del cielo era appena screziato dalla luce di innumerevoli stelle, mentre la luna circondava ogni cosa di un alone luminoso che vi infondeva grazia e fascino. Questa atmosfera magica era rovinata da un solo elemento: la persona che mi precedeva. (Ottimo l’uso di "screziato", questo termine aulico, così come l’intero periodo, poetico a sufficienza per far entrare il lettore in un mondo onirico ed introspettivo, adatto alla recherche interiore che il racconto deve seguire; ritengo però che la persona che precede non rovini affatto l’atmosfera, deve essere invece il referente primo del protagonista nella ricerca di senso profondo alla sua passeggiata notturna, se ne ricordi…)
Camminava con passo regolare, né lento né veloce, come quando si cerca di passare inosservati ma la tensione induce a camminare meccanicamente, concentrandosi su ogni movimento delle gambe. A volte aveva un guizzo, camminava più velocemente, poi si fermava, come in attesa. Anch’io, allora, mi fermavo, senza preoccuparmi di nascondermi: rimanevo semplicemente lì, aspettando che lui riprendesse a camminare. (Indugi più a lungo su questa camminata! Interessante il fatto che fosse né lenta né veloce, vedo che ha cominciato ad intraprendere la strada da me indicata: questa camminata imprecisata, non del tutto compresa dal protagonista, come un’espressione inconsapevole del suo animo inconscio, dei suoi desideri; noti come il protagonista si fermi ogni volta che la figura che lo precede fa lo stesso, un evidente segno della proiezione extracorporea del suo ego…)
Non so dire perché mi comportassi così, forse erano state le due Dragoon di mezz’ora prima (su certe persone la Dragoon ha un effetto devastante), ma più di tutto mi spingeva una curiosità irrazionale mista ad un certo timore. (Perfetto! "Non sa perché"! Ed ha una "curiosità irrazionale"! mista ad un "certo" timore. Questa è la strada giusta! Ora continui ad esplorare i meandri della mente del protagonista, fino a giungere all’orrore puro. Mi permetto di suggerire alcuni sviluppi conseguenti: 1) si scopre, con ribrezzo, che in realtà il protagonista è un pazzo fuggito di manicomio, che, grazie agli effetti dell’alcool, era momentaneamente tornato ad un quoziente intellettivo normale e, proseguendo nel racconto, recede ad uno stato mentale cavernicolo, producendo suoni mostruosi e compiendo azioni brutali; 2) nel liquido ingerito dal protagonista, dal nome inquietante, era finita una sostanza allucinogena, che stimola i gangli più profondi del suo cervello, quelli collegati al comportamento istintivo. Il protagonista comincia quindi a compiere gesti criminali nei confronti non di persone, ma dei lampioni trovati per strada, scambiati per giganti, a loro volta scambiati per mulini a vento…)
Dopo una serata passata con gli amici, questa era proprio una conclusione strana: fino a pochi istanti prima ero stato allegro e in compagnia, adesso ero solo con uno sconosciuto che percorreva la mia stessa strada e una sensazione di paura cominciava a insinuarsi nel mio animo. Quel timore cieco che si prova in certi momenti, quando non si trova una ragione per cui si dovrebbe aver paura, ma lei è sempre lì, e più ci si chiede il perché, più lei cresce e prende il sopravvento sulla razionalità. (Le consiglio un indirizzo di pensiero diverso: la razionalità non va sopraffatta dalla paura e dall’irrazionalità, ma deve invece guidarla verso vette di assoluta follia! E’ la stessa mente del protagonista che, pur se allucinata e sconvolta, deve condurre l’istinto a fare il suo corso e a compiere gli atti qui sopra detti o anche altri più mostruosi da Lei immaginati, caro Pisasale)
In effetti il mio terrore aveva una causa, ed era lì davanti a me: nella mia mente si accavallavano le ipotesi sulla natura dell’ombra scura che mi precedeva. Poteva essere un poveraccio qualsiasi che tornava a casa dalla sua famiglia, dopo una lunga giornata di lavoro, ma non riuscivo a convincermi: quale persona finisce di lavorare il Sabato a mezzanotte, e poi ritorna a casa a piedi? Forse era una guardia notturna, ma giuro di non aver mai visto un poliziotto che fa la ronda, di notte, da solo. Poteva anche essere uno come me, che faceva quattro passi per rinfrescarsi e svegliarsi un po’ prima di crollare rovinosamente sul letto e abbandonarsi alle dolci profondità del sonno; ma allora perché stava facendo la mia stessa strada? (Non poteva invece essere un medico pazzoide, che, in seguito ad un esperimento mal riuscito, era diventato un brutto scimmione peloso, sulla scia del Dottore creato dal grande Stevenson, e che vagava confuso per le vie scure dopo aver compiuto atti nefandi?)
Ma no, ogni mio pensiero veniva scartato di fronte all’idea che sempre più prepotentemente si imponeva nella mia mente: è un delinquente, un malintenzionato, un assassino!
Come a confermare i miei pensieri, d’un tratto la sua andatura divenne nervosa, incerta: sembrava che camminasse sui carboni ardenti, o che cercasse disperatamente di raggiungere qualche traguardo immaginario. Sempre più frequentemente si soffermava e riprendeva a camminare più veloce, accennava a voltarsi, scartava un po’ di lato, procedeva a zig-zag. (Ecco! Questo avvalla la mia ipotesi del dottore pazzoide: anzi, ora che rifletto meglio, non poteva essere addirittura un vero e proprio scimmione antropomorfo? D’altronde, come io ho ben dimostrato in un famoso racconto1, le scimmie sono in grado di compiere azioni umanoidi ben al di là delle nostre credenze…)
La sua irrequietezza alimentava sempre di più i miei timori. Cosa stava facendo? Perché si comportava così? Stava forse per aggredirmi? Si sarebbe voltato e mi avrebbe sparato? Cosa stava pensando? (Ora la scimmia si ribellava alla sua condizione semi-umana e cercava una posizione nell’ambiente sociale a lei in parte estraneo, il quale la rifiutava in quanto essere deviante, seppure senza averne colpa. Non dimentichi mai di inserire spiegazioni di natura sociologica, aiutano questi poveri lettori di stampo razionalista e materialista a comprendere qualcosa a loro altrimenti incomprensibile, come è l’animo dell’uomo, o delle scimmie in questo caso)
E poi perché stava andando nella mia stessa direzione? Come faceva a svoltare con così tanta sicurezza nel dedalo di viuzze che io percorrevo abitualmente per tornare a casa?
Per un attimo il mio sguardo deviò dalla sua scura schiena e si soffermò sul cartello che si ergeva solennemente ad indicare il nome della via in cui eravamo appena entrati: "via N. Paganini". (Ora mi permetto un commento di natura geografica: sebbene sia consapevole del Suo legame con la terra natia, cosa che Le fa onore, caro Pisasale, non Le sembra un poco sciatto ambientare un siffatto racconto in "via N. Paganini"? E poi si capisce benissimo, anche ad un occhio inesperto, che tutta la storia si svolge nella Marca, ambientazione, a mio vedere, profondamente deludente, molto meglio un luogo come il Polesine, che con le sue paludi, lagune, spiagge mostruose, nebbie infernali e insetti deformi, rende meglio il senso di terrore abissale che si vuole instillare nel lettore. Ci pensi la prossima volta)
Eravamo già arrivati nel mio quartiere, nella via dove abitavo! Nuove inquietanti certezze si avvicendavano nella mia testa, ormai non avevo più dubbi: l’ombra mi aveva preceduto fino a lì per un suo oscuro ma inequivocabile motivo. (E qui dovrebbe fare come uno spadaccino, affondare il colpo finale di terrore: dire che il losco figuro che precedeva il protagonista conosceva perfettamente l’indirizzo dello stesso perché… era lo stesso protagonista! Si ricordi del compianto William Wilson) Il suo percorso stava per avere fine: lo vidi mentre correva a perdifiato verso una precisa casa. La luna illuminava fiocamente il numero accanto alla porta: 13. (Numero troppo scontato, perché non un bel 35 e mezzo?)
Mi fermai, inchiodato dal terrore: la meta dello sconosciuto era proprio casa mia!
Aveva già raggiunto il portone e, d’un tratto, mi ritrovai a fissare il mio sguardo nei suoi occhi: l’ombra aveva finalmente acquisito una sua densità corporea e mi stava guardando, dopo essersi girato per la prima volta. (E qui il protagonista si vede come in uno specchio, ma invecchiato di molti anni. Posso trovarmi d’accordo col mio collega H.P.L. nella nota teoria dei varchi temporali, per cui il protagonista stesso, sbalzato in avanti di molti anni in quello stesso momento e poi riportato al presente, ripercorre la stessa strada che stava facendo prima di entrare in questo varco, ma, inconsapevolmente, precedendo il se stesso antecedente. Per chi non avesse capito consiglio di leggere la teoria della relatività generale del defunto dottor Einstein)
Rimanemmo per un istante così, immobili e separati da pochi metri. Alla fine mi decisi e avanzai risoluto per avere una risposta alle mille domande che mi ero posto, e svelare finalmente il mistero.
Un lampo mi accecò, mentre un’esplosione mi privava dell’udito, poi più nulla. (Ecco qui il varco temporale! Cerchi di darne una spiegazione il più razionale possibile perché, Le ricordo, la paura nasce dal nostro profondo incontrollato, ma il nostro raziocinio deve sempre avere almeno parvenza di superiorità, altrimenti i gretti materialisti che ci leggono ci considererebbero stupidi ed inutili farneticanti)
I lampeggianti blu illuminavano la tragica scena: un corpo disteso per terra in una pozza di sangue, un uomo in divisa che ne interrogava un altro in cappotto scuro, la luna che emanava i suoi tristi bagliori.
«Vi giuro che aveva brutte intenzioni, doveva per forza essere un delinquente, un malintenzionato – stava dicendo l’uomo col cappotto – guardate, mi aveva addirittura seguito fin sotto la porta di casa! È stata una fortuna che io sia riuscito a colpirlo prima che lui colpisse me.» (E qui l’apoteosi: si scopre che la figura provava gli stessi sentimenti e paure del protagonista, svelando la sua essenza profondamente consustanziale con quest’ultimo)
«Non sia precipitoso – rispose l’agente, accendendosi una sigaretta – per il momento non siamo riusciti ancora a identificarlo, ma niente dice che sia un assassino: non aveva neanche un’arma addosso, al contrario di lei.»
«Questa pistola la tengo solo per difesa personale – ribadì l’uomo – e, come vede, mi ha salvato la vita. Stava già per aggredirmi, quello sconosciuto. Pensi, mi è stato dietro come un’ombra per tutta la strada verso casa.»
«A proposito, mi dia i suoi dati, cominciando dall’indirizzo.»
«Ecco qui: via Paganini 18.» (Ecco, qui ci stava bene invece il 35 e tre quarti, molto più facile da confondere col 35 e mezzo di quanto non lo sia un 13 con un 18, non crede?)
«Come scusi? Ha detto 18?»
«Sì, certo: 18.»
«Ma guardi che questa casa è il numero 13.»
«13? Ma allora ho sbagliato indirizzo!»
Le consiglio, caro Pisasale, di riprendere lo studio della narrativa di stampo fantastico - orrorifica, per trarne dovute conseguenze. Un finale del genere è inadeguato e monco: come può un crimine del genere restare impunito? L’assassino va rinchiuso in una stanza buia, fatta di pietre e con un pozzo al centro2, dove deve espiare le sue colpe per il resto della vita, continuando a rivedere davanti a sé il numero di casa, che, noti bene, è stato il vero protagonista e colpevole di tutta la storia! Che fosse un numero maledetto o un crudele scherzo goliardico della gioventù universitaria del tempo? Lasciare questi interrogativi irrisolti può denotare due cose soltanto: palese inesperienza e sufficienza nella redazione del Suo scritto, oppure profonda consapevolezza del senso di inadeguatezza del lettore nei confronti di una soluzione simile.
Ovviamente Lei mi verrà a dire che è la seconda la verità, ma chi potrà crederlo?
Attendo con ansia la prossima riunione di scrittori reietti della costa Est degli Stati Uniti d’America e nell’attesa vado a schiacciare un pisolino nella mia bara attrezzata per evitare sepolture premature3…
Distinti e superflui saluti
Il Maestro
Edgar A. Poe
1 The Murders in the Rue Morgue, I delitti della Rue Morgue, EAP.
2 The Pit and the Pendulum, Il pozzo e il pendolo, EAP.
3 The Premature Burial, La sepoltura prematura, EAP.
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