Boston, 9/15/1840
Miei Cari Corrispondenti,
noto con soddisfazione che hanno ripreso vita le riunioni di scrittori reietti e sfaccendati della costa est. Mi domando perciò il motivo per non avermi invitato. Lo riterrei un segno di profonda mancanza di rispetto, se non ricordassi con gusto le condizioni mentali della totalità dei partecipanti, totalmente immersi nell’immaginifico mondo di tenebra e sostanze allucinogene. Almeno io ho il buon gusto d’essere sobrio quando l’occasione lo richiede. Prendo quindi tale dimenticanza come appunto una semplice dimenticanza, non come un fatto voluto e, con ciò, vi perdono. Soltanto non posso impedirmi di immaginare per voi una morte tremenda ma incompleta, come avete avuto la premura di farmi leggere in quest’ultimo racconto.
Non c’è che dire, riconosco i miei discepoli, e di certo Costui lo è, ma lo stile e le idee sono troppo grezzi ancora. Pregherei quindi di non inviarmi più d’altri racconti come questo (oltre alle decine che ormai ho digià ricevuto…).
Nella speranza di ricevere a breve una convocazione da parte del vostro club elitario, m’accingo alla recensione di quest’opera.
Riterrei utile pure la consultazione del simile lavoro svolto dal collega Howard… soltanto per il gusto di vedere le bestialità ch’egli è riuscito a propinarvi.
Vanitas
Racconto di un redivivo
Interessante l’impiego di codesto titolo, molto apprezzato per parte mia. Dà un tocco di incertezza, non solo per il concetto in sé, ma anche per la lingua in cui è scritto (com’è risaputo è infatti ormai morta), di difficile comprensione per la totalità dei lettori odierni, ritengo. L’unico problema, credo potrebbe essere proprio questo: nel momento in cui il lettore ignorante si domanderà cosa voglia dire il titolo avrà due alternative: 1) continuare la lettura incurante, ma perdendo così parte della comprensione; 2) alzarsi per cercare un vocabolario e, quando non avrà trovato la parola in questione (dato che non esiste più!) o rattristarsi ed abbattersi, oppure, se aiutato da un barlume residuo d’intelligenza, ricordarsi dov’ha riposto il vocabolario di latino e forse così svelare l’arcano. In quest’ultimo caso, però, oserei suggerire che, dopo tale fatica, il lettore medio potrebbe aver dimenticato del tutto lo scopo della sua ricerca e lasciare incompiuta la lettura. Tutto ciò è a suo rischio Signor… come si chiama? Perché non m’è stato riferito? Ah no, ecco qui… signor… Pareschi!
Non Le voglio dare consigli in merito, giudichi Lei come agire. D’altra parte, dopo la mia stroncatura non spererà certo di vedersi pubblicata questa immonda accozzaglia di parole? Quindi direi che non si deve nemmeno porre la questione.
Mi chiamo Engel Geizhals, sono nato da una famiglia di modeste origini in un piccolo paesetto del centro Europa. (Non c’è che dire: ottima partenza. Denoto però un minimo di plagio. Se non sapessi che l’ha scritto Lei, direi che potrebbe essere un mio incipit. La prossima volta cerchi una soluzione più conforme al suo spirito, non vada ad insozzare la memoria della letteratura ottocentesca) Fin da piccolo dimostravo una spiccata intelligenza ed una propensione per la matematica. Tutto ciò mi ha permesso, una volta raggiunta la maggiore età, di accumulare un’immensa fortuna, grazie alla quale ho trascorso una vita agiata e senza preoccupazioni di sorta. (Vedo che però continua nella Sua insistente opera di scriba; dato che non intende demordere, a quanto vedo, La avviso che utilizzerò tale incipit per un racconto di cui ho già in mente la trama: tutt’altra cosa rispetto al Suo. Comunque mi permetto di dissuaderLa dall’ascoltare le repliche di Howard. Ha perfettamente ragione a far nascere il suo protagonista in un ambiente modesto, solo così può spiegarsi il suo futuro attaccamento alle sue sostanze. Peccato che Howard, legato soltanto a mostri spaziali putrescenti non sia in grado di cogliere un meccanismo mentale talmente ovvio) Col passare degli anni si erano sviluppati in me sentimenti di egoismo, avarizia e diffidenza nei confronti di tutti coloro che mi stavano attorno, tanto da arrivare a rinchiudermi nella mia casa, nella più profonda solitudine, con l’unica e costante presenza della mia "amata pecunia"; il solo visitatore autorizzato ad entrare nella mia dimora era un impresario cui avevo affidato parte delle mie smisurate ricchezze. (E qui altro che rianimatore! Le sottopongo un’idea forse un po’ usata ma sempre pregna di densi significati: il doppio. Le suggerirei di considerare l’ipotesi che tale impresario sia in realtà in qualche modo simbioticamente legato al protagonista, tramite un legame di sangue – impuro se possibile – o un’affinità spirituale, o soltanto per mezzo della teoria degli antipodi, secondo cui tutti possediamo un sosia, ma del tutto opposto a noi. Le consiglio la lettura del mio "William Wilson1", altro che "L’esumazione", per farsi un’idea)
Con l’avvicinarsi della vecchiaia cominciai a soffrire di un raro ed incurabile disturbo che mi procurava stati improvvisi di coma profondo. (E qui terrei a precisare che io non soffro in alcun modo di epilessia … eaarghh ffffhhjjjh aaallffhhg … scusatemi, riprendo subito il mio commento) Consultai i migliori medici e specialisti pagandoli profumatamente, ma con risultati pessimi. Mi rassegnai e, da quel momento, non potei far altro che vivere in simbiosi con quel male.
Arrivò anche per me il giorno della morte. Ora accadde che questo impresario venisse, per farmi porre la firma su alcuni documenti ritenuti di vitale importanza, proprio in quel giorno. (Ecco qui: perché quei documenti sono "ritenuti" di vitale importanza? Da chi lo sono? Dall’impresario evidentemente. E allora Le suggerirei un proseguimento del genere: scopo dell’impresario è sostituirsi al malcapitato protagonista e tali documenti sono il mezzo legale per farlo, cedendo in toto le sue immense sostanze al malfido. Approfittando dello stato comatoso, oltre a falsificare la firma, potrebbe compiere azioni tra le più delittuose e nefande. Un esempio soltanto, per non sovraccaricare la Sua minuscola fantasia: insozzare il corpo del protagonista con scritte ingiuriose, marchiate a fuoco sulla pelle, scrivendo cose come "fatemi la carità", oppure "povero in canna", che sicuramente disturberebbero l’animo del protagonista, oppure, questa Gliela posso concedere, scritte cabalistiche sul modello di quelle usate da Howard nei suoi racconti, ma soltanto per giustificare l’eventuale presenza di follia degenere nel protagonista agli occhi di chi lo vedesse così conciato.) Trovatomi disteso a terra privo di sensi, credette che io fossi in uno dei miei ormai sempre più frequenti stati di coma dai quali uscivo solamente dopo lungo tempo.
Decise così di lasciarmi nella mia casa, sotto controllo, finché non mi fossi risvegliato.
Subito dopo il trapasso mi ritrovai in un luogo incredibile, (Qui non c’è bisogno di invocare arabi folli o mostri cosmici puzzoni. Non ha che da invocare il benefico effetto dei derivati oppiacei che tanto fatico ormai a ritrovare… nemmeno questi truffatori dei cinesi me lo forniscono più puro) che nessun occhio umano aveva mai visto e che nessuna mente razionale era mai stata in grado di immaginare; in quella terra immacolata vagavano tutte le anime dei mortali, a cominciare da quella del più miserabile accattone dei bassifondi di Calcutta per finire con quella del più ricco e facoltoso imprenditore di Boston. Tutte quante godevano degli stessi agi, delle stesse opportunità ed avevano tutte pari dignità, al contrario di quanto accadeva sulla Terra. (E qui noto con piacere il riferimento alla mia città, testimonianza infallibile del Suo stato mentale obnubilato o dall’etere o dalla lettura protratta dei miei scritti, probabilmente quelli grotteschi e sconclusionati, che nemmeno io ho mai capito a fondo)
In principio fui spaesato e non accettai che l’anima di un miserabile fosse considerata alla pari della mia, poi, col passare del tempo, mi resi conto che la vera vita era quella che si viveva in quel luogo e che quella terrestre era soltanto una tappa inutile quanto lo era un rabdomante sull’oceano: tutti, infatti, indistintamente da quello che avevamo fatto sulla Terra, eravamo uguali.
Capii che tutto quello che avevo raccolto in vita non era valso a niente e che la felicità era da ricercarsi in quel mondo fantastico. (E invece questo inconcludente protagonista dovrebbe capire che quel rifila-panzane del suo impresario è un pezzo di sterco e dovrebbe tirargli l’anima fuori dal bavero della camicia per farla arrivare fin lì, dove, seppur tutti uguali, a nessuno è negata una buona e commensurata dose di bastonate, impedendogli così di godere di una fortuna non sua. Ma se a Lei sta bene altrimenti…)
Decisi quindi di ritornare sulla Terra per mostrare a tutti quanti ciò che avevo capito.
Tutti voi vi chiederete come io abbia fatto a tornare indietro. La spiegazione è molto semplice: le anime sono lasciate libere di vagare ovunque esse vogliano, anche sulla Terra se lo desiderano; una volta qui giunte possono ritornare nel loro vecchio corpo a meno che questo non sia stato sepolto o cremato. Si spiegano così quei casi di persone morte che tornano in vita dopo pochi giorni. In caso contrario, se cioè il corpo è "inservibile", le anime possono manifestarsi come fantasmi. (Non mi esprimo sulla Sua ipotesi ultraterrena. Noto solo con piacere il Suo modo di trattare con piglio scientifico il tema, ben esemplificato dall’uso del termine "inservibile", tipico di attrezzi, quale il nostro corpo in effetti è, piuttosto che di ammassi biologici.) Come avevo già detto il mio corpo era custodito nella mia casa; non ebbi quindi alcuna difficoltà a rientrarvi. (Ora sarebbe il caso di aggiungere un elemento terrificante: il protagonista si risveglia ma, a causa dello stato di coma, alcune sue funzioni cerebrali sono irrimediabilmente compromesse, cosicché nel tentativo di muovere gli arti si accorge di esserne incapace parzialmente, ossia che tentando di muovere il braccio destro muove in realtà il sinistro, e viceversa, e lo stesso con le gambe, e che tentando di articolare parole si morde la lingua anziché usarla abilmente all’interno del palato. In questo modo potrà essere ritrovato dall’infingardo impresario che non tarderà a chiamare la forza pubblica per farlo rinchiudere in un istituto psichiatrico in seguito agli strani gorgoglii che escono dal corpo del malcapitato e ai movimenti sconclusionati del suo corpo. E da quel luogo, di desolazione e paura, il nostro caro Engel capirebbe che avrebbe davvero fatto bene a tirare da lassù l’anima del suo ignobile compagno per impedirgli tutto ciò. Poi però ci sarebbe bisogno di una guarigione dello stesso, in quanto, altrimenti, non potrebbe scrivere questa memoria.)
Ripreso possesso del mio corpo misi in atto le mie intenzioni: raccolsi tutte le mie ricchezze cartacee e ne feci un gigantesco falò, feci radere al suolo tutti gli edifici di mia proprietà, cosparsi di sale tutte le mie tenute fondiarie e feci abbattere e bruciare le mie foreste.
Ora sono la persona più povera del mondo, senza più niente tra le mani, ma non ho alcun timore perché so che la vera vita sarà quella che vivrò dopo la mia ennesima morte.
Quello che ho fatto ha suscitato grandi clamori in tutto il mio paese; nessuno però, credo, ha pienamente capito il significato di quei gesti. Devo fare però una rettifica a quanto ho detto prima, infatti, ho conservato una cosa: è una vecchia pistola, penso sia appartenuta ad un mio nonno, con un solo colpo. (Credo che avrebbe dovuto architettare un metodo più rinomato per una seconda morte. D’altra parte non è cosa da capitar tutti i giorni, una seconda morte, quindi andrebbe dignitosamente congegnata. Cosa più delizioso del progettare a menadito il proprio trapasso, in modo che i restanti possano ammirare la perfezione del proprio ingegno? Le propongo un campionario di morti eccellenti: farsi ricoprire di lumache in modo che, a causa della loro bava, non sia più possibile respirare, e morire così d’asfissia; creare una stanza ermeticamente chiusa, in cui, poco a poco, l’ossigeno quindi terminerà, morendo così allo stesso modo di prima; assoldare un branco di segugi, tenerli affamati per qualche giorno e poi liberarli in un ambiente chiuso e, per mezzo di una pistola con pochi colpi – sempre meno del numero dei segugi – tentare di ucciderne il maggior numero prima che essi facciano lo stesso; e via di seguito, comunque sempre qualcosa che permetta di salvare l’onore della persona)
Questo colpo sarà quello che mi darà la definitiva morte e che mi farà tornare in quel luogo beato. Spero che questo mio testamento sia d’esempio a qualcuno. (Di sicuro non a me)
Firmato
Engel Geizhals
Noto con piacere anche la perizia calligrafica della firma (ovviamente falsa, lo si nota dall’impiego di un Font del programma Word, che anch’io mi pregio di utilizzare), cosa che non deve mancare se si vuole rendere la sensazione realistica di una narrazione. Peccato soltanto che il resto del racconto non sia all’altezza e del titolo e della firma. Lei, Signor Pareschi, è molto preciso e sicuro nell’apertura e nella chiusura, deve diventarlo anche "in medio". Non pretenderà che i lettori si appassionino soltanto all’inizio e alla fine di uno scritto? Sono d’accordo con Lei nel considerarli dei pecoroni senza meta, guidati soltanto dal puzzo di chi li precede, ma non è garbato farlo loro notare così spudoratamente, dando l’idea di un narratore che, suffragato da tali idee, è talmente sicuro di sé da non curarsi del racconto vero e proprio, ponendo importanza ed attenzione soltanto a quelle cose cui, effettivamente, il lettore medio presta interesse.
Si eserciti nuovamente. Può, anzi deve, migliorare ancora e, mi raccomando, la prossima volta invii prima a me i suoi testi, non a quel miscredente di Howard. Non si rende conto che ogni volta questo individuo le propina le sue storielle di mostri spaziali e balle simili? Cos’hanno a che fare, ad esempio, con un racconto come questo appena letto?
Comunque, qualsiasi siano le sue intenzioni, troverà in me sempre un amico disponibile a dedicare del tempo a Lei. E ai Suoi racconti.
In attesa della prossima riunione, La saluto cordialmente.
P.S. Si ricordi di portare da bere per tutti. È il Suo turno stavolta. (Per me assenzio puro, lo tenga a mente)
Edgar A. Poe
1 William Wilson, William Wilson, EAP.
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