Stanti i continui riferimenti (peraltro inutili) dei nostri due amici commentatori alla cosiddetta narrativa "Teste mozzate", pubblichiamo di seguito la pagina che diede origine a (e da cui prese nome) tale categoria letteraria.
Secondo alcuni illustri colleghi il filone maggioritario di tale narrativa nacque e si esaurì in questa stessa pagina, lasciando tracce soltanto secondarie in altri racconti (che pubblicheremo in un prossimo futuro), i quali non sono certamente all’altezza della perfezione stilistica qui di seguito espressa.
Il testo pubblicato è nella versione integrale, senza tagli (tra l’altro forse necessari per non offendere la sensibilità del pubblico), dato che non ce n’è bisogno.
Come vedrete il racconto è già abbastanza "monco" per conto suo…
Va inoltre ricordato che l’autore, considerato capostipite di tale narrativa, Leandro Pareschi, attualmente disconosce la paternità e i meriti di tale invenzione letteraria, preferendo dedicarsi ad altre opere.
Il mondo intero dell’editoria si augura un suo pronto ravvedimento.
L’uomo con la falce
Era successo di nuovo e non si era potuto fare niente per evitarlo. Era stato commesso un altro furto e, come già accadeva da tempo, il derubato era stato trovato ucciso e orribilmente sfigurato.
Erano settimane che andava avanti così. Quel piccolo paesino tra i monti Lessini era caduto nel terrore dopo l’assassinio di due anziani coniugi, soltanto per rubare i loro esigui risparmi.
Pareva che l’assassino cercasse solo un pretesto per uccidere, per giustificare le sue ignobili azioni.
L’oggetto usato per questi atroci delitti sembrava essere un arnese da lavoro molto affilato e in un paese rurale come quello era facile trovarne.
La paura crebbe di giorno in giorno, omicidio dopo omicidio. La gente aveva timore ad uscire da casa anche in pieno giorno perché si pensava che l’omicida fosse uno del paese, un insospettabile, qualcuno con cui si parlava abitualmente. Si creò quindi anche un clima di diffidenza reciproca che non risparmiava nemmeno i più poveri, cioè coloro ai quali non si poteva rubare nulla e di conseguenza coloro i quali dovevano sentirsi esenti dalla minaccia di omicidio.
Tutto questo continuò finché il misterioso assassino non venne catturato, ponendo fine alla catena di sangue. Non era, come invece si immaginava, uno del paese, ma uno straniero. Era un uomo dalla stazza impressionante, dotato di grande forza fisica e senza il più piccolo barlume di umanità.
Il suo nome era Albarez, lo disse lui stesso di fronte alla folla. Forse cercava di incutere un ulteriore terrore al paese pronunciando un nome tanto inusuale quanto terrificante. "Purtroppo" per lui il paese era stanco di essere governato dalla paura: del nome non interessava niente a nessuno, l’unica cosa cui i cittadini aspiravano era liberarsi di lui.
Si decise allora di giustiziarlo nella piccola piazza del paese, di fronte a tutti e in un punto abbastanza alto da poter essere visto anche nella piccola valle sottostante.
Fu allestita una ghigliottina e pochi giorni dopo la sua cattura fu il capo del paese ad azionarla.
Albarez venne giustiziato con una falce nella mano destra. Era una falce infatti l’utensile usato per uccidere e per infliggere le orribili sfigurazioni alle sue vittime.
La condanna fu eseguita di sera e, poiché ormai stava calando la notte, fu deciso di spostare e seppellire il corpo il mattino seguente.
Quel mattino il becchino si svegliò prima del solito per portare via il corpo, prima che il paese cominciasse ad animarsi. Arrivato alla ghigliottina si accorse però che non avrebbe potuto farlo: il corpo infatti non era più lì, era rimasta soltanto la testa. Si pensò ad uno scherzo, seppure macabro, ma il corpo decapitato non fu mai più trovato.
Qualche tempo dopo il paese piombò ancora nella paura. Era iniziata una nuova serie di omicidi. Questa volta le vittime venivano decapitate e la testa spariva. Non si riusciva a capire il motivo di tanta brutalità. L’assassino non venne mai catturato, anche perché dopo poco tempo gli omicidi terminarono e il paese decise di dimenticare il tutto in breve tempo.
Giravano però delle voci le quali affermavano che l’assassino era stato visto da qualcuno. Questo presunto testimone diceva che una notte, favorito dalla presenza della luna, era riuscito ad intravedere un’ombra che si aggirava nei dintorni di una casa in cui il giorno dopo fu trovato un uomo decapitato. Ne dava una descrizione abbastanza precisa: un uomo dalla corporatura robusta, molto alto, vestito con abiti logori e che in mano aveva una falce. Tutti, nell’udire questo particolare trasalivano e pensavano ad Albarez che, sebbene morto, era nei ricordi di tutti.
Poi, ripresisi, domandavano la descrizione del volto, o perlomeno della capigliatura, di quell’uomo.
A questo punto il testimone poteva soltanto dire che non lo sapeva. Sosteneva infatti che quell’uomo era privo di testa!
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