Larmes d’Éros

Ieri ho terminato Le lacrime di Eros, l’ultima opera che un Bataille ormai sofferente («Non vedo bene i numeri delle pagine, ma mi confondo e sono molto stanco», Lettera del 22 maggio 1961) pubblicherà prima della morte. In un’altra lettera (5 marzo 1960) ‒ in cui si percepisce l’ansia di arrivare alla fine del lavoro (ma ci vorrà ancora un anno) ‒ Bataille scrive: «Vorrei farne un libro più importante di tutti quelli che ho già pubblicato».

Sicuramente la sua scrittura, sempre molto “violenta” e criptica, in queste pagine riesce a semplificarsi e a trovare una sintesi. Bataille rielabora idee già proposte in altri testi, come la Nozione di dépense e L’erotismo. Anzi, come già notato da qualcuno, Le lacrime di Eros probabilmente non sono altro che la riscrittura per immagini de L’erotismo stesso. Con l’incedere delle pagine la parte testuale si fa più rarefatta, mentre l’apparato iconografico cresce fino a diventare pervasivo. Se quindi si cerca uno sviluppo concettuale se ne rimane delusi. Dopo i primi tre capitoli Bataille sembra perdersi, sembra non saper più esattamente come dire, e si ritrae dietro le icone, apparizioni dell’erotismo nella storia dell’arte da lui accuratamente selezionate per dar corpo alle proprie visioni.

Quando si parla di ultima opera dell’autore si usa facilmente l’espressione “testamento”. E in fondo qui Bataille mette il punto d’arrivo all’ossessione di una vita: «Il mio scopo è qui di illustrare un legame fondamentale: quello tra l’estasi religiosa e l’erotismo» (Le lacrime di Eros, p. 233). Ma arrivati alla conclusione, ci si accorge che il legame è affermato, al massimo suggerito nelle poche pagine precedenti, ma non spiegato. Il perché, forse, lo lascia trapelare subito dopo lo stesso Bataille.

«Questo libro non è dato nell’esperienza limitata che è quella di tutti gli uomini […] Quel che improvvisamente vedevo e che mi chiudeva nell’angoscia – ma che nello stesso tempo me ne liberava, era l’identità di questi perfetti contrari che oppongono all’estasi divina un orrore estremo. Questa è secondo me l’inevitabile conclusione di una storia dell’erotismo»

(Le lacrime di Eros, p. 233; corsivo dell’autore).

Nella rarefazione della parola, Bataille tenta di comunicare per immagini quella che è una sua personale rivelazione (e come tale parzialmente comunicabile), un’intuizione, una sorta di esperienza mistica di coincidentia oppositorum o enantiodromia (per usare il linguaggio di Cusano ed Eraclito). Bataille crede di aver trovato il risolversi di ogni contraddizione, l’armonizzarsi della più grande angoscia dell’essere umano. Se non ci sono opposti e contrari ‒ se il bianco e il nero, il bene e il male, il piacere e il dolore, la vita e la morte coincidono ‒ non c’è infatti più nulla da temere. E per Bataille c’è un legame tra erotismo e morte, un’identità intravista nel sacrificio religioso, per cui proprio nell’orrore di una vita che viene distrutta, proprio quando il suo nulla viene manifestato, si raggiunge il culmine della vita stessa: è «l’istante in cui evidentemente gli opposti sembrano legati, in cui l’orrore religioso, dato, come sapevamo, nel sacrificio, si lega all’abisso dell’erotismo, agli ultimi singulti che solo l’erotismo illumina» (Le lacrime di Eros, p. 233; ed è l’ultima frase del libro).

Bisogna precisare che con erotismo Bataille non intende la mera attività sessuale: questa è propria solo dell’animale (Le lacrime di Eros, p. 7). A differenza dell’animale, l’essere umano ha coscienza di morire, ed è qui che appare l’erotismo.

«Senza dubbio, è difficile scorgere, in modo chiaro e distinto, l’unità della morte, o della coscienza della morte, e dell’erotismo. Nel suo principio, il desiderio esasperato non può essere opposto alla vita, che ne è il risultato. Il momento erotico è anzi il culmine di questa vita, la cui forza maggiore, e la massima intensità, si rivelano nel momento in cui due esseri si attraggono, si accoppiano e si perpetuano. Si tratta della vita, si tratta di riprodurla, ma riproducendosi la vita trabocca: traboccando, essa raggiunge il delirio estremo. Quei corpi avvinti che, torcendosi, andando in deliquio, sprofondano in eccessi di voluttà, vanno in senso opposto alla morte, che li voterà più tardi al silenzio della corruzione»

(Le lacrime di Eros, p. 18).

Per tale motivo, proprio quando il lasciarsi travolgere dalla vita eccedente coincide con la fase terminale del piacere stesso, l’essere umano dà al culmine il nome di “piccola morte”.

In altre parole, nell’erotismo (come nel sacrificio religioso) l’essere umano anticipa la morte senza esserne annientato, in quanto attraverso la “piccola morte” conosce la “grande morte” continuando ad esistere. Ma mentre l’esperienza dell’orrore che si ha nella grande morte è ultima e definitiva – ovvero è di per sé indicibile e irripetibile, poiché per l’essere umano non c’è un “dopo” in cui protrarla – l’esperienza della piccola morte, che è pure nella sua intensità estrema un’esperienza di orrore per quel nulla intravisto, permette di «toccare il segreto intollerabile dell’essere» (Storia dell’erotismo, p. 95) incontrandone la verità – verità che è senso dell’esistenza ‒ in un “prima” che può essere mantenuto. È in tale estremo, secondo Bataille, che riusciamo ad arrivare alla totalità dell’essere, in cui ci si può perdere estaticamente: «In questo momento, non dubito più di abbracciare la totalità senza la quale non esistevo che al di fuori: e gioisco» (Storia dell’erotismo, p. 95).

È in fondo l’esperienza di una salvezza precoce, laica, al di qua di una vita eterna.

«Solo l’erotismo ha il potere, nel silenzio della trasgressione, d’introdurre gli amanti in quel vuoto in cui il balbettare stesso è sospeso, in cui non c’è più parola concepibile, in cui l’amplesso non significa più solo l’altro, ma l’assenza di fondo e di limiti dell’universo»

(Storia dell’erotismo, p. 137).

 

Bataille G., Le lacrime di Eros, Bollati Boringhieri, Torino 2004.

Bataille G., Storia dell’erotismo, Fazi, Roma 2006.

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