Rosa

«Che mutandine indossi?»
«Quelle che porto ora sono rosa antico, con i bordi neri. Iniziano ad essere vecchie. Come me. Le ho comprate anni fa, durante un viaggio all’estero. Mi stanno un po’ larghe, adesso. Ma non importa.»
«Avresti potuto dire solo il colore. O il modello. Hai fatto un piccolo racconto.»
«Preferivi solo il colore?»
«No. Non so cosa preferissi. Non so nemmeno il perché di quella domanda.»
«Io forse lo so. Ma tu… cosa sai?»
«Che hai perso qualcosa. E forse sei triste.»
«Ti sei pentito di aver chiesto?»
«Il tuo corpo non dovrebbe cambiare.»

L’impero delle luci

Come puoi dire,
mentre leggo le tue parole ‒
quelle che sai che leggo,
quelle che non sai che leggo ‒
che a me resta l’identita’
a cui spingi il desiderio ‒
quello che sai che leggo,
quello che non sai che leggo.
Che mi vedi, ogni giorno ‒
quando so dove sono,
quando so dove sei.
Che gli occhi altrui eviti,
perché se mi ritrovassi
sarebbe per te un tradire
un attardarti, indulgente ‒
e non so che intendi,
e non so che fai.

E non so chi.

Chiodi

«Li vedi i segni dei chiodi?» soffiava nel mio orecchio, quasi fosse responsabile del martirio.
«Si notano appena.»
«Una volta risorto, aveva ancora i fori sul corpo. Come prova.»
«Allora lasciami una cicatrice.» gli ho risposto, sentendomi la bocca bagnarsi. «Così potrò ricordarmi di te.»
Gli presi una mano, e la leccai sul dorso. Sul segno del chiodo.
«Non sai che a volte ciò di cui abbiamo paura non è il dolore, ma che la bellezza sia talmente forte da non riuscire a staccarcene?» mormoro, nel buio dei miei occhi chiusi. «Come un corpo dal legno a cui viene inchiodato… Abbiamo paura di perdere la libertà anche quando la schiavitù che ne deriva ci rende trasparenti. Quando riesce a farci essere noi stessi. Realizzarci nel farci servi. Promesse della bellezza… Alla fine, è ciò che temiamo di più. Trovarci faccia a faccia con la verità che siamo.»

Esercizi

«Come stai?»
«Perché me lo chiedi?»
«Ci tengo a chiedertelo ogni giorno.»
«È una buffa abitudine.»
«Sai, magari è un brutto giorno e nessuno te lo chiede. Magari ne vorresti parlare, ma a nessuno gliene importa. Cose così…»
«In fondo nemmeno a me importa, se nessuno me lo chiede.»
«Importa a me.»
«Comunque non vorrei rispondere.»
«Io tento ugualmente. Potresti rispondere non la prima, ma la seconda, o la terza volta. Dopo un giorno, dopo una settimana. Bisogna tentare. Altrimenti, ti dimentichi come si fa.»

Peccati (4)

Biancaneve mangia la mela e muore. Eva mangia la mela e muore. In ogni pagina de “La mela e altri peccati poco originali”, i personaggi addentano un poco la propria mela personale, e muoiono. Alcuni se ne accorgono, altri no. Come capita a ciascuno di noi. Ogni giorno.

Peccati (3)

Il male si propaga così, per contatto. Il male, che per cabalistico caso è anagramma di mela, è un’esperienza primordiale per l’uomo. Ma la prima esperienza, vogliamo sperare, è la presenza di un’altra persona. Il sentirsi toccati da essa.

Peccati (2)

Che cos’è il peccato? Alcune scelte ci allontanano da noi stessi, da ciò che ci serve per essere pieni, per avvertire quella sazietà che è autentica pace. E allora vivere diventa un correre continuo, un caotico e casuale vorticare di molecole che finiscono per sbattersi addosso, interagire, magari disintegrarsi a vicenda. È quello che chiamiamo “incontri”.

Peccati

Per capire i peccati degli altri, un minimo bisogna averli vissuti. Per perdonarli, averli commessi (o corporeamente conosciuti). Il resto è attesa. Attesa di una qualche bellezza che resista, probabilmente. Nell’ambiguità del limite. Nel carattere storico e incarnato che è l’unica condizione possibile di salvezza per un essere umano.

Labirinti senza importanza

«Hai sonno?»
«Non ancora. A che pensi?»
«A mala pena so di pensare. Credo di stare in quella fase in cui di chiaro hai solo un colossale punto interrogativo. Mi sembra di non sapere nulla, nemmeno cosa sia giusto e cosa sbagliato… Soprattutto, temo di non avere la certezza che ciò che considero giusto sia giusto, e che ciò che considero sbagliato sia sbagliato. Il che, davvero, è un problema se vuoi stare al mondo. Un po’ come se ti avessero tolto le istruzioni per l’uso.»
«E questo come ti fa sentire?»
«Strana. Ferma al punto di partenza, sempre lo stesso. Mi guardo intorno e mi chiedo: “che ci faccio qui?”»
«Sei qui per conoscerti. E diventare te stessa.»
«Sono incompresa. Non da te.»
«E da te?»
«Io mi capisco. Non sempre, ma mi capisco. Qualcosa di me la so. Quel poco che trasmetto agli altri, però… faticano a capirlo, loro.»
«La gente che non ha mai sofferto per qualcosa non è abituata a capire.»

Tic toc

E questa è una di quelle giornate in cui annusi l’aria, ti accorgi che è già sera, e quella strana sensazione di brace che si attutisce nella carne, in cerchi attorno agli occhi, ti costringe a sopportare una stanchezza priva di ricordi. L’ennesima settimana tanto rapidamente consumata da non fissarsi nella memoria, nei frammentati eventi e incontri che l’hanno urtata. Hai vissuto, ma c’è l’enorme casella bianca che non si è riempita. Ti arriva addosso il pensiero ‒ se ne valga la pena, e per quanti anni durerà ‒ e ti tocca addomesticare il germe di ansia e disperazione che intanto si acquatta nei paraggi. Mentre i fiori di pruno e di pesco, dietro casa, fan chiasso, voluttuosi.