Eros Theos

Da qualche tempo ho abbandonato la scrittura. Abbandonata come si abbandona un tesoro sotto la sabbia, o un alcolico in una cripta buia. Stavo scrivendo qualcosa che non mi bastava, non abbastanza pieno. Inutile rumore. Ogni tanto bisogna riconoscere il momento di aspettare. Saper aspettare. Tant’è che il mio lavoro, che quotidianamente mi imprigiona in una rete di perverso arbitrio, alimentandosi del mio tempo, della mia mente e della mia carne, comunque è un inevitabile ostacolo al portare immaginazione e desiderio nell’al di là delle parole. Un conflitto tra mondi, e quello che conosco è tutt’altro che il migliore tra i possibili. C’è semmai in esso qualcosa di profondamente sbagliato. L’intrinsece malum del capriccio di pochi. Si alza il vento, occorre tentare di vivere… Da gennaio ho smesso di scrivere per leggere. Negli strati profondi delle pagine, incubando nell’attesa, non posso essere raggiunto né corrotto. Ho ripreso una ricerca che fermentava da anni. Entro l’anno dovrò concluderla, portandola nelle viscere del divino, tentando di capire cosa sia l’Eros, e se e come si possa affermare che la sostanza di Dio non sia meramente amore, quell’amore romantico o puramente caritatevole (qualcuno direbbe agapico o misericordioso), ma anche un sentimento, una pulsione, una potenza passionale, desiderante, gelosa e corporea. Che cerca l’unione tra alterità rispettandone la distanza, e alimenta la relazione e in essa trova il suo scopo. Eros Theos, come diceva lo Pseudo-Dionigi. Mi accompagno voracemente a Bataille, a saggi di teologia trinitaria, a Platone e Dioniso. Non so cosa troverò, né se o quando, e nemmeno perché sto cercando. Ma forse non c’è alcun mistero in questa chiamata che da un decennio mi morde. Forse è semplicemente l’umano che parla. O forse epifania.

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